Eleonora Rotolo | Fragili Interazioni

Il mio saggio critico che da oggi accompagna l’installazione scultorea dell’artista Eleonora Rotolo, esposta nel 2018 alla Caserma Archeologica di Livorno.

A una disconnessione interna corrisponde una disconnessione esterna uguale e contraria. È questo il principio che ci mostra l’installazione scultorea di Eleonora Rotolo. L’opera, costituita da pochi e semplici elementi, riconoscibili ed essenziali, sembra essere ispirata da quella frammentazione delle soggettività di fronte il complesso industriale dell’intrattenimento, con cui Mark Fisher definisce la condizione umana odierna, per la quale, sulla scorta dell’analisi di Jameson, le descrizioni della schizofrenia lacaniana possono esserne un modello estetico[1].

Incarnando questa figura estetica contemporanea, nata da un disordine di origine sociale, Fragili Interazioni, vuole evocare le fragilità, quelle del sé interiore e quelle dell’essere nell’ambiente esteriore, dell’uomo composto di materia psico-reagente oggi in crisi. L’essere umano, che la reificazione ha fatto diventare parte costituente di una società, la cui esistenza, come scrisse Bauman, poggia sull’autoaffermazione dell’individuo. Il cittadino lascia il passo all’individuo. La cittadinanza lascia il passo al processo di “individualizzazione”, per il quale l’uomo cessa di «avere una identità “innata”»[2] nel tentativo di «dover diventare ciò che un altro è»[3] e realizzare così «un’autonomia de iure» e non de facto assumendosi da solo tutte le responsabilità e le conseguenze di tale compito.[4] La libertà di scelta è una libertà fittizia così come fittizie sono le comunità, diventate fragili ed effimere. Il loro vuoto di senso diviene riflesso perfetto delle identità dell’era liquido-moderna in cui si perpetua la solitudine degli individui.[5]

Individui ai quali è richiesto non solo di far fronte privatamente a tutte le problematicità e i sensi di colpa derivati dalla costruzione di un’autonomia de iure, ma è anche richiesto di conviverci con flessibilità, temporaneità e atemporalità. Sono, come scrive Fisher, imbrigliati nel circuito dell’intrattenimento della nostra cultura consumistica e ipermediata[6], unico placebo per alleviare i dolori provocati dal confronto con una realtà sociale creata ad hoc dal sistema capitale di nuova generazione. Sbalzi psico-chimici che alterano il nostro sistema naturale interno e che nell’opera dell’artista trova il suo perfetto parallelo nell’incontro tra i due elementi costituenti. Il gesso, che si cretta sotto la superficie della lastra di vetro, che fonde. L’equilibrio interno diventa instabile, qualcosa si rompe, la salute mentale è compromessa. La corruzione psicologica si estrinseca materializzandosi nella forma segmentata di un corpo, le cui parti non complete, senza distinzione di sesso mantenendo la neutralità della critica, emergono dalla terra per metà con la loro carnosità interna fessurata, rotta, avvolta e protetta da un filo di pelle di vetro. Fragile anch’esso, ma più resistente di ciò che pare trattenere, intrappolare, ma non nascondere. La materia, appunto, di una massa rigida e sconnessa, non più viva e reagente. Bipolarismo, deficit d’attenzione, iperattività, incapacità di concentrazione, depressione sono i sintomi, che non vogliamo riconoscere e che inevitabilmente compromettono l’integrità interiore così come, per reazione, l’integrità delle interazioni esteriori con gli altri e con l’ambiente naturale. Relazioni discontinue, fragili, intermittenti, distaccate, mai di cooperazione, quanto più di competizione e sopraffazione.

L’installazione dà corpo a una delle molte interpretazioni delle fragilità umane, che l’artista negli anni ha sintetizzato ed espresso attraverso diverse pratiche e sperimentando diversi medium. La modellazione di un dentro, tanto prezioso quanto non ascoltato anche se percepito, attraverso un materiale povero quanto importante, come il gesso, che ha costituito nei secoli l’anima e la memoria del nostro patrimonio artistico. Un dentro che, attraverso un altro materiale importante per la sua trasparenza e capacità protettiva, come il vetro, riesce ad emergere ed esporsi genuinamente. Una toccante metafora dell’impossibilità dell’essere umano di diventare liquido, se non a scapito di sé stesso, e della possibilità di cambiare affinché tutte quelle parti umane ferme nell’immanenza innaturale, dure, oggettivate come cose insensibili e inalterabili, sparse alla deriva, possano nuovamente riunirsi e interagire positivamente per dare vita a un nuovo sistema sociale post-capitalista.


[1] M. Fisher, Realismo capitalista, (traduzione di Valerio Mattioli), Nero, Roma, 2018, p. 64

[2] Z. Bauman, Modernità liquida, Editori Laterza, Bari-Roma, 2011, p. 23

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] M. Fisher, Realismo capitalista, op. cit., p. 65

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