Fabio Petani | SPAGYRIA. Alchimia Vegetale

Testo critico per la personale di Fabio Petani, “SPAGYRIA – Alchimia vegetale” dal 12 gennaio al 3 febbraio alla Street Levels Gallery di Firenze

Sin dai tempi antichi gli uomini hanno tentato di ricreare il vasto regno vegetale in un ambiente comprensibile chiamato hortus botanicus, atto alla classificazione, alla ricerca e allo studio delle piante e delle loro proprietà medicamentose. Un regno le cui specie viventi, secondo il pensiero alchemico, pur essendo complessamente varie fondano le proprie dinamiche vitali sul concetto di Trinità, che potremmo identificare simbolicamente con la semplice figura geometrica del triangolo. Un triangolo formato da tre elementi. Spirito, Anima e Corpo. Dei loro tre simboli alchemici. Zolfo, Mercurio e Sale. Delle loro tre modalità filosofiche operative. La vita, la coscienza e la materia.

La personalità creatrice del muralista urbano Fabio Petani agisce come quella di un botanico spagyrico dell’arte, che si aggira nella realtà quotidiana come all’interno di un immenso orto botanico alla ricerca di piante e fiori per la propria creazione artistica portata avanti da qualche anno su muro e su tavola. Chiuso nel suo studio, Petani si esprime dando forma visiva al principio alchemico definito da Paracelso, Spagyria. Come un alchimista vegetale fa fermentare, distilla e incenerisce per distinguere e dividere i tre elementi, i tre simboli, le tre modalità filosofiche operative di quel triangolo primario, che determina forma e sostanza di ogni tipo di pianta. Lo Zolfo, contenuto negli oli essenziali della pianta, il Mercurio, contenuto nelle sostanze alcoliche artefici di trasformazioni e il Sale, che rappresenta la natura minerale della pianta. Poi li scevra dalle scorie superflue ai fini della sua sintetica quanto personale restituzione figurativa del messaggio, e li ricompone seguendo un nuovo ordine armonico in una soluzione visiva, che è allo stesso tempo rimedio spagyrico, per gli occhi di chi le osserva.

Gli elementi sono ricongiunti in un nuovo triangolo alchemico potenziato, che possiamo rintracciare nella struttura sostanziale e formale delle opere di Fabio Petani. Già partendo dal supporto scelto su cui posare il pennello, il legno, di cui l’artista non copre le venature, simbolo dello spirito della sua opera, che sembra circolare sotto l’epidermide pittorica restituendone così il senso vitale. Le figure geometriche semplici sono simbolo della coscienza logica, l’anima che ordina la composizione entro cui agisce il terzo ed ultimo elemento, la materia, il corpo della pianta o del suo fiore. Ogni opera, come una essenza spagyrica, va a comporre un hortus novus, quello dell’artista spagyrico, un parallelo contemporaneo all’antico Giardino dei Semplici mediceo in stretto dialogo con la tradizione classica rivisitandone alchemicamente i contenuti chimici e botanici.

Photo credits Livio Ninni 




Articolo su Gorgo “Fabio Petani alla Street Levels Gallery con SPAGYRIA – Alchimia vegetale (Preview)

Lucia Biagi | MISDIRECTION e altri ricami…

Testo per la curatela della prima personale dell’autrice Lucia Biagi a Tabularasa Teké Gallery di Carrara dal 2 al 16 dicembre 2017

I mostri sono creature fantastiche, così come i dinosauri sono state creature meravigliose. Non c’è bisogno che vi dica che i dinosauri hanno vissuto realmente su questa terra milioni di anni fa; e che invece i mostri non hanno mai vissuto sulla terra, ma ce li hanno fatti immaginare come creature che ne hanno fatto parte, magari venuti da un altro pianeta. Nonostante ciò, entrambe le creature sono reali quanto immaginarie, grazie alla trasposizione nella “realtà parallela” del cinema e del fumetto producendo storie con cui ognuno di noi è cresciuto, si è formato, plasmando il proprio immaginario e la propria idea di realtà. È allora che quest’ultima può superare la fantasia, mescolandosi con essa. Mostri e dinosauri sono state creature negative o positive, a seconda della nostra percezione influenzata dai contesti storici. Oggi si però si aggirano tra noi “nuovi mostri”, che possiamo identificare con le nostre paure, con noi stessi che ci spingiamo in atti camuffatori per contrastarle, e sia i mostri che i dinosauri non fanno più così tanta paura, ma tenerezza se pensiamo che nella realtà si nascondono “bestie” ben più paurose da esorcizzare. Ai nostri occhi possono sprigionare quel senso giocoso e innocente, che stuzzica il bambino chiuso ancora in alcuni di noi, che in queste creature si va a rifugiare, facendone i propri eroi o porta fortuna.

Un processo, che Lucia Biagi, autrice, disegnatrice e artista poliedrica, ha messo in atto inconsciamente, creando un mondo parallelo, irreale ma tangibile, di tutto ciò che, prima da bambina poi da adulta, ha catturato la sua attenzione, attraverso il fumetto, il ricamo e l’uncinetto. Appassionata e collezionista di giocattoli e toys, per lei è stato naturale iniziare a crearne di suoi, proprio come è successo sin da quando era una ragazzina fervida lettrice di fumetti, che cominciò a volerne scrivere e disegnare di propri. Mischiando realtà e fantasia. Rendendo concreto ciò che è frutto d’immaginazione. Tramutando la realtà in opere di finzione. Mostruose creature, che nella nuova veste del ricamo o nel loro essere di pezza, diventano adorabili compagnie; storie tratte dalla realtà reinventate per mezzo del fumetto; oggetti reali di uso quotidiano, che con la tecnica giapponese dell’amigurumi, sono trasformati in morbide riproduzioni. All’inizio, partendo sempre dai suoi disegni, confeziona pupazzi dalle forme semplici cuciti a mano, alcuni dei quali hanno abbastanza carattere da diventare personaggi dei suoi fumetti, come in Pets pubblicato per Kappa edizioni nel 2009. Ed è in questo periodo che Biagi passa lentamente a costruire personaggi più complessi, immaginandoli in 3D, e unisce gli insegnamenti della tecnica dell’uncinetto a quella dell’amigurumi (“giocattoli lavorati all’uncinetto” dalla contrazione di ami, che significa fatto all’uncinetto, e nuigurumi, che significa pupazzo), tanto antica quanto quella dell’uncinetto nella tradizione occidentale, che permette la modellazione tridimensionale, grazie alla tecnica di lavorazione a spirale della maglia. Se all’inizio erano solo mostri dalle forme tenere, negli ultimi due anni l’autrice si è voluta distaccare dall’immaginario classico giapponese e ha voluto riutilizzare la tecnica dell’amigurumi per creare qualcosa di diverso, oggetti più legati alla nostra tradizione occidentale moderna, come la macchina da scrivere. La Olivetti Lettera 32 era l’esemplare perfetto; presenza costante del nostro immaginario classico; oggetto che ha fatto parte del quotidiano della passata generazione, quella dei nostri genitori e, prima ancora, dei nostri nonni; lo abbiamo avuto sotto i nostri occhi da bambini catturando sempre la nostra curiosità che ci ha spinto a “giocarci”. Uno strumento che oggi potrà essere un cult da collezione, mantenendo la sua funzione primaria, e che Biagi lo ha però trasformato in oggetto di design donandogli nuovo senso. Scelto per mostra della nona edizione della Triennale Design Museum di Milano, all’interno del progetto W. Woman in Italian Design, è stato oggetto di molta attenzione ed ora ha un posto d’onore nel percorso espositivo dedicato all’autrice e di questa sua nuova parte di lavoro, che ha inizio nella realtà e approda alla finzione attraverso la tecnica dell’amigurumi.

Nel fumetto l’autrice ha operato la medesima scelta di contenuto, allontanandosi da quel immaginario intimo e giocoso degli inizi, dall’approccio autobiografico sia nella narrazione che nel disegno, per dare voce a storie di finzione che prendono però avvio dalla realtà. Come infatti mostrano le tavole originali, tratte dalla sua ultima pubblicazione, a confronto con quelle delle prime pubblicazioni (come anche “Dinosauri” contenuto nell’antologia a fumetti “Amenità” autoprodotta nel 2011), la caratterizzazione dei personaggi, mantiene un tratto grafico chiaro e pulito del colore nero. Uno stile semplice, che lascia spazio a pochi elementi descrittivi se non quelli necessari, tutto in funzione della trama narrativa, a cui dà risalto, che non ha più carattere autobiografico. La differenza sta nell’uso della palette cromatica, che se nei primi fumetti, autoprodotti e non, rispetta un ordine realistico rispetto alla storia narrata, negli ultimi due è giocata su una bicromia che non fa fede al reale ma esprime lo stato psico-emotivo dei personaggi. Giovani ragazze comuni, che affrontano esperienze ipoteticamente reali. Biagi costruisce situazioni in cui le ragazze di oggi possono davvero ritrovarsi ad affrontare, dotandole di coraggio e capacità di scelta che le porteranno a superare le difficoltà, a conoscere meglio sé stesse e a diventare piccole donne esorcizzando i propri piccoli e grandi “mostri”. È ciò che accade nei suoi ultimi due fumetti, “Punto di fuga” e “Misdirection”. Il primo, pubblicato in Italia con Dìabolo Edizioni e in Francia con Éditions çà et là, affronta, per la prima volta nel fumetto, il tema dell’aborto e della conseguente e difficile decisione da prendere per una ragazza che è appena uscita dall’adolescenza; il secondo, pubblicato in Italia da Eris Edizioni e in Francia sempre da Éditions çà et là, è un thriller adolescenziale, che lavora sul ciò che sembra ma non è, sulla visione distorta degli avvenimenti, sugli inganni della percezione di una adolescente che combatte l’influenza del pregiudizio culturale di un piccolo paese sperduto di montagna, che meta turistica di lusso negli anni ’80 ma oggi è in decadenza. Per quest’ultimi, non a caso, la struttura dei dialoghi è affidata a un linguaggio scarno, diretto, abbreviato che segue un registro frettoloso, minimo, fatto di poche parole e molti simboli proprio dei giovani d’oggi, che sempre con uno smartphone in mano sono abituati a comunicare con la messagistica istantanea. Per mezzo dei suoi personaggi Lucia Biagi dà delle acute chiavi di lettura delle due vicende per far comprendere, non solo a chi è coetaneo delle protagoniste, ma anche a chi è già adulto, la vera essenza dell’essere giovani e avere una visione del mondo diversa, più problematica per certi aspetti e per altri meno rigida e per questo dare una possibilità alla loro capacità di prendersi le proprie responsabilità e imparare dai propri errori.

Tutto il lavoro di Lucia Biagi, in arte Whena, è un elogio alla semplicità con cui il suo immaginario riesce a dialogare e mettere in comunicazione ambiti artigianali ed artistici diversi contaminandosi reciprocamente. Ciò che nasce sulla carta diviene pupazzo, oggetto di design e viceversa. Diversi tipi di realtà di finzione con cui l’autrice riesce a rendere concreta la sua immaginazione, che tiene un piede nella scarpa da adulta e l’altro in quella da adolescente, entrambi ben saldi sul piano del reale quotidiano per viverlo appieno, non facendosene sfuggire nessuna sfumatura. Il progetto espositivo vuole immergere il pubblico nell’immaginario dell’autrice, così come si costituisce oggi dandone anche un assaggio di come si presentava ai suoi inizi, per indurlo a comprendere l’insegnamento che ci regala Biagi, ovvero che è ancora possibile, senza essere scontati, raccontare la nostra immaginazione e materializzarla nella realtà sperimentando diversi tipi di arte, guardando il mondo con occhi consapevoli di ciò che sta fuori e ciò che sta dentro di noi e restituirlo con spontanea onestà.




Pics by Gabriele Ubrik di Eris Edizioni

Articolo su FrizziFrizzi by Simone Sbarbati “SAVE THE DATE | MISDIRECTION: personale di lucia Biagi

Sobre la sangre | Teresa Margolles alla Tenuta dello Scompiglio | Vorno (Lu)

Il primo alito perturbante che ci arriva dalla mostra di Teresa Margolles, “Sobre la sangre“, è quello che a prima vista sembra un ombrellone sotto cui ripararci, dalla pioggia come dal sole. Ad accoglierci all’esterno infatti è l’installazione itinerante “Frezada”, sotto la quale ci poniamo e veniamo colti da un forte odore di sangue che da essa si sprigiona. Il primo cortocircuito. In realtà quell’ombrello è composto da una coperta recuperata dall’obitorio di La Paz impregnata del sangue di una donna vittima di femminicidio, montata poi su una struttura metallica. Come ci sentiamo quando diventiamo consapevoli di stare all’ombra della violenza di genere?




All’interno, lo spazio espositivo dello Scompiglio è irriconoscibile, completamente modificato ad hoc per quella che sarà un’esperienza conoscitiva davvero suggestiva e comprensiva dell’opera e del messaggio, dell’esperienza dell’artista. Un’artista che “esamina le cause e le conseguenze sociali della morte, della distruzione e della guerra civile.” Affrontando temi come la violenza, il genere, la povertà e l’alienazione con cui “critica l’ordine sociale ed economico che rende normali certe morti violente, […] sottolineando la complicità del governo nel produrre violenza e nel generare povertà.”

Introdotti in quello che è il percorso espositivo, concepito quasi come un tunnel/labirinto buio, rimaniamo senza fiato appena girato l’angolo. Abbagliante, nell’oscurità della sala, ci appare stesa una lunga tela, a prima vista una suppellettile cerimoniale dai ricchi ricami.

 

Teresa Margolles “Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017”

Ci avviciniamo lentamente, come a qualcosa di sacro, e osserviamo in silenzio. Siamo ancora ignari di ciò che abbiamo davanti i nostri occhi. Costeggiamo adagio il lungo piano che la sostiene. Ci sveleranno poi i curatori la realtà di ciò che stiamo vedendo, guardando, osservando attentamente, attratti esteticamente da ciò che sembra ma non è.

Teresa Margolles “Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017”






Una sindone di 25 metri che ha avvolto non uno ma dieci corpi di vittime di femminicidio a La Paz. Corpi di donne, straziati, privati dell’anima e consacrati al martirio di una società irresponsabile, violenta e ingorda di ignoranza. Una società machista. Ricamata successivamente “da sette artigiane dell’etnia Aymara attraverso le tecniche tradizionali decorative degli abiti di danza popolare boliviana.” In poco tempo è come essere commensali attorno a un tavolo da autopsia, progettato per sostenere il suo straziante valore. Mi sento in colpa per aver contemplato ed essere stata rapita dalla bellezza dei preziosi ricami. Mi sento ingannata dallo splendore apparente che nasconde qualcosa di orribile, drammatico.

Ed ecco che ho pensato alla bellezza, al trucco, come a strumenti per il nascondimento dell’atroce.

Teresa Margolles “Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017”

 

Un’opera davvero sorprendente, che ha diverse chiavi di lettura. E’ sorprendente l’enorme bellezza estetica che nasconde, uguale e contrario, l’enorme orrore umano, producendo un equilibrio tra il concetto/messaggio espresso e la sua restituzione concreta difficilmente realizzabile nello spazio fisico. Tanto magnificente appare, tanto è orribile il segreto che nasconde. E non è forse ciò che accade da sempre anche nella nostra società?

E ancora una domanda. Cosa dobbiamo ritenere “sacro”, oggi, ed elevarlo a “oggetto di venerazione”? Non esiste un solo corpo sacro, non esiste una sola persona da venerare. Ogni corpo è sacro e venerabile. Chi toglie impropriamente la vita commette un sacrilegio. Vorrei elevare a sacra questa sindone, che porta le traccie del sangue di donne a noi sconosciute, ma non per questi motivi meno sacre. Qui sono stati avvolti, hanno giaciuto i loro corpi. Corpi di persone, di vittime innocenti. Al di là della differenza di genere.

L’artista pone il pubblico nella condizione di provare quel disagio che ogni donna prova in una società che non le accetta, le nasconde. Nasconde la brutalità di ciò che ogni giorno sono costrette a subire, ritenute oggetti di e per il desiderio altrui, di e per il piacere altrui. L’opera di Margolles ci mette davanti al senso di colpa che si produce quando si fa avanti la consapevolezza di poter far parte di un meccanismo che vuole insabbiare, nascondere, cancellare il femminicidio sistematico ed “accettato” culturalmente. Perché è un meccanismo culturale, la cui tradizione popolare riesce “a trasformare in ornamento una tragica realtà quotidiana.”

Teresa Margolles “Il Testimone”, 2017 – Karla “La Borrada” (Hilario Reyes Gallegos, 1948-2015)

Il labirintico percorso si conclude poi con due fotografie e due tracce audio associate, attraverso le quali Margollers racconta le vicende drammatiche di due prostitute transessuali, vittime dell’odio di genere la cui morte, come quella di tante altre persone nella loro situazione, non conta, passa inosservata.

Teresa Margolles “Il Testimone”, 2017 – Oisiris “La Gata” (Luis Humberto Garcia Robledo, 1984-2016)






Uno splendido progetto espositivo, intenso e indimenticabile, curato da Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia, visitabile fino al 16 settembre presso la Tenuta dello Scompiglio a Vorno di Lucca.

Tutte le foto sono Courtesy dell’artista e realizzate da Rafael Burillo

SpacEARTH – The satellite photography | Quando il punto di vista dell’artista fa la differenza

E’ proprio vero che gli artisti sono sempre una voce fuori dal coro. Il loro punto di vista non si conforma né si adagia sulla convenzione. Un punto rosso nella grigia visione compositiva convenzionalmente accettata. Apre sempre la strada a nuove domande o scorge affascinanti visioni della realtà e introduce a un nuovo utilizzo degli strumenti che ormai fanno parte della nostra quotidianità. Il loro sguardo va oltre il veduto, per far emergere ciò che è latente in un’immagine apparentemente quieta e “esauritasi” nel momento della visione stessa. La loro è una visione privilegiata da una sensibilità che la distingue dalle altre nella percezione del quotidiano; il loro essere artisti si conclude, ma non si esaurisce, nella restituzione poi di questa visione attraverso nuovi media tecnologici ripensati come strumenti di lettura della realtà in chiave artistica.

Carloalberto Treccani “Travel around the world” 2010

Federico Winer “Timbuktu – ULTRADISTANCIA” Mali 2016

E’ il caso delle opere di sei artisti: Jenny Odell, Max Serradifalco, David Thomas Smith, Federico Winer, Stephen Lund e Carloalberto Treccani, presentate in anteprima internazionale dal curatore Maurizio Marco Tozzi in SpacEARTH alla LABottega di Marina di Pietrasanta, uno spazio espositivo che promuove la fotografia in tutte le sue declinazioni contemporanee. Quasi una ventina di fotografie risultato di una reinterpretazione artistica delle immagini fotografiche satellitari contenute negli archivi digitali di Google Earth. 

Jenny Odell “206 – Circular farms”, 2013 e “104 – Airplanes”, 2011

Ognuno di loro scopre e mette in risalto peculiari conformazioni terrestri, non che la loro bellezza, che solo con il mezzo satellitare è possibile osservare. Dalle immagini speculari dell’irlandese Smith ai collage dell’artista digitale Odell, che taglia e riorganizza immagini satellitari di Google Maps evidenziando le specificità del nostro ambiente artificiale; dagli alfabeti di Treccani, che esplora l’organizzazione del sistema del linguaggio in relazione alle tecnologie contemporanee; passando poi dalle alterazioni cromatiche dell’argentino Winer, con la serie fotografica ULTRADISTANCIA con cui esplora i confini, a volte superandoli, tra fotografia di paesaggio, geografia, urbanistica e arte digitale; alle figure realizzate attraverso i bike itinerary del canadese Lund per finire alle apofenie del paesaggio che caratterizzano le opere di Serradifalco, il primo fotografo paesaggista a realizzare reportage con l’uso di mappe satellitari su web. Affascinanti immagini che fanno vivere la sensazione di “telepresenza, quella che Lev Manovich definisce “il mezzo non per creare un nuovo oggetto, ma per accedervi, per allacciare relazioni, per osservare ciò che avviene in un luogo remoto”.”

Max Serradifalco “E-ART-H 5, Kazakistan” 2015

La mostra è inserita nella prestigiosa rassegna Seravezza Fotografia 2017, e sarà visibile fino al 14 maggio.

LABottega, Viale Apua 188, Marina di Pietrasanta (Lucca) | www.labottega.com

 

Il fiume come metafora per indagare la mutevolezza costante della vita | José Yaque a Villa Pacchiani per il progetto Know-how / Show-how | Santa Croce sull’Arno

Il fiume così uguale a sé stesso come entità ma sempre mutevole per via del fluire incessante verso il mare.

E’ il fiume, infatti, il protagonista della nuova mostra a Villa Pacchiani, “Alluvione d’Arno” di  José Yaque a cura di Ilaria Mariotti, realizzata nell’ambito del progetto Know-how / Show-how una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà*, il cui focus quest’anno si concentra su Santa Croce sull’Arno. Molti elementi e tematiche proprie della cittadina toscana hanno catturato l’attenzione e la sensibilità di José Yaque, perché affini con la ricerca dell’artista e già affrontati e declinati in essa. Uno di questi è proprio la presenza del fiume, intorno al quale si snoda gran parte della vita sociale ed economica della cittadina. 

Per l’artista l’unico elemento di continuità nella storia delle civiltà è il fluire continuo e incessante di vite, sempre diverse e che sono lette nel loro essere popolo, essere esistenza, essere parte di un tutto che lentamente, come il fiume, scorre.

Chi nasce e cresce in una città o in un paese dove scorre un fiume, lo sa. La presenza dell’acqua che scorre influenza la vita. La percezione del passare del tempo è diversa, il valore che si dà al tempo è diverso. Anche l’accumularsi di detriti intorno ai piloni o il loro depositarsi lungo le rive diviene significativo per la nostra percezione del vissuto.

“Ascoltavo continuamente il rumore del fiume. Sembrava che dicesse: io scorro sempre, senza fermarmi mai. Risuonava sonoro e costante, come una ninnananna capace di calmare l’inquietudine.” B. Yoshimoto in “Lucertola”

Il fiume dona alla città un cuore atipicamente pulsante che scandisce il ritmo vitale della comunità. Diviene metafora dell’incessante mutare, fenomeno costante della vita e dell’esistenza umana. Un fenomeno che per l’artista vale la pena studiare e rappresentare. La mostra è anche un’occasione per ripensare la vita degli oggetti e materiali, il loro recupero, e riflettere sull’idea dei rifiuti, diversi per territorio e quindi propri della sua identità. In tal senso José Yaque presenta, oltre una serie di dipinti e disegni realizzati nell’arco degli ultimi anni – courtesy della Galleria CONTINUA -, due grandi installazioni site-specific per gli interni e gli esterni del centro espositivo e un nucleo di disegni inediti legati a questo progetto. Due installazioni che danno il nome all’intera esposizione, “Alluvione d’Arno“, l’una all’ingresso della Villa, l’altra nella sala centrale dello spazio espositivo, che hanno preso forma grazie al rapporto che l’artista ha intessuto con la Waste Recycling, società del Gruppo Hera** durante la sua permanenza a Santa Croce sull’Arno.

Ciò che è il residuo delle attività umane viene letto, nel suo continuo scomporsi e ricomporsi, come il fluire incessante del fiume, che parla, al contempo, delle attività dell’uomo, dei suoi consumi, dei suoi scarti.

Una declinazione metaforica del fiume, dell’idea del suo fluire, del detrito che vi è immerso, del continuo cambiamento, dell’evento catastrofico che genera una nuova forma di bellezza, alla quale si rende concretezza con cumuli di rifiuti industriali divisi per materiale che permangono negli spazi di stoccaggio per breve tempo per essere continuamente smantellati e ricomposti dai nuovi arrivi. Un tassello ulteriore per la

costruzione e verifica di un immaginario incentrato sulla circolarità del movimento di cose, acque, materiali, energia.

Tutto questo si respira anche nel corpo dei due cicli di disegni inediti che creano un diretto parallelo con le produzioni appena precedenti dell’artista ed esposte nell’ala opposta della Villa. Le prime due sono incentrate sulle immagini fotografiche relative all’alluvione del 1966, raccolte dall’artista durante il suo soggiorno a Santa Croce sull’Arno: “Hasta las almas se disuelven en las aguas” e “Alluvione sull’Arno“; una continuazione ideale di segno e ricerca della serie di disegni e dipinti “Divenir” realizzati nel 2014  dove le strutture espositive di gallerie e musei divengono piloni di ponti attorno ai quali si accumulano detriti, rami, oggetti trasportati durante una piena e qui incagliatisi. Le opere d’arte esposte diventano elementi di arresto capaci di trattenere ciò che la corrente tende a trasportare via.

“Cuerpo sull’Arno” – fotografia b/n 2016

Immagini ambigue nascono anche nella serie fotografica “Cuerpo sull’Arno“, in cui il corpo dell’artista si confonde, quasi si fonde con il cumulo di detriti trasportati dal fiume e si incaglia fra i rami. In queste serie si restituisce il candore in cui molto spesso sono immerse le città sui fiumi, e quell’apparente quiete che aleggia quando si contempla il fluire incessante dell’acqua dal ponte sul fiume o dai muretti che costeggiano, tengono, segnano i suoi argini. L’acqua è un elemento mobile, sfugge agli ostacoli, si adatta continuamente seguendo un percorso in pendenza; sembra che ogni oggetto o detrito si abbandoni, come affascinato, al suo moto incessante, lascivo. L’acqua è potente, è una bella donna che passa senza voltarsi a guardare chi osserva rapito il suo passaggio magnetico.

Anche la serie di disegni “Puente de Santa Croce” del 2017, continua e si specchia nella serie di disegni e dipinti “Millennium Bridge” del 2013 che ha come tema il ritratto di ponti ed è legata all’esperienza precedente di Yaque nelle città di Londra e Varsavia. Due città attraversate da fiumi come Santa Croce, costruita sulla sponda del fiume Arno. I suoi ponti, come quelli delle altre città, sono luoghi privilegiati per “ammirare quietamente il passaggio del tempo”.

“I numerosi ponti e ponticelli dettavano una specie di ritmo e ponevano delle pause all’interno del panorama fluviale. Le persone erano infatti costrette a fermarsi e a confrontarsi con l’acqua. […] La gente, come ipnotizzata dall’acqua a volte limpida a volte torbida, spesso sembrava ipnotizzata.” B. Yoshimoto in “L’abito di piume”

“Swietokrzyski Bridge” 2013

“Grandi strutture che attraversano i fiumi nel paesaggio urbano – che dal mio punto di vista, sono le immagini più efficaci della metafora eterna del divenire dell’uomo e della civiltà […]” José Yaque

 

A conclusione del progetto “José Yaque, Alluvione d’Arno” per Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà”, sarà realizzata una pubblicazione della mostra, che avrà termine questa domenica, 2 aprile.

Portavoce della produzione creativa cubana a livello internazionale, José Yaque sarà uno degli artisti chiamati ad esporre all’interno del Padiglione di Cuba alla prossima Biennale di Venezia.

Progetto: dei Comuni di Pisa e di Santa Croce sull’Arno, realizzato nell’ambito di Toscanaincontemporanea2016 in collaborazione con GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana, Associazione Arte Continua, Gruppo Hera Waste Recycling, con la partecipazione di Camera di Commercio di Pisa, Accademia di Belle Arti di Firenze, Liceo Artistico Franco Russoli di Pisa e Cascina con il sostegno di Cassa di Risparmio di San Miniato

Sede espositiva: Villa Pacchiani Centro Espositivo, P.zza Pier Paolo Pasolini, Santa Croce sull’Arno, www.villapacchiani.wordpress.com, giovedì – domenica 16.00 / 19.00, ingresso libero; info: Comune di Santa Croce sull’Arno tel. 0571 30642; 0571 389853

*“Know-how / Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione / Sistemi di realtà” è il proseguimento di un percorso fortemente condiviso dalle amministrazioni comunali di Pisa e Santa Croce sull’Arno – e, in prima istanza, da GALLERIA CONTINUA e Associazione Arte Continua da sempre interessate alla relazione tra arte e territorio e fautrici della necessità di coinvolgere gli artisti in un percorso di riconsiderazione di questioni sociali – iniziato nel 2013 per costruzione di un modello d’intervento e di messa in relazione tra territori ed artisti internazionali.

**Un’azienda sensibile all’arte e alle pratiche artistiche che si colloca tra le più importanti e qualificate imprese nazionali che si occupano dello smaltimento dei rifiuti industriali e del trattamento degli scarti di lavorazione provenienti da numerosi cicli produttivi.

La lotta contro la censura in bilico tra tradizione e modernità | AI WEIWEI a Palazzo Strozzi

La sua arte incarna l’ideale di chi è contro la censura, di qualsiasi tipo, ed è a favore della libertà di espressione. Una delle personalità artistiche fondamentali del panorama contemporaneo. La ricerca dell’artista cinese Ai Weiwei si risolve in un dialogo costante tra elementi propri della tradizione cinese e elementi appartenenti alla modernità globale, che si tinge di forte impegno politico e di denuncia sociale da quasi venti anni, e che Palazzo Strozzi celebra con la grande personale “Ai WeiWei Libero”, visibile fino a domani 22 gennaio. Un linguaggio carico di simboli coinvolti nel gioco di incastri, sovrapposizioni, ripetizioni e, perché no, emulazioni alla pari, in cui si esaltano le reciproche caratteristiche estetiche e tecniche dei materiali, quando preziosi e quando poveri e semplici, che l’artista di volta in volta usa. 

 

Ciò che per me è importante mettere in evidenza sono la conoscenza approfondita della propria cultura messa in relazione a quella contemporanea, propria dei nativi digitali; la padronanza con cui, di entrambe, rimaneggia simboli, temi, tecniche e materiali e l’attenzione per un’accurata esecuzione, rivelando ai nostri occhi quando il sorprendente paradosso e quando il terrificante parallelismo concettuale, messo in atto dall’artista sempre in relazione con l’elemento materico fondamentale per l’intera lettura dell’opera.

 

"The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca"

“The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca” 2015

Grapes

“Grapes” 2013

Grapes

“Grapes” 2013

Vediamo per esempio “The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca” e “Grapes“. La prima è una complicata carta da parati, dalla lettura stratificata, dove si rintraccia il logo di Twitter e la figura dell’alpaca, coinvolti in composizioni caleidoscopiche insieme ad immagini di videocamere di sorveglianza, manette e catene. Il tutto a ricordare il periodo di detenzione di Ai WeiWei connesso proprio al fatto di essere un artista “scomodo” e più volte censurato dal Governo cinese per i suoi atti di denuncia quali sono ogni volta le sue opere. Non a caso il titolo dell’opera si riferisce a un modo di dire usato in Cina per evitare di essere censurati su Internet. La seconda invece riflette il carattere conservatore e ammiratore dell’artista verso la tecnica e l’armonia di tradizione cinese reinterpretata in un’opera di 34 sgabelli incastrati fra loro che diviene metafora della megalopoli contemporanea nella sua ripetizione del modulo iniziale in una struttura che sfida la gravità.

"Free Spreech Puzzle"

“Free Spreech Puzzle”

“Ruyi”

Proseguo col mettere in relazione due tipologie diverse di serie. Quella dei ritratti in LEGO, con cui l’artista opera una rilettura del Rinascimento italiano e di quelli che sono stati i volti dei dissidenti politici in tale epoca, un chiaro parallelismo a sé stesso e alla sua figura di artista impegnato e osteggiato; e la serie di oggetti in porcellana realizzati da artigiani di Jingdezhen (capitale di questo genere di artigianato), con cui l’artista unisce riferimenti di storia cinese passata e attuale a una tecnica antica e autoctona. Ne fuoriescono parallelismi e paradossi concettuali stupefacenti e taglienti. Free speech Puzzle è un’opera costituita da 32 tasselli relativi alle 32 province in cui è suddivisa la Cina, su cui è riportato dipinto a mano il motto “free speech”. Imitando la tradizione di scrivere sui pendenti il nome della famiglia in segno di buon auspicio, così qui la ripetizione del motto sia di buon auspicio per la Cina intera e i suoi abitanti. Ruyi, è un’altra opera realizzata con materiale e tecnica preziosi ma ciò che custodisce in sé è qualcosa di agghiacciante. Infatti l’artista reinterpreta, usando la porcellana, la forma del “ruyi”, un’antico scettro-talismano cinese, le cui parti non sono altro che interiora di pollo per riflettere sulla piaga del mercato degli organi umani di cui la Cina ha il primato.

"Selfie"

“Selfie”

"Selfie"

“Selfie”

Infine scendo negli spazi della Strozzina e ciò che mi colpisce molto è il progetto che dal 2009 l’artista cinese ha portato avanti, ovvero da quando il governo cinese ha oscurato il suo blog per aver pubblicato i nomi dei bambini morti nel terremoto del 2008. Passa così ai social media come Twitter e Instagram e i suoi post e foto diventano veri e propri interventi artistici, come la serie fotografica “Selfie“, che raggiungono migliaia di follower.

Come veri e propri lupi travestiti da agnelli, le opere di Ai Weiwei sembrano innocue a una prima lettura e visione, ma nascondono a pelo d’acqua “creature” sconvolgenti.

Tuono Pettinato | Car’Odiario

Testo critico di Alessandra Ioalé e Francesca Holsenn per la mostra personale di Tuono Pettinato a cura di ADIACENZE in occasione del Festival di fumetto BilBOlBul 2016 di Bologna

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Car’odiario, come posso raccontarti che la mia eccessiva bontà era diventata d’un tratto una presenza ingombrante? Come posso spiegarti che alla base della mia dannazione c’era la mia patologica incapacità di opporre un rifiuto a qualsiasi richiesta improbabile?

Queste le domande a cui Tuono Pettinato risponde con Car’odiario, la prima personale che mette in luce il lato oscuro dell’autore, diverso da quello che noi conosciamo, inedito, latente in alcune pagine dei fumetti prodotti negli ultimi anni.

Tuono Pettinato è un autore e fumettista italiano che si è sempre contraddistinto, nella scelta dei temi e nel modo di vivere la sua professione, per essere il paladino della dolcezza e del bene. Con il suo stile cartoon, sintetico e caricaturale, è, da sempre, colui che porta nel suo lavoro quella leggerezza colta che fa ridere amabilmente l’emisfero destro del nostro cervello.  Chi lo conosce lo sa. Ma quanti di voi si sono chiesti che cosa accade nelle viscere più profonde del nostro amato Tuono? Ebbene sì, esiste un lato oscuro, nerissimo, ancora poco conosciuto e che scalpita per essere messo a nudo.

Conoscendo l’autore e la sua passione per la cinematografia, tanto da esserne un cultore, riscontriamo nel suo originale approccio al genere fumetto una propensione alla narrazione di storie e biografie di personaggi illustri, assimilabile a quella cinematografica, non tanto nella costruzione del disegno, che è privo di orpelli inutili e annotazioni ambientali elaborate, quanto in altri elementi formali come la concezione delle inquadrature e il montaggio delle stesse, in cui la semantica di Tuono prende vita ed è organizzata. Il linguaggio dell’autore fa sfoggio di escamotage visivi e di un ricco e colto ventaglio iconografico, costruito per rimandi a film, libri e fumetti affini alla storia narrata. Nei fumetti di Tuono Pettinato, l’umorismo gioca con aneddoti, fatti bizzarri tratti dalla realtà storica, e con il sovvertimento di stereotipi legati al nostro immaginario. Ne emerge un autore consapevole del proprio tempo e innovatore nelle soluzioni visivo-narrative.

Quando l’autore veste i panni di biografo, la scelta delle scene da narrare e la caratterizzazione dei personaggi, studiata al fine di operarne un “abbassamento”, fa sì che le biografie di questi protagonisti della Storia, della musica e della scienza, scesi dal loro piedistallo e divenuti nuove icone popolari per avvicinarsi al pubblico – un Garibaldi che saltella invece di camminare, un Alan Turing vestito da Biancaneve, un Kurt Cobain trasmigrato concettualmente in un Calvin di Calvin & Hobbes – portino all’attenzione problematiche sociali e culturali che possono essere riferite alla nostra attualità. Quando invece Tuono è autore di storie di finzione attinge a piene mani dalla realtà, riproducendo in una narrazione d’invenzione dinamiche sociali e fatti di cronaca tipici del mondo contemporaneo rendendo il particolare ad uso dell’universale. Ed è il caso dell’ultimo suo libro, “L’odiario”, edito dalla casa editrice genovese Grrrz Comic Art Books, da cui prende le mosse questa mostra, tributo alla poetica di un autore che sa parlare del mondo che lo circonda.

La cultura mainstream insidia la nostra capacità di giudizio suggerendoci ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è bene o male, bello o brutto. E pilota i nostri sentimenti, anche quello dell’odio. Un odio cieco, ignorante, verso falsi pregiudizi, che viaggia nell’etere per poi traboccare urlante dagli schermi accesi ventiquattro ore su ventiquattro delle nostre TV e dei nostri PC, spegnendo il nostro senso critico. Un odio malato a cui va posto rimedio.

Se il fumetto, per Tuono Pettinato, “individua i mali e mette il lettore di fronte ai problemi”, Car’odiario è la diagnosi raffinata di un sentimento di rifiuto sano verso ciò che è davvero fastidioso, malato, ovvero verso tutto ciò che i mezzi di comunicazione di massa, i social network e quant’altro ci danno in pasto, e a cui siamo sottoposti giornalmente influenzando il nostro stile di vita, distorcendo la nostra percezione della realtà, mettendo in crisi i meccanismi del nostro vivere.

In modo colto e ironicamente elegante Tuono Pettinato ci introduce alla sua esperienza dell’odio, non solo come autore ma anche come persona che vive la sua quotidianità, in un percorso espositivo dove ciascuno è invitato a praticare questo sentimento di repulsione in modo diretto, onesto e, sì, anche interattivo.

Il percorso comincia con quella che si definisce l’”officina dell’odio”, dove il “notaio dell’odio” attende il visitatore invitandolo ad esternare il proprio sentimento di repulsione prendendone nota sul suo registro, in una performance uno a uno. Dopo la prima parte più psicologica rivolta all’ascolto, il percorso procede nella sala centrale dello spazio espositivo dove si apprezza la formalizzazione delle tematiche dell’odio attraverso l’esposizione delle tavole originali dell’autore. Queste ultime vengono, infatti, proposte come “isole” narrative in cui le tavole stesse, scelte ad hoc, sono raggruppate in modo granulare in piccole quadrerie. Geniali le didascalie: esse non hanno più una funzione informativa, ma piuttosto provocatoria, perché con queste l’autore suggerisce al pubblico il tipo di reazione da adottare.
Il cammino dell’odio finisce nella terza sala espositiva in cui vengono svelate le mappe concettuali. Con esse si invita lo spettatore a intraprendere il processo intellettivo/creativo che sta alla base della costruzione di alcune scene significative tratte dal libro, richiami colti a diverse sfere del sapere, stereotipi culturali, personaggi chiave dell’immaginario dell’autore, tutti che si ricollegano e concorrono alla struttura delle diverse tematiche dell’odio.

Sull’onda del Grand Opening. A Prato l’arte contemporanea è protagonista in fermento e intorno ad essa si fa network!

Nei giorni appena precedenti la grande riapertura del Museo Pecci, a Prato gli spazi indipendenti in cui l’arte contemporanea da anni è in fermento, grazie a giovani e instancabili artisti operanti sul territorio, o spazi più giovani, addirittura aperti in questa occasione, dove prendono vita forme contemporanee dell’arte nuove ed alternative, si sono coordinati, organizzati e impegnati al fine di sfruttare l’onda del Grand Opening e portare all’attenzione del grande e piccolo pubblico accorso i propri progetti, le proprie finalità e ricerche, insomma mostrare tutto quello che sta accadendo sul tessuto pratese, intessendo anche un network del contemporaneo presentato in questa occasione (.con contemporaneo condiviso).

Partiamo col SC17 (StudioCorte 17) di Via Genova, un’officina creativa, la vorrei definire, che da dieci anni è tenuta viva dall’artista Chiara Bettazzi insieme oggi agli artisti Massimiliano Turco, Gaetano Cunsolo, e alla sound performer Gea Brown. All’interno dello spazio si sviluppa il dialogo nato dall’incontro e dalla collaborazione tra gli artisti di SC17 e i tre artisti in residenza di Villa Romana 2016 di Firenze: Stefan Volgel, Nico Joana Weber e Jonas Weichsel che hanno visitato lo spazio questa primavera. Installazioni, sculture, video e progetti inediti o trasformati in qualcosa di nuovo, saggi di idee in divenire, che hanno preso forma nel confronto con questo luogo che al tempo stesso è spazio di produzione artistica ed espositivo della stessa ponendo così l’accento sulle molteplici possibilità e capacità estetico-espressive intrinseche al lavoro creativo quando posto in relazione a luoghi con una determinata vocazione. Ho trovato affascinante la ricerca e le opere di Chiara Bettazzi che ha presentato un’installazione di diversi pezzi scultorei, risultati di successive manipolazioni di opere precedenti con oggetti in ceramica di recupero poi lavorati singolarmente che ricomposti e rimontati interagendo con lo spazio hanno assunto una forma ancora diversa e nuova. 

STUDI - SC17+Villa Romana - Foto di Margherita Nuti

STUDI – SC17+Villa Romana – Foto di Margherita Nuti

STUDI-SC17/VillaRomana - Foto di Margherita Nuti

Chiara Bettazzi “Senza titolo” Installazione scultorea – Foto di Margherita Nuti

Chiara Bettazzi - Foto di Margherita Nuti

Chiara Bettazzi “Senza titolo” – Foto di Margherita Nuti

Massimiliano Turco - Foto di Margherita Nuti

Massimiliano Turco “Rizoma” – Foto di Margherita Nuti

Adiacente al SC17 si trova invece Artforms al cui interno ha inaugurato Preludio a cura di Matteo Innocenti. Una mostra di tre preziosi libri d’artista: “L’orizzonte degli eventi” di Emanuele Becheri, che mette a confronto disegno e poesia in reciproca ispirazione; “Volta” di Francesco Carone, che opera un’interpretazione del ciclo di affreschi di Gionne nella Cappella degli Scrovegni riportando sulle pagine bianche del libro solo le aureole dorate per mettere in rilievo l’elemento scultoreo della tecnica a fresco e enfatizzare l’armonia interna del ciclo pittorico; e “Taccuino” di Giovanni De Lazzari, pagine ripiegate su cui l’artista annota qualsiasi tipo di riflessione personale ricorrendo alla compresenza della parola scritta e del disegno. Dall’edizione unica di Carone a quella limitata a 50 copie di Becheri e quella ancora da pubblicare (non è certo) di De Lazzari, le tre opere possono essere il preludio inteso come qualcosa che si esegue insieme, un dialogo in tempo reale appunto tra i tre libri, che nel loro essere libro e opera insieme sviluppano relazioni di senso e concetto inedite e proprie della ricerca di questi tre artisti; ma possono anche rappresentare il preludio di una nuova storia ancora da narrare, quella latente in chi osserva i tre libri posti in un ambiente studiato per favorire la concentrazione e la lettura, e quella latente nella ricerca degli stessi artisti. Mostra visibile fino al 26 ottobre, Via Genova 17/8

Becheri Orizzonte degli eventi - "Preludio" @ Artforms - Foto Pamela Gori

Emanuele Becheri “Orizzonte degli eventi” – Foto Pamela Gori

Becheri "Orizzonte degli eventi" - "Preludio" @ Artforms

Emanuele Becheri “Orizzonte degli eventi”

Taccuino- Foto Pamela Gori

Taccuino – Foto Pamela Gori

Volta - Foto Pamela Gori

Volta – Foto Pamela Gori

Volta - Foto Pamela Gori

Volta – Foto Pamela Gori

Sono andata poi a visitare uno spazio un pò più centrale, quello MOO in Via San Giorgio 9A, che ospita l’opera installativa site specific “Cemento” di Franco Menicagli. Un’opera che invade completamente l’ambiente espositivo e mette in luce quelli che sono i vantaggi del costruire umano che inventa nuovi modi per unire materiali diversi e realizzare l’idea di una città che sale, ma esprime anche le problematiche di un’urbanizzazione in favore di una eccessiva cementificazione. Una doppia lettura dell’opera, complementare e contrapposta, che riflette il pensiero ambivalente dell’artista ed è riflessa nella struttura stessa dell’installazione, stabile e precaria, resistente e fragile al tempo stesso, composta da una costruzione di pilastri, simbolo del costruire moderno, realizzati con mattonelle di recupero che fungono da cassaforme, dai quali spuntano dei ferri; a questa si contrappone e si eleva una costruzione aerea di listelli di legno dalla forma sinuosa e flessibile che va a tangere e percorre tutte le superfici dello spazio. Quest’ultima parte del lavoro di Menicagli si costruisce in relazione all’ambiente che lo contiene, innescando un parallelismo diretto con il concetto di costruzione “vivente” all’interno del paesaggio in cui è inserita. La mostra resterà visibile fino al 2 dicembre. Purtroppo non ho fatto in tempo a visitare LATO in Piazza San Marco, l’altro spazio correlato a MOO, dove potrete visitare invece la mostra A place to be di Paolo Parisi.

Franco Menicagli "Cemento"

Franco Menicagli “Cemento”

Franco Menicagli "Cemento"

Franco Menicagli “Cemento”

Franco Menicagli "Cemento"

Franco Menicagli “Cemento”

Anche la galleria Die Mauer Arte Contemporanea coglie l’occasione per proporre le ricerche di tre artisti. Mi colpiscono le opere di Massimiliano Turco in “divenire” a cura di Alessandra Tempesti, che rappresentano alcuni passaggi avvenuti nel lavoro di ricerca dell’artista; l’atto creativo di Turco si traduce in un linguaggio di segni minimi e ripetitivi, ma non identici, rigorosi e sequenziali, che traccia prima sul marmo poi sulla carta e tornare alla superficie solida marmorea. In questi passaggi, l’incursione del gesto pittorico porta a un’ulteriore involuzione creativa del segno sulla carta che arrotolata su se stessa rivela la sua prossimità alla consistenza del marmo grezzo come il pezzo collocato lì vicino. Catturano la mia attenzione anche le opere su tela e tavola di Gianfranco Chiavacci in “La Grammatica della Macchina” a cura di Pietro Gaglianò

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Gianfranco Chiavacci

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Gianfranco Chiavacci

A questo corollario di spazi e relative mostre, si aggiungono poi i progetti realizzati ad hoc per l’occasione e promossi dallo stesso Centro Pecci, come “La torre di Babele“, una magnifica e suggestiva collettiva curata da Pietro Gaglianò all’interno degli spazi ex industriali delle Officine Lucchesi (Piazza dei Macelli), che ha l’obiettivo di ricomporre la geografia artistica delle gallerie d’arte contemporanea che da anni operano sul territorio toscano per diffondere una cultura estetica eterogenea. Ogni realtà facenti parte del circuito ANGAMC Toscana sono state invitate a presentare il lavoro di uno artista da esse rappresentato. Ventitre artisti, ventitre personalità dai Maestri del Novecento, dalla carriera già consolidata a livello internazionale, ad artisti più sperimentali della nuova generazione con un percorso di ricerca già consolidato e riconosciuto. Il tema della la Torre di Babele richiama la sfida dell’uomo nel superamento dei propri limiti per il raggiungimento di una visione comune. Un disegno più grande che contenga tutte le eterogeneità autonome, come quello del panorama contemporaneo dell’arte in Toscana che si ricompone attraverso i ventitre linguaggi artistici diversi posti nel percorso espositivo. La mostra resterà visibile fino al 6 novembre.

"Lap Dance" Francesco Carone presentato da Spazio A (Pistoia)

“Lap Dance” Francesco Carone presentato da Spazio A (Pistoia)

Particolare dell'installazione site specific "Lap Dance" di Francesco Carone

Particolare dell’installazione site specific “Lap Dance” di Francesco Carone

Carlo Colli presentato da Die Mauer Arte contemporanea

“Skin N125” e “Skin N124” Carlo Colli presentato da Die Mauer Arte Contemporanea Prato

Marta dell'Angelo presentata da Passaggi Arte Contemporanea (PI)

“Folata” Marta dell’Angelo presentata da Passaggi Arte Contemporanea (PI)

Ontani

“Martir Eros della morte dell’Arte” Luigi Ontani presentato dalla Galleria Santo Ficara

Sassolino presentato dalla Galleria Continua (San Gimignano)

“Nucleo” Arcangelo Sassolino presentato dalla Galleria Continua (San Gimignano)

Concludo in bellezza la mia giornata a Prato partecipando all’opening della mostra Inside Lottozero, con cui è si sono appunto inaugurate le attività di Lottozero, che si prefigura come laboratorio, spazio espositivo e molto altro ancora dedicato all’esplorazione dell’uso del materiale tessile nell’arte contemporanea. Tema quest’ultimo che lega le opere dei 13 artisti italiani ed europei invitati ad esporre, anche per la prima volta in Italia, per la mostra. Un opening della durata di 12 ore con live e sound performences che hanno coinvolto il pubblico in un’esperienza sensoriale a 360° dal tardo pomeriggio fino alla mattina del giorno dopo. 

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Claudia Losi

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Anna Rose

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Kathrin Stumreich – Fabricmachine, sound installation and live performance

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Virginie Rebetez UnderCover

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Aldo Lanzini – Performance delle maschere e dei costumi progettati dall’artista

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Sweetbread | New Lithography by Ugo Gattoni e Mcbess | Video

Sweetbread è il risultato della residenza artistica di una settimana tra Ugo Gattoni e Mcbess al laboratorio tipografico URDLA, che si trova a Villeurbanne. Per sette giorni, i due amici artisti hanno mangiato insieme, disegnato insieme, e insieme hanno creato questa litografia su pietra, prodotta da Sold Art Gallery, intitolata Sweetbread. Una bellissima occasione per Ugo Gattoni e Mcbess di immergersi e sperimentare uno dei principali temi delle loro illustrations – food.

Il progetto dei due artisti è stato quello di starsene isolati per una settimana, circondati da cumuli di cibo, creando un’opera insieme. Il cibo è una passione e una fonte di ispirazione per le loro illustrazioni. I due artisti, che vivono a Londra e Parigi, si incontrano regolarmente per cucinare, mangiare e condividere idee intorno al cibo. La residenza è stata l’occasione per andare più in profondità sul tema e scoprire Lione, nota per la sua gastronomia e i suoi prodotti locali. 

L’opera è la rappresentazione di un paradiso immaginario. Quello di Ugo Gattoni e McBess. Sweetbread è la matrice dei loro piaceri personali, sia fisici che intellettuali. Una scena surreale in un clima di festa, è il loro modo di ritrasmettere i momenti che hanno condiviso durante questa settimana di residenza.

Ugo Gattoni & Mcbess – Sweetbread

Original lithograph 1 colour Format: 56 x 76 cm Number of copies: 30 Signed and numbered by the two artists Printed on Velin paper with fringed edges, BFK Rives 250g/sq.m. (100% cotton)
Sold with a certificate of authenticity – www.soldart.com 

Graffiti Writing e Street Art. Quando l’arte diventa urbana e dalla strada va al museo

Testo critico a cura di Alessandra Ioalé per l’esposizione From Strip to Street, rassegna dedicata al fumetto e alla Street Art a Palazzo Marchesale di Arnesano (Lecce)

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A più di quaranta anni di distanza, il Graffiti Writing, la Street Art e i muri che hanno accolto e continuano ad accogliere queste due espressioni artistiche, esistono e vivono ancora fra di noi. Continuano, come hanno sempre fatto, a sorprendere, a scandalizzare, ad ammonire, a segnare e ad insegnare sulle nostre strade. Entrambi hanno origine sulla strada, alla fine degli anni ’60, per poi però svilupparsi in due direzioni diverse entrando a far parte oggi del più ampio movimento artistico chiamato Arte Urbana ed essere riconosciuti in tutto il mondo come i due nuovi movimenti artistici più importanti del XXI secolo.

Ciò che noi definiamo Graffiti Writing, è una delle quattro discipline della cultura Hip Hop, con codici e regole proprie basata sullo studio del Lettering, ovvero la sofisticazione della forma delle lettere, in combinazione con l’uso del colore a spray, che compongono la firma, la tag personale con la quale ciascun writer si distingue su qualsiasi superficie della città. Le tracce pionieristiche sono ad opera di Cornebread sul finire degli anni ‘60 a Philadelphia e di Julio 204 e Taky 183 nei primi anni ’70 a New York, città in cui il Writing diverrà una disciplina vera e propria toccando il massimo sviluppo negli anni ’80 grazie a personalità come Phase2, Seen, Futura2000, Rammelzee. In tale periodo infatti il sistema delle gallerie riconosce ad alcuni padri della disciplina lo status di artisti dedicando loro molte personali e collettive, non solo a New York ma anche in gallerie e musei europei. Oltreoceano, questa disciplina influenzerà moltissimi giovani del Vecchio Continente ponendo le basi per la nascita e la crescita di nuove e peculiari scene locali, come avverrà anche in Italia sin dai primi anni ’90.

Nel frattempo la strada vive “l’invasione” di un altro movimento artistico, che di lì a poco ne cambierà i connotati, conosciuto genericamente come Street Art, ma che in realtà racchiude in sé diverse forme della stessa espressione: Stancil Art, Sticker Art, Poster Art, fino ad arrivare al Wall Painting. Le prime testimonianze le abbiamo in Francia con i pionieri Ernest Pignon-Ernest e Zlotykamien negli anni ’60, ma solo negli anni ’80 il loro esempio è ripreso e sviluppato da Blak le Rat, Mesnager, Jef Areosol, Miss Tic e dalla successiva generazione di artisti ancora più audaci e sperimentatori. Negli Stati Uniti, l’esperienza di Keith Haring nella Metropolitana di New York è da ritenersi anticipatrice, sia dal punto di vista dell’attitudine che dei contenuti dei suoi primi “attacchi” nel 1981 ai billboard pubblicitari scaduti e oscurati da una pellicola nera, su cui l’artista interviene con il gesso bianco. A Providence in Rode Island, Obey aka Shepard Fairey realizza, nel 1989, la campagna di stickers “Andre the Giant Has a Posse”, che farà il giro del mondo negli anni successivi diventando un’icona-logo dopo aver abbreviato lo slogan in “OBEY”.

Un nuovo movimento che ha la stessa attitudine vandalica e illegale del Writing ma che non ha niente a che fare con il Lettering. Ad esso infatti si sostituiscono simboli e disegni, slogan ironici e irriverenti. Mentre il Writing è autoreferenziale, ovvero non ha l’esigenza di essere compreso dalla massa ma solo da chi ne fa parte, al contrario la Street Art cerca di comunicare ai cittadini nello spazio pubblico. Comunicare un messaggio semplice, diretto e immediato che utilizza, sovvertendoli, gli stessi codici della comunicazione massmediatica. Un messaggio di denuncia politica, economica e sociale per un’azione critica al sistema che tende a globalizzare e allo stesso tempo ad alienare. Con finalità e usi differenti, in entrambe riscontriamo però una forte influenza estetica tratta dal mondo dei comics e dell’illustrazione pop. Per quanto riguarda il Writing, quando le lettere cominciano a farsi più elaborate e complesse, i pezzi si arricchiscono di puppets o characters i cui tratti si ispirano ai personaggi di alcune strip, come quelle del fumettista underground degli anni ‘70, Vaughn Bodé. Per quanto riguarda la Street Art, gli artisti rovesciano il significato di alcune icone dei fumetti e dell’illustrazione di massa, manipolandone i tratti e riadattandoli ai loro slogan nello spazio urbano.

Intanto negli Stati Uniti, il crescente riconoscimento artistico di alcuni padri del Writing va invece di pari passo con la forte repressione del movimento, che tiene lontano i writers da treni e muri cittadini. I successivi anni ‘90 sono infatti anni duri per il Graffiti Writing, stimolando alcuni writers alla sperimentazione di nuove forme espressive alternative e a lasciare New York per cercare nuove scene in cui potersi esprimere. L’Europa diventa per loro il nuovo punto di riferimento, con la scena tedesca e francese che prosperano in questi anni. Il movimento subisce così una battuta d’arresto ma subentra una nuova generazione di artisti.

In accordo con ciò che già stava accadendo negli Stati Uniti e in Europa negli anni ‘80 e ‘90, anche in Italia, dai primi anni del 2000, assistiamo all’arrivo della Street Art e alla nascita della prima generazione italiana di street artists. Nelle città in cui è già presente una scena writing ben sviluppata, molti giovani writers, non riconoscendosi più nella disciplina, insieme a una nutrita schiera di artisti, provenienti da altre discipline accademiche, cominciano a sperimentare nuovi materiali e tecniche in strada. Pensiamo all’invasione di stickers di 108; ai poster di Ozmo e moltissimi altri a Milano; ai wall painting di Blu e Ericailcane a Bologna e di Aris in Toscana; agli stancil di Sten&Lex a Roma e quelli di Chekos in Puglia.

Negli ultimi anni in Italia, come nel resto del mondo, sia writers che street artist, della vecchia e della nuova generazione, spinti da una propria volontà artistica, proseguono la loro ricerca oltre la strada, oltre il muro pur mantenendo con esso un legame forte, per arrivare su tela e materializzarsi in scultura o in interventi e installazioni ambientali site-specific. In accordo con il loro background, sviluppano tecniche e linguaggi complessi, personali per una narrazione dei contenuti articolata su più livelli di lettura dell’opera. Sì sfumano così i confini tra writing, pittura, stickers art, stancil art, wall painting, una forma quest’ultima che oggi si è sviluppata moltissimo in tutto il mondo. Soprattutto grazie a progetti di promozione culturale o di valorizzazione e riqualificazione del territorio, finanziati da gallerie e privati o promossi da Associazioni di vario tipo, definendo così un sistema internazionale che contribuisce alla crescita artistica di molti autori, spinti a cimentarsi ora su muri di grandi dimensioni sperimentando nuove soluzioni per il proprio lavoro nello spazio pubblico. Artisti che oggi sono ritenuti esponenti dell’Arte Urbana italiana tra cui, oltre quelli sopracitati, 2501, Andreco, Etnik, Dado, Joys, Zed1, Giorgio Bartocci, Giulio Vesprini, Rae Martini, BR1, CT, MP5, SPAM, Wany e molti altri ancora.

Tutto ciò ha permesso la comprensione e l’assimilazione da parte del sistema dell’arte, istituzionale e privato, di queste due espressioni artistiche e dei loro autori, le cui opere fanno oggi parte di collezioni pubbliche e private.

“EMISSIONS” | Andreco per CHEAP Bologna | Video

Emissions” è il progetto site specific di poster art studiato dall’artista bolognese Andreco per il CHEAP Festival di Bologna a Maggio 2016. L’opera rappresenta la seconda tappa del progetto itinerante chiamato “Climate“, inaugurato a Parigi in concomitanza con COP21, attraverso il quale l’artista indaga i cambiamenti climatici e le principali cause dell’inquinamento antropico. Emission è stato studiato non a caso per i 250 m² di superficie del muro di cinta dell’Autostazione di Bologna, una tra le zone di maggior passaggio veicolare della città.

Il video mostra lo sviluppo narrativo dell’opera, che procede per simboli e si evolve su due filoni tematici che si intersecano, identificabili nel doppio binomio supporto/tecnica: da un lato la pittura su muro, dall’altro i poster affissi sui 43 billboard. L’artista racconta la storia delle emissioni la cui intensità si intensifica cartellone dopo cartellone, poster dopo poster. La lettura corretta dell’opera si ha partendo da Viale Masini, angolo Via Capo di Lucca, andando nella direzione della stazione dei treni. I primi due blocchi di parete, scandita dalle colonne portanti della pensilina, sono occupati da una nebulosa ascendente che fa riferimento agli inquinanti presenti nei gas di scarico prodotti dal traffico veicolare. Nel terzo blocco, il focus è invece posto sugli inquinanti che generano l’effetto serra. Successivamente, l’attenzione si sposta sull’inquinamento nel ciclo delle acque. Nei blocchi seguenti, appaiono funzioni che fanno riferimento alla percentuale di COin atmosfera, le curve mostrano in maniera simbolica il superamento del limite consigliato per limitare i cambiamenti climatici di 350 ppm (parti per milione) di CO2. A seguire altre funzioni fanno riferimento all’innalzamento delle temperature, le funzioni diventano quasi disegni astratti e da queste ultime si origina infine un ramo che prende progressivamente fuoco: le conseguenze dei cambiamenti climatici nel disegno si esprimono infatti da un lato negli allagamenti e dall’altro negli incendi.

Per un approfondimento sull’intervento artistico e vedere altre immagini, leggete l’articolo su URBANLIVES.IT 

Foto credits Cheap Festival

 

Barcellona custodisce una tag in un puzzle di 100 Persianas by MVIN | Video

 

Negli ultimi mesi, l’artista che si fa chiamare “vandalist” MVIN restando nell’anonimato, ha dipinto a spray nella completa illegalità (indossando un giubbotto giallo all’apparenza ufficiale per non dare nell’occhio alle forze dell’ordine) ben 100 saracinesche/serrande chiuse in giro per Barcellona. Nel loro insieme questi 100 pezzi ricostruiscono la tag dell’artista/writer.  E’ la tag più elaborata e grande al mondo mai realizzata, possibile da leggere soltanto ricostruendo il puzzle di fotografie delle 100 serrande postate sul profilo del progetto 100 Persianas. Altrimenti per chi si trovasse nella capitale catalana, può munirsi di buone scarpe da tennis e andare in giro a scoprire i pezzi e fotografarli attraverso la mappa che si trova postata qui (fonte della notizia) -> http://www.techinsider.io/mvin-artist-creates-giant-mural-in-spain-2016-6

Intervista a Chris “DAZE” Ellis per NOW and LATER @ Avantgarden Gallery Milan | Video

Videointervista a cura di Francesca Holsenn e Alessandra Ioalé, realizzata in occasione della prima personale milanese di Chris “DAZE” Ellis ad AVANTGARDEN GALLERY 

Montaggio video Davide Barbafiera

Testo critico della mostra di Alessandra Ioalé e Francesca Holsenn —> http://wp.me/P39IgZ-aZ  

NOW and LATER rimarrà aperta fino al 15 maggio 2016 presso Avantgarden Gallery, via Cadolini 29, Milano.

Photo courtesy by Avantgarden Gallery

Daze | Messaggi dalla metropoli

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Testo critico di Alessandra Ioalé e Francesca Holsenn per NOW and LATER personale di Chris “DAZE” Ellis ad AVANTGARDEN GALLERY – Milano

Maestro e rappresentante old school del Graffiti Writing di New York, sin dai primi anni ’80, Daze inizia il proprio percorso artistico portando lo studio del lettering nella dimensione pittorica del paesaggio urbano di stampo realista; andando oltre la strada e i vagoni della metropolitana per arrivare al lavoro in studio fino alle pareti di importanti gallerie e musei di tutto il mondo. Testimone del suo tempo, come un Virgilio contemporaneo narra una realtà parallela, diversa e opposta a quella delle higths newyorkesi. Ogni dipinto è un messaggio dalla metropoli che stordisce e sbalordisce raccontando quella realtà urbana, trascurata dalla pittura convenzionale, molto più agitata, aggressiva, difficile, in cui le persone vivono una propria normalità sopravvivendo al disagio con dignità e voglia di vivere la propria dimensione culturale. Quella parte di metropoli che in molti hanno vissuto ma che in pochi sono riusciti a tradurne l’atmosfera su tela. Un’atmosfera che si respira ancora nel Bronx e ispira quotidianamente Daze che, prima da writer e oggi da artista, porta avanti il suo lavoro nello studio aperto in questo stesso quartiere con il collega e amico Crash nel 1981. Dai lavori di esordio, quando per la prima volta nel 1981 espone al Mudd Club e alla galleria Fashon Moda per la sua prima personale nel 1982, a oggi le tecniche si sono affinate in un mix, tra pittura a spray, a olio, stancil e collage con cui restituisce quella forza espressiva, quella sensazione di movimento veloce e dinamico propri di un particolare racconto. Il racconto della strada, dei neighborhood poveri di New York, che solo pochi artisti come Daze sanno narrare, attraverso un repertorio iconografico personale sviluppato negli anni, proprio della disciplina del writing, che combina, unisce e adatta oggi a elementi e strutture compositive proprie della pittura di tradizione realista. Tutta una produzione di opere che vanno dalla citazione diretta del reale, a opere che stanno a metà tra la rappresentazione realistica del paesaggio urbano e una rappresentazione evanescente, onirica come la serie “Grey scale”. Serie quest’ultima in cui si avverte una tensione emotiva sottesa che fa dell’opera non più semplice documento del reale ma messaggio di uno stato d’animo, quello dell’artista di fronte a questa realtà disagiata. A rendere ciò è la contrapposizione di due forze interne all’impianto compositivo delle scene, quando squarciate dai treni della metropolitana o da strutture architettoniche caratteristiche, in cui vi sono innestati volti, per lo più accennati o concentrati sullo sguardo, dall’aria inquietante e premonitrice. Fino ad arrivare a lavori meno espliciti e più d’impatto, composti da immagini tratte direttamente dal suo background di writer, come le serie “Agenda” e “Geometrical”. Vediamo irrompere il wild style delle lettere e i vagoni della metro che s’impongono su sfondi a collages o dai colori accesi, quando non ben definiti e quando ripartiti in campiture geometriche precise, in accordo con una certa estetica pop propria dei suoi “pezzi” anni ‘80 più conosciuti. Con soluzioni personali, Daze uscendo dalla strada porta su tela il proprio realismo urbano contribuendo a quel racconto universale della metropoli contemporanea, e crea un ponte tra i sobborghi poveri della sua metropoli newyorkese e lo spazio immacolato della galleria.
Adesso come non mai, Avantgarden propone questa mostra al momento giusto.

Daze, già presente nella prima grande collettiva sui graffiti di New York mai realizzata in Italia in ambito museale: Arte di Frontiera. Da un progetto di Francesca Alinovi, lo ritroviamo presente, a distanza di trent’anni, nella grande e super contestata esposizione di Palazzo Pepoli, inaugurata da poco a Bologna. Avantgarden apre una finestra sulla ricerca attuale di Daze, ricollegandola filologicamente alle radici storiche del suo lavoro di artista proveniente dal writing.
Con Daze, Avantgarden ci riporta alle origini – sono infatti presenti in galleria foto risalenti ai primi anni Ottanta, a New York – e, attraverso l’esperienza dell’artista e la sua storia, riporta la discussione artistica e sociologica del suo lavoro all’oggi, nella convinzione che, per alcuni artisti, la storicizzazione è forse ancora prematura; perché è ancora tempo di studiare, conoscere profondamente e mostrare nelle strade, ma anche nelle gallerie, il lavoro di individualità che sono ancora in evoluzione.

NOW and LATER rimarrà aperta fino al 15 maggio 2016 presso Avantgarden Gallery, via Cadolini 29, Milano.

Photo courtesy by Avantgarden Gallery

“Promise” new wall by Giulio Vesprini for WöW Urban Art Project | Video

PROMISE, a street art intervention by artist Giulio Vesprini. The work has been created between the 5th and the 7th of February in “Piazza della Pace”, a multicultural working-class neighborhood in Terni, Umbria. The launch of the graffiti is schedule for Sunday the 21th of February at 4.30pm. It will be a collective celebration together with the artist himself and the community of Piazza della Pace. The artistic project comes to light thanks to the “Associazione Culturale Primavere Urbane” with the support of Terni Council, Ater, Asm spa and the cultural proposal of Valentino of Terni. “Primavere Urbane” chooses Piazza della Pace and the artist Giulio Vesprini as starting points for “WOW- URBAN ART PROJECT”.
“WoW” is the need to rediscover an own identity through astonishment. The urban fabric of our cities asks to be questioned and interpreted; in the streets, in the neighborhoods lurk micro worlds of realities which ask to be lived and watched. Art is the only means through which time and space can communicate, creating an urban pattern made by different and dynamic variables. “WoW” is a proposal, an attempt of interpretation, but also an empty wall where everyone is asked to impress those signs which in future will disseminate the story of our present. “WoW” has in fact come to life with an artwork named PROMISE, the promise that artist Giulio Vesprini makes to the city of Terni, a wish of continuity and aggregation aiming to transform Piazza della Pace in an outdoor work of art. The objective is to create a “piazza work of art”, made up by the exchange by inhabitants and artists: A place of identities and memories to take care of and from which restarting: Giulio Vesprini’s PROMISE embodies all this.
Born in Civitanova Marche in 1980, artist Giulio Vesprini defines himself an arch-graphic. Since 2007 he exhibits in national and international art galleries, always maintaining a close link with Urban Art. Since 2009 he curates “Vedo A Colori” an urban regeneration project set in Civitanova Marche. Artist Giulio Vesprini describes his project in Piazza della Pace as “An artwork characterized by two main compositions: A graphic source which encounters the gradual deformation of the theme of the circle and a source with botanical elements applied on top as a collage. This second source represents the revenge of nature over the excessive use of cement; Nature regains its own spaces. The graphic line gives equilibrium to the structure, highlights active urban movements and gives life and voice to an otherwise anonymous house. Stepping back from the graffiti you can see a heart, not as graphic synthesis, but as an organ. The artwork is signed with a progressive number and a keyword which in this case is PROMISE. There are several references connected to this name: the “promise festival” of Terni which starts exactly when the artwork is completed (7th February) and a street art promise made to the Terni people, a gift which talks about identity through colors”.

Video by LUCIO Desiati

CHANGES | MP5 per GRRRZ Comic Art Books

In occasione dell’inaugurazione della personale di MP5, “OF CHANGES”, alla Galleria Wunderkammern di Roma, sarà presentato domani in anteprima assoluta il suo nuovo libro d’artista, CHANGES, realizzato per la collana L’Invention Collective della casa editrice GRRRZ Comic Art Books. CHANGES è il complesso progetto di una delle autrici italiane più amate e conosciute a livello europeo, qui nella veste di illustratrice di sessantaquattro tavole, racchiuse in un cofanetto in edizione limitata, impreziosito dall’aggiunta di una serigrafia d’artista, liberamente ispirate al testo dell’I-ching, o Libro dei Mutamenti, il più antico manoscritto cinese sulla filosofia del cambiamento, conosciuto in Occidente come testo oracolare per la pratica divinatoria.

 

Da sempre è desiderio dell’uomo poter stabilire, individuare o contemplare, anche solo per un momento, quello presente in cui s’interroga l’oracolo, la traiettoria dei mutamenti che sottendono l’equilibrio energetico del caos e procedere più accorto sul sentiero incerto del proprio destino. Così come la vita di ogni uomo ha origine e termine nel cambiamento, anche la vita intrinseca alla poetica di un artista ha bisogno sempre di mutare per raggiungere piena maturazione.

 

Il titolo scelto per questa nuova avventura editoriale di MP5 pare quindi essere non solo indicativo del tema a cui ruota attorno tutta l’opera, ma suggerisce anche che qualcosa di nuovo è avvenuto nel percorso di ricerca dell’artista. I CHANGES di MP5 arrivano al cuore e all’occhio di chi le osserva come fucilate in bianco e nero per impatto e significato mettendo a segno un cambiamento necessario, naturale, consapevole cominciato su muro e oggi impresso sulla carta in accordo armonico con tutto il suo lavoro precedente.

In queste sessantaquattro tavole molti stilemi della sua poetica, sviluppati in anni di duro e continuo lavoro su muro, carta e tela, assumono un carattere nuovo, più deciso, concreto. Codici di un linguaggio figurativo che possiede, e ha sempre posseduto direi, in nuce una forza ed energia espressive capaci di attivare quella volontà di mutamento che permette di approdare a un nuovo livello di maturazione. Perciò se da una prima figurazione costruita in rapporto simbiotico con un’ambientazione convulsiva e caotica, in cui il nero era la fonte di creazione/azione, oggi l’autrice arriva a concentrare tutta la carica espressiva ed emozionale del suo linguaggio sulla figura umana che si staglia ora su di uno sfondo completamente bianco. Una figurazione generata nel segno di un bicromatismo tagliente, ora scevro da qualsiasi superficialità descrittiva lasciando spazio solo all’essenziale umano. Ora il nero è relegato alla sola funzione di contorno per contenere quella fluidità bianca delle masse corporee, delle consistenze materiche; il solco che fa emergere l’impronta del mutamento sulla carta bianca o diviene metafora dell’ignoto, dell’incerto da affrontare con umiltà e coraggio dell’anima sincera.

 

Un libro insomma che sancisce una svolta, un cambiamento di traiettoria di quell’inconfondibile binomio cromatico, compositivo e concettuale di MP5, che mostra il carattere potente della sua poetica anche sul bianco immacolato della carta. Come un dono l’autrice, non solo ci regala una ricca e personale narrazione visiva di uno dei libri oracolari più affascinanti e studiati al mondo, ma rivela ad ognuno le possibili traiettorie di mutamento del suo lavoro, che noi sapremo cogliere ed interpretare a seconda del nostro background esperienziale e di conoscenza della sua opera.

 

Chi voglia imbattersi nella temuta bellezza del caos mischi le carte e stia a guardare, consapevole però di non poter riportare le cose all’ordine di principio.

Fino al 20 febbraio il volume è in preordine nella libreria online della GRRRZ Comic Art Books in 66 copie con sconto early birds a questo link -> http://www.grrrz.com/prodotto/mp5-changes/

MP5GRRRZ Comic Art Books | Wunderkammern

Sybille’s bath by Ugo Gattoni for Sold Art Gallery | Video

Artista e illustratore, Ugo Gattoni presenta Sybille’s bath, la sua prima acquaforte realizzata sotto la supervisione dello stampatore Vincent Brunet dopo un soggiorno lavorativo all’URDLA, print shop di Villeurbanne in Francia. Edita in dicembre 2015 da Sold Art Online Gallery, questa onirica composizione si caratterizza per alcuni riferimenti all’anatomia della sua ragazza Sybille, nonché alle prospettive di Escher. Il video documenta il processo creativo di questa surreale incisione e mostra il know-how dell’artigiano stampatore.

Acquaforte, 30 copie.
Firmata e numerata dall’artista.
Dimensioni: 25,98 x 19,68 pollici (66 x 50 cm).
Stampato su 300g / mq BFK rives carta velina con frange ai confini (100% cotone).
Il certificato di autenticità è firmato dal artista e l’editor. 

Disponibile solo su soldart.com

Ugo Gattoni è nato nel 1988 a Vitry-sur-Seine (Francia). Dopo aver ottenuto una laurea in graphic design nel 2010, si è dedicato al suo grande progetto personale. Per sei mesi ha lavorato su un affresco alto 10 m e lungo 1,2 m realizzato con la penna a sfera, a cui è stata dedicata una mostra dal titolo “Ultra Copains” alla Galerie Surprise. Il lavoro di Ugo Gattoni si è distinto grazie a questo progetto e al suo libro “Bicycle”, pubblicato nel 2012 da Nobrow in occasione delle Olimpiadi di Londra. Ha collaborato con grandi brand come Hermes, Rolex, Pierre Frey, Ruinart, Céline e il New York Times. Il punto di partenza dei suoi disegni è spesso una storia, che si sviluppa per tutto il progetto. Ugo Gattoni fa sempre molta attenzione ai numerosi dettagli nei suoi disegni. Egli usa la sua immaginazione per dare vita a scene surreali che miscelano parti anatomiche, nature morte, architettura. Oltre alla carta, Ugo è un’artista curioso che lavora con altre tecniche e su altri materiali, con un particolare interesse per l’artigianato.

Press release • Ugo Gattoni - Sybille's bath-5

Press release • Ugo Gattoni - Sybille's bath-6

Video by Neutre – Ben Rch
Musica: This Patch Of Sky – Heroes And Ghosts

Photo credits: Nicolas Royol – ROYX

Kaos Temple project by OKUDA | Video

Il video mostra il work in progress dell’operazione che va a completare la trasformazione di una antica cattedrale abbandonata situata a Llenera in Astrurias (Spagna) in quella che è conosciuta inizialmente come Iglesia Skate dagli amanti dello skateboarding. Inizialmente riconvertita dal collettivo Church Brigade, a fine 2014 Okuda San Miguel entra in contatto con il luogo e vi immagina già quello che potrebbe essere il coronamento perfetto per la nuova Iglesia Skate. Ispirandosi alla sua iconica Kaos Star, l’artista ripensa questo spazio come un Kaos Temple. Con l’appoggio di Red Bull e dopo una campagna di crowdfunding attraverso Verkami, il 23 Novembre 2015 Okuda comincia a dipingere la chiesa e il 10 Dicembre 2015 viene nuovamente inaugurata con il nome di Kaos Temple, il nuovo tempio per l’arte urbana e lo skate. E’ l’intervento artistico più importante nella carriera dell’artista che ha portato l’arte urbana all’interno di un luogo caratteristico come quello di una chiesa. Un’intervento alternativo che ha fatto molto parlare promuovendo la possibilità di nuovi spazi per l’arte, soprattutto di questo tipo.

Oggi la chiesa è sempre aperta per gli skaters e gli amanti di questa nuova corrente artistica contemporanea. www.laiglesiaskate.com

Foto: Lucho Vidales | Video via Street Art News

BilBOlBul 2015. Un viaggio attraverso il fumetto d’autore

Ebbene sì, quest’anno mi sono decisa finalmente ad andare e perdermi nei meandri espositivi del BilBOlBul, il festival internazionale dedicato al fumetto d’autore, che ogni anno si svolge a Bologna dal 2007 a cura dell’Associazione culturale Hamelin. Come per le passate edizioni, un ricco programma non solo espositivo, ma anche di incontri con gli autori, workshop, e di proiezioni, accompagna il pubblico di qualsiasi età alla scoperta di questa affascinante e fresca disciplina, che nasce ibrida e sempre in evoluzione ponendosi aperta verso la sperimentazione di nuove forme di lettura/fruizione, di nuove tecnologie, di altri linguaggi artistici come il cinema d’animazione, assumendo quindi “forme sempre nuove e diverse, sia su supporto digitale che sul tradizionale supporto cartaceo”. 

Un programma che invita ad immergersi in quell’atmosfera magica di fermento creativo, a cui concorre certo la bellissima coreografia cittadina bolognese, in questo periodo avvolta dai profumi di castagne e pannocchie arrosto, agrumi e vin blulè, e da quell’aria natalizia che si respira sotto il portico monumentale della Chiesa dei Servi per la Festa di Santa Lucia, spandendosi poi per tutte le piazze, i vicoli, i passaggi e i portici storici, in cui sembrano nascondersi come pietre preziose le piccole e grandi nicchie della fermentazione fumettistica sorprendendoci appena ne varchiamo la soglia. Un festival la cui energia si concentra alla Biblioteca Salaborsa in Piazza Nettuno e coinvolge poi moltissimi spazi culturali, alternativi e istituzionali, gallerie, librerie, hotels, la Cinnoteca e il Cinema Lumiere.

Passeggiando (velocemente) quindi per la città e munita di guida ho cercato, nel breve tempo a disposizione e compatibilmente con gli orari degli spazi, di vedere la maggior parte delle mostre sparse, assaporando la magia generata dal dialogo intessuto nei diversi ambienti caratteristici dalle tavole originali o semplicemente la bellezza dei colori e dei tratti di quest’ultime messi in risalto da allestimenti minimali, e di cui vi parlerò brevemente attraverso le foto che sono riuscita a scattare.

 

Per una pausa pranzo, caffé o cena consiglio fortemente il multispazio ristorante/pasticceria ZOO dove sembra paradossale ma possiamo goderci “In forma!”, la mostra dell’ultimo lavoro dell’illustratrice francese Anne-Margot Ramstein dedicato allo sport, proprio mentre mangiamo un buonissimo bagel o una deliziosa fetta di torta fatti in casa e rigorosamente bio! Una riflessione sulle relazioni che intercorrono tra corpo, movimento e spazio durante l’attività fisica, attraverso le forme e i colori che delineano la composizione dei corpi delle serie di figure sportive precise.

37_Anne-Margot Ramstein

42_Anne-Margot Ramstein

43_Anne-Margot Ramstein

 

All’Accademia di Belle Arti troviamo invece A tratti, la mostra principale del Festival dedicata al fumettista riminese classe ’71, Giacomo Nanni, ripercorrendo l’evoluzione stilistica di un autore sperimentatore del linguaggio del fumetto, dell’illustrazione e dell’animazione nel segno della sintesi formale e compositiva. Troviamo tante serie di tavole originali dai primi racconti pubblicati da Canicola e dopo Coconino come “Cronachette”, passando per lavori recenti come “Vince Taylor n’existe pas”, fino ad arrivare alle tavole esposte per la prima volta, dell’ultimo suo lavoro “Prima di Adamo” nuovamente per Canicola.

34_Giacomo Nanni

 

Una intima e delicata esposizione quella delle tavole originali di “Wislawa Szymborska. Si da il caso che io sia qui”, il nuovo lavoro della fumettista toscana Alice Milani fresco di pubblicazione per BeccoGiallo, a Les Libellules. In queste piccole tavole, giustapposte a parete omaggiando quelli che erano i divertenti e surreali collages della poetessa premiata con il Nobel nel 1996, Milani sfodera tutto il suo estro compositivo e coloristico per coinvolgerci nel suo racconto biografico attraverso una narrazione per ambientazioni di vita pubblica e privata ricche di particolari descrittivi affascinanti. 

28_Alice Milani

 

29_Alice Milani

 

Ma passiamo adesso a farci un giro illustrato di Bologna, Tokyo e Lisbona nelle pagine dei diari di viaggio di Sara Menetti, del collettivo Mammaiuto, esposte a formare un’ideale itinerario a parete per conoscere le persone, i luoghi e le usanze caratteristici di queste tre città affascinanti attraverso le esperienze catturate dall’occhio attento di questa giovane fumettista e illustratrice bolognese e ritrasmesse col ritratto fresco e rapido dello sketch. La mostra a cura di dell’associazione culturale Kunstrasse è visibile fino al 13 dicembre alla Mirò Art Gallery.

Sara Menetti - Bologna

Sara Menetti – Bologna

 

Sara Menetti - Lisboa

Sara Menetti – Lisboa

 

Arriviamo poi alla strada che fa angolo con Strada Maggiore per incontrare lo Spazio & in cui sono esposte serie e serie di tavole e disegni originali dei tre autori di punta della Casa Editrice Breakdown Press di Londra, il fumettista francese Antoine Cossé conosciuto per il suo graphic novel “Mutiny Bay, l’inglese Joe Kessler, cartoonist e art director della Casa e autore di “Windowpane” e Richard Short conosciuto soprattutto per le sue strisce a fumetti sul gatto Klaus di cui è uscito “Klaus Magazine 1”. Tra le più importanti case editrici inglesi è anche tra le più in fermento del panorama indipendente britannico non solo producendo materiale di giovani e promettenti autori dallo stile innovativo e traducendo in inglese alcune tra le opere più importanti manga gekiga ancora inedite in occidente, ma anche organizzando il Safari Festival di Londra.

 

Ho concluso il mio viaggio godendomi una super retrospettiva del grande Magnus, il maestro del fumetto scomparso nel 1996 celebrato alla Fondazione del monte di Bologna e Ravenna in “Magnus e l’altrove. Favole, Oriente, Leggende” con una serie di tavole originali tratte dalle sue opere meno conosciute. Dalle prime illustrazioni degli esordi alle tavole delle saghe “I briganti”, “Le femmine incantate” e delle serie come “Le 110 pillole” e molte altre ancora.

Magnus e l'altrove - Le 110 pillole

Magnus e l’altrove – Le 110 pillole

“Magnus ha attraversato (e spesso mescolato) il nero e il comico-grottesco, la spy-story e l’avventura, il giallo e la fantascienza, il fumetto giornalistico “di realtà” e la favola orientale, l’erotico e il pornografico, il folklore dell’Appennino emiliano e il western: una varietà impressionante di geografie e generi del racconto popolare, interpretato di volta in volta con altrettanta poliedricità di stili grafici. […] Cifra comune della vasta produzione di Magnus è la ricerca di un Altrove, la dimensione senza tempo dell’Avventura, dove portare il lettore con la potenza affabulatoria del disegno e del racconto (“Bisognerebbe – diceva l’autore – scrivere con il compasso e disegnare col vocabolario”). Sempre in bilico tra un minuzioso realismo e la deformazione ironica del segno grottesco, nei suoi fumetti Magnus fa convivere in una sintesi perfetta mondi a volte lontanissimi.”

E con uno dei miti del fumetto italiano chiudo questo mio recap.. e al prossimo BilBOlBul!

 

La nascita di un’opera. BerlinoNowHere by Anna Capolupo | Video

Anna Capolupo. BerlinoNowhere - inconscio metropolitano vol. 2

È sempre affascinante vedere un artista al lavoro e scoprire le varie tecniche che si stratificano una sull’altra per dare vita a un’opera d’arte tanto complessa quanto viva.Grazie al video NowHere, realizzato da Irene Sonnati con le musiche di Gioacchino Turù e Vanessa V, potete seguire la nascita e lo sviluppo di una delle 17 opere che compongono la mostra BerlinoNowhere, dell’artista Anna Capolupo. La mostra è aperta dal martedì al sabato, dalle 14:30 alle 19:30, fino al 28 novembre.Per maggiori info: http://www.bugartgallery.com/?page_id=52

Pubblicato da Burning Giraffe Art Gallery su giovedì 19 novembre 2015

Il video documentario NowHere ci catapulta nell’affascinante mondo creativo dell’artista di base a Firenze, Anna Capolupo, per scoprire la costruzione di tutto il suo linguaggio visivo, la via di sviluppo che prende ogni tecnica usata sulla tela e come su questa rivive la restituzione soggettiva dell’atmosfera sfuggevole in cui sono avvolti i caratteristici scorci urbani di Berlino. La realizzazione di in una delle opere all’interno della mostra personale BerlinoNowHere- inconscio metropolitano Vol.2 alla Burning Giraffe Gallery di Torino, visibile ancora fino a Sabato 28 Novembre.

Video realizzato da Irene Sonnati | Musiche di Gioacchino Turù e Vanessa V

www.bugartgallery.com

INSOMNIA new wall by SatOne in Mannheim (DE) | Video

Il nuovo video del murales realizzato in ottobre a Mannheim dall’artista tedesco Rafael Gerlach aka SatOne dal titolo “Insomnia” per il progetto Stadt.Wand.Kunst in collaborazione con Montana Cans. Attraverso il suo stile inconfondibile e rivoluzionario nell’ambito del post-graffitismo, che si costruisce per elementi geometrici astratti dalla realtà urbana definiti in una composizione cromatica studiata fin nelle minime sfumature, SatOne in dialogo con le architetture circostanti riesce a dare alla facciata cieca un nuovo senso, più visionario e d’impatto per scuotere e andare oltre l’ordinarietà visiva di un intero quartiere, in questo caso del distretto di Neckarstadt in cui è collocato il palazzo.

Photo by MONTANA-CANS / Manuel Wagner & Frank Bässler

Video by Christian Brand

SatOne: www.facebook.com/satone.satone.satone
Stadt.Wand.Kunst: www.stadt-wand-kunst.de

HERAKUT for Street Heart Project Rome | Video

“Nei nostri momenti di bisogno ci affidiamo alle persone come famiglia, sarebbe bello se potessimo ricordarci di questi legami anche nei momenti di forza”. Herakut.

Il duo tedesco, Herakut, dopo la loro incredibile mostra a Roma, Santa Miseria, alla Galleria Varsi, realizzano questo muro strabiliante a Torpignattara per STREET HEART PROJECT, a cura di Marta Gargiulo, Massimo ScroccaMarco Gallotta. WWW.STREETHEARTPROJECT.COM

“In our moment of need we rely on the family of humans. I wished we could remember these family bonds in our moments strength” Herakut.

The german duo Herakut after their incredible show in Rome, Santa Miseria, at the Varsi gallery left this strabiliant wall in Torpignattara for STREET HEART PROJECT, curated by Marta Gargiulo, Massimo Scrocca and Marco Gallotta. WWW.STREETHEARTPROJECT.COM

VIDEO PRODUCTION
Blindeye Factory
MUSIC
Bob tha Funk – Dreamz
WWW.BLINDEYEFACTORY.COM

www.herakut.de

Cover article credits © BlindEye Factory

from Stokholm with Love | Part 2: Moderna Museet

Se la scorsa settimana vi ho introdotto alla mia esperienza a Stoccolma parlandovi del Fotografiska, uno dei più grandi e importanti centri museali per la fotografia contemporanea, oggi vi parlerò invece del Moderna Museet, il museo d’arte contemporanea della capitale svedese fondato nel 1958. Oggi, nella sua nuova veste firmata Rafael Moneo e aperta al pubblico nel 2004, è un gioiello incastonato sulla piccola collina dell’isola di Skeppsholmen che ho potuto visitare usufruendo dell’entrata gratuita del Venerdì! La sua collezione permanente spazia da Picasso e Braque a Dushamp e Man Ray, da Salvador Dalì a Lioubov Popova, Vladimir Tatlin, Max Ernst per concludersi con Andy Warhol, le sculture di Niki de Saint Phall in giardino, Pollok, Caroleen Schneemann, On Kawara e molti altri ancora. Parallelamente il Museo organizza anche mostre temporanee di alto livello qualitativo ospitando personali e collettive che ogni volta aprono uno squarcio sullo stato attuale della ricerca artistica o forniscono letture diverse ed alternative sulla storia dell’arte contemporanea internazionale.

"After Babel" Moderna Museet

“After Babel” Moderna Museet

La prima che mi ha colpita è After Babel a cura di Daniel Birnbaum e Ann-Sofi Noring una grande mostra collettiva in cui il comun denominatore degli artisti coinvolti è quello di costruire ponti tra le tante lingue che fanno parte dell’arte contemporanea e i continenti, creando un’arte che prende sostentamento da queste traduzioni e salta tra le lingue.

"After Babel" Moderna Museet

Paul Chan, The body of Oh hO (truetype font), 2008 in “After Babel” Moderna Museet

Ci sono momenti nella storia dell’uomo in cui si attua una trasformazione resa evidente a tutti attraverso una serie di eventi che interagiscono tra loro. L’anno 1989 segna una di queste trasformazioni. Nel 1989 ha inizio una rivoluzione che porterà a un nuovo ordine mondiale, a noi comprensibile solo se consideriamo tutti gli eventi politici accaduti nel mondo e che hanno introdotto l’umanità in quella che noi definiamo era globale, in cui nessuna preoccupazione è stata più locale. La caduta del muro di Berlino non era solo un problema tedesco o europeo, il massacro degli studenti manifestanti guidati in piazza Tiananmen a Pechino ha avuto conseguenze ben oltre i confini della Cina. E così via. Questi eventi, che hanno reso il 1989 un anno particolarmente drammatico, hanno influenzato il clima politico di tutto il globo. Per il mondo dell’arte, il 1989 ha segnato un momento di espansione, ci si avventura verso un nuovo tipo di mostra che va al di là dell’eurocentrismo. Ma soprattutto il 1989 è l’anno in cui il fisico Tim Berners-Lee formula il primo progetto per l’interconnessione di un sistema di documenti in una rete in tutto il mondo tramite collegamenti ipertestuali; una nuova idea che cambierà radicalmente la vita sociale mondiale, ben presto nota con la sigla WWW., rivoluzionando la distribuzione del sapere di arte, letteratura e musica in tutto il mondo.

Sono state date molte interpretazioni alla questione sul nuovo ordine mondiale, ma quella che gli artisti hanno dato è stata una delle loro più grandi sfide affrontate scegliendo di considerare l’umanità globale non come composta da persone raggruppate in civiltà ben definite, ma un grande insieme in cui ogni individuo è visto come un microcosmo infinitamente ricco, ognuno modellato dalle idee, sogni e fantasie proprie, rifiutando la catalogazione in categorie già pronte.

Installation view. After Babel – Poetry will be made by all. Moderna Museet, 2015 © Photo: Åsa Lundén/Moderna Museet

Installation view. After Babel – Moderna Museet, 2015 © Photo: Åsa Lundén/Moderna Museet

"After Babel" Moderna Museet

Installation view. “After Babel” Moderna Museet

Da questo presupposto sono state create moltissime opere, alcune delle quali sono all’interno di questa mostra in cui vediamo collocata al centro dell’enorme spazio espositivo una torre in cui si esprime tutto il concetto sviluppato da Simon Denny in collaborazione con Alessandro Bava. Una Torre di Babele la cui struttura rende tangibile e percorribile un’idea alla quale fa capo un mix di molte opere diverse di autori esponenti delle avanguardie storiche ed autori contemporanei, esposte alle pareti della Torre tappezzate di slogan degli anni ’60 spruzzate a spray come i graffiti di oggi. In un’epoca in cui la poesia è scritta e prodotta “on demand”, la Torre fulcro della mostra, diventa un luogo per la lettura, la discussione e la conversazione, attorno alla quale si raggruppano poi le opere degli altri artisti coinvolti, George Adéagbo, Etel Adnan, Kader Attia, Yael Bartana, Paul Chan, Rivane Neuenschwander, Michelangelo Pistoletto e Haegue Yang. After Babel funge da hub per questa costruzione di ponti tra lingue, tradizioni e continenti in cui le opere poliedriche degli artisti creano nuovi significati e aperture su un mondo più vasto.

"Fantasma" Adrian Villar Rojas Moderna Museet

Dalla serie Pedazos de las personas que amamos – La torta 2007 in “Fantasma” Adrian Villar Rojas Moderna Museet

Successivamente sconfinando per così dire nelle altre sale, mi sono ritrovata davanti all’installazione di Adrian Villar Rojas, “Fantasma” che da il titolo a tutta la sua personale curata da Lena Essling. Per la prima volta in mostra in Scandinavia, l’artista argentino è conosciuto per le sue opere site-specific costruite in loco grazie a un team nomade di artisti ed artigiani. Installazioni monumentali, realizzate in argilla cruda o altri materiali organici, come il muschio o la frutta, a cui integra oggetti prelevati dalla cultura quotidiana moderna come computers, sneakers, posate o tablet, che già alla nascita hanno una radicale ed intrinseca conclusione: germogliano, cambiano e si disintegrano. Sono la rappresentazione di mondi a noi sconosciuti in cui tutto si catalizza intorno al concetto di Tempo, per cui tutta la materia reagisce e cambia, essenziale nell’intera ricerca di Villar Rojas. 

Infatti scrive la curatrice, “undoes the notion of the finished, completed work. His objects embark on a movement towards dissolution the moment they are created, yet can be seen as something entirely new in every phase. Another kind of alchemical process is also at play here, transforming the simple materials into precious objects“.

Fantasma riguarda vari aspetti della memoria e dell’assenza ripercorsi e mostrati in un ambiente museale particolare dai caratteri distintivi di un mausoleo, con le sue dimensioni surreali e la luce artificiale, con camere sigillate e vicoli ciechi, sia spaziali che ideologici, in cui vi è immersa una collezione di oggetti rari in metamorfosi. Al centro dell’esposizione c’è un’esplorazione della memoria circostante, in cui ogni opera può essere intesa come un dispositivo di registrazione, una traccia delle sue esperienze, ma anche la sua scomparsa. Come dar torto a un artista che vede i propri progetti artistici scomparire, distruggersi, ridotti soltanto a ricordo attraverso la loro documentazione. 

"Fantasma" Adrian Villar Rojas Moderna Museet

“Fantasma” Adrian Villar Rojas Moderna Museet

La mostra si apre con due monumenti: il David di Michelangelo a Firenze e il monumento di Colombo a Buenos Aires recentemente demolito, posti in uno spazio negativo. Poi una torta posta in una grande teca sigillata e illuminata, una delle poche opere chiave recuperate nella produzione dell’artista risalente ad una sua prima installazione, è un monumento personale di tipo diverso ma inevitabilmente nello stato di declino. Poi improvvisamente mi ritrovo davanti a grande piano rialzato che domina tutta la galleria più grande; come su un podio, che sfida la visione dello spettatore, una coreografia di oggetti rari, quasi impossibili da classificare, coinvolti in un percorso verso la dissoluzione del processo alchemico nelle cui diverse fasi qualcosa di completamente nuovo si crea trasformando i materiali semplici in oggetti preziosi.

Più informazioni quì -> http://www.modernamuseet.se/

from Stokholm with Love | Part 1: Fotografiska

In Agosto ho visitato finalmente una delle più affascinanti e suggestive capitali europee, Stoccolma. Città dei Premi Nobel e dal 2010 Capitale Verde d’Europa, coi suoi parchi bellissimi, un’attenzione e rispetto per l’ambiente ineguagliabili e un’acqua potabile così pura da divenire elisir per i viaggiatori. Definita “la Venezia del Nord”, coi suoi fiordi e canali che mi sono divertita a percorrere in battello per raggiungere le principali isole su cui è costruita la città, detiene anche il titolo di capitale del design capace di influenzare le nuove tendenze artistiche europee – basti pensare che la metropolitana, Tunnelbana, è un vero museo sotterraneo dove artisti e designers sono intervenuti reinterpretando ogni stazione a tema. Una città con un’offerta culturale ampia che dimostra lo studio e l’attenta analisi su quelle che sono le discipline più in fermento e le ricerche più significative del panorama artistico contemporaneo locale e internazionale.

In tutto ciò sono rimasta colpita dal Fotografiska, a cui dedico questa prima parte di reportage. Centro museale per la conoscenza e la diffusione della fotografia contemporanea, con le sue grandi ed eterogenee esposizioni, ricche di opere, organizzate nelle ampie sale sui due piani del complesso di un ex dogana mercantile in mattoni rossi in stile Art Nouveau, che si affaccia sul Saltsjön e da cui è possibile godere del paesaggio della costa opposta punteggiata dalle luci della città e del grande Luna Park Tivoli.

Inez & Vinoodh Pretty Much Everything 2015

Inez & Vinoodh Pretty Much Everything 2015

Inez & Vinoodh Pretty Much Everything 2015

Inez & Vinoodh Pretty Much Everything 2015

Una delle mostre che mi ha lasciata per ore senza fiato è quella dedicata all’opera dell’ormai duo fotografico più conosciuto al mondo per aver immortalato celebreties della musica, del cinema e della moda collaborando con le maggiori riviste di settore, Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin. Talento riconosciuto ed apprezzato proprio per il carattere innovativo, eccentrico, trasgressivo e d’impatto di ogni loro scatto e oggi anche dei loro video, sviluppando un repertorio preciso ed insolito di pose, che grazie alla sperimentazione di nuove tecniche restituiscono un’estetica elegantemente perfetta, a metà tra il bello e l’assurdo, qui presentata alle pareti della mostra Pretty Much Everything 2015 attraverso un’ampia e variegata sequenza di ritratti artistici.

Inez & Vinoodh Pretty Much Everything 2015

Inez & Vinoodh Pretty Much Everything 2015

Ogni ritratto è arricchito dall’inserimento di un particolare artistico che abbellisce o interagisce con il soggetto influenzandone l’atmosfera evocativa talvolta di uno stato d’animo. Gli artisti creano un contesto, una messa in scena che coinvolge i soggetti e il loro lavoro, suggerendo allo spettatore indizi per decifrarne il contenuto. Gli scatti in mostra appaiono come pezzi di un puzzle d’immagini e simboli, senza soluzione perché il fine è lasciarsi andare con l’immaginazione in quei microcosmi sperimentando in modo diverso a seconda delle proprie conoscenze e backgrounds. Un’esperienza estetica esaltante di viaggi immaginari attraverso le bizzarre scelte compositive di colori, simboli, disegni e quant’altro. La fotografia diventa un documento che rimane nel tempo e si deposita nella memoria di ognuno di noi, e ogni essere umano che si pone davanti al loro obiettivo non può che diventare eroe all’istante.

Nel 2010 poi il duo introduce nel proprio lavoro la telecamera RED, arrivando naturalmente alla decisione di girare film per quasi ogni servizio fotografico da realizzare. Ed è in questo modo che il loro “Bodylanguage” unico e sovversivo ha aperto al cinema e alla moda un nuovo universo di possibilità espressive innovative.

http://fotografiska.eu/

 

 

 

“Untitled” installation by Carlo Galli for Alternate Residency in Brooklyn NY | Video

“Deconstruction tape” is a short movie about the disassembly part of the installation “Untitled” by Carlo Galli in Brooklyn NY during the Alternate Residency. The installation is made by adhesive dangerous tape. The modules repeated on the surface of the studio, overlaying and aligning the two colors (red and white) in wich the tape is made of, are circumscribed squares one to each other creating a hypnotic effect. The material keep his meaning as delimitation and prohibition, it strengthen the concept of the installation.

“Deconstruction tape” è un video che documenta la fase di smontaggio dell’installazione “Untitled” realizzata da Carlo Galli durante la residenza Alternate Residency a Brooklyn NY. L’installazione è realizzata con nastro segnaletico adesivo. I moduli ripetuti sulla superficie dello studio, sovrapponendo e facendo coincidere le linee per qualità cromatica, sono dei quadrati bianchi e rossi che si circoscrivono l’uno con l’altro creando nell’insieme un effetto ipnotico. Il materiale che ho utilizzato porta con se il significato diretto di delimitazione e proibizione incidendo concettualmente sul risultato finale dell’ installazione.

Video by Sasha Cesana

For more infos about the artist -> http://www.carlogalli.it/

Rigorosi, rigolards… Chiavacci e Morellet in rigoroso e ludico confronto a Prato

Due figure importanti nel panorama italiano, francese e internazionale dell’arte contemporanea quelle di Gianfranco Chiavacci e François Morellet per la prima volta in dialogo tra loro all’interno della mostra “Rigorosi, rigolards…“, ospitata in due spazi a Prato: Artforms, giovane associazione inaugurata questa estate, e la Galleria Die Mauer. Entrambi infatti pur avendo fatto esperienze artistiche simili e percorso le stesse strade non si sono mai realmente conosciuti, mai direttamente influenzati. Eppure, da ciò che ho potuto vedere, la loro ricerca ha molti punti di contatto. Il toscano Chiavacci studia, crea e formula in sordina sviluppando un linguaggio geometrico astratto dalla linea minimale; più celebrato e conosciuto invece Morellet, tra i primi esponenti dell’astrazione geometrica francese e fondatore del GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visual), che si è interessato alle possibilità espressive del “movimento” nell’arte cinetica accostandosi alle ricerche degli italiani del Gruppo T, Gruppo N e Bruno Munari. Il 1963 è però un anno fatidico per le loro ricerche. Infatti influenzati dalla tecnologia, che in quegli anni fa la sua comparsa, il primo persuaso dall’utilizzo degli elaboratori elettronici, inizia la sua ricerca sul sistema binario basato sui bit, mentre il secondo decide di far uso di materiale tecnologico e inizia a realizzare le sue prime opere al neon.

 

Un percorso espositivo itinerante ed interattivo quando dagli spazi bianchi e caratteristici della Galleria passiamo a quello unico, lineare ed ex-industriale dell’Interno 8 che si presta a un gioco compositivo del quale il visitatore è protagonista attivo avendo la possibilità di spostare alcuni dei parallelepipedi/espositori, in cui sono racchiuse singolarmente le opere grafiche selezionate, e porli vicino ad altri fissi nello spazio così da stabilire un rapporto diretto tra le opere di entrambi gli artisti e scoprirne inaspettati parallelismi e ideali compenetrazioni. Un’interazione ludica che rispecchia quello che poi è stato e continua ad essere lo spirito con cui i due artisti hanno sempre affrontato la loro ricerca sistematica e rigorosa.

Morellet

Morellet

La scelta curatoriale optata da Alessandro Gallicchio offre quello che io definisco un confronto sinergico che esalta le caratteristiche stilistiche proprie della diversa poetica dei due artisti e al contempo pone in evidenza quella che può comprendersi come una complementarietà delle due ricerche artistiche. Dalle indagini sul concetto di serialità, di casualità e del bit, nei lavori serigrafici e di grafica su carta, alle più audaci sperimentazioni delle proprietà della cinetica. 

Chiavacci - Morellet

Chiavacci – Morellet

Orari di apertura:

Artforms: Dal 18 settembre al 3 ottobre su prenotazione chiamando allo 348 80 29 817 – 329 49 61 998. Interno/8, via Genova 17/8, Prato http://info-artforms.tumblr.com
Dal 25 al 27 settembre apertura straordinaria dalle 15:00 – 18:00.

Die Mauer: Dal 18 settembre al 17 novembre, da martedì a sabato, ore 10:00 -13:00, 16:00 -19:30. Via Firenzuola, 33, 35, 37, Prato www.diemauer.it
Il 24 settembre: concerto “Pieni e vuoti”. La scheda perforata di Jaquard e l’Arte Binaria di Chiavacci nell’interpretazione del Maestro Andrea Nesti.

 

“Tiger Uncage” by Felipe Pantone @ Galway International Arts Festival 2015 | Video

Il bellissimo video che mostra il dietro le quinte del progetto d’installazione Tiger Uncage realizzato dall’artista spagnolo Felipe Pantone UB in collaborazione con Tiger Beer per il  Galway International Arts Festival 2015. Il famoso street artist, ispirato dalle nuove tecnologie e soprattutto dalla kinetic art, oltre alla realizzazione di murales si cimenta nella creazione di installazioni formate da intersecate forme geometriche precise, informate da una gamma cromatica decisa e varia, che si pongono in rapporto con il paesaggio urbano circostante.

The behind-the-scenes video of the project #‎UNCAGE tiger installation by the spain artist Felipe Pantone UB in association with Tiger Beer for Galway International Arts Festival 2015. The artist ispired by new tecnologies and by kinetic art, creates colourful installation projects in rapport with urban cityscapes.

http://www.felipepantone.com/

http://www.giaf.ie/

Colossus | Lo skyline di New York illustrato a penna da Pat Vale | Video

Il video in timelapse dell’illustrazione dello skyline di New York vista dal Rockefeller Center, realizzata interamente a penna dall’artista e illustratore londinese Patrick Vale, che già nel 2012 aveva realizzato lo skyline del Lower Manhattan ma dall’Empire State Building. E’ dal dicembre 2014 che Vale ha iniziato a lavorare a questo progetto colossale, fotografandosi in ogni momento del suo lavoro per creare questo video presentato insieme all’opera nel giugno 2015. “Colossus”, illustrazione interamente a mano libera ad inchiostro e penna, si compone di tre fogli di carta A1 successivamente scannerizzati e stampati di dimensioni più grandi.  

Patrick Vale – instagram.com/patrickvaleartist/ | facebook.com/pages/Patrick-vale/249898771731468 | www.patrickvale.co.uk

Production Big Animal – https://vimeo.com/biganimal

Music – John Barber  johnbarbermusic.com andfireflyburning.co.uk.

Colorist – Daniel Silverman at MPC (and Ariella Amrami)

Immagine di copertina via Patrick Vale web site.

SOFLES | GRAFFITI MAPPED @ WHITE NIGHT MELBOURNE 2015 | Video

On Saturday the 21st of February, Sofles – Graffiti Mapped premiered at Melbourne’s largest cultural festival, White Night Melbourne. Attended by over 500,000 people and running from 7pm – 7am, the festival takes over Melbourne’s CBD for a one night only artistic extravaganza.

Many months in the making, Sofles – Graffiti Mapped is an innovative step forward for the world of graffiti and technology. Sofles – Graffiti Mapped explores the intrinsic connection between graffiti, street art and technology through a combination of 3D video mapping, traditional street art and graffiti techniques and motion design.

Over 5 stories high, Sofles’ inner city mural is his biggest work to date. Add to that Grant Osborne’s incredibly detailed motion design and a musical score by New Zealand music producer Opiuo, and you have a truly innovative work of art. Visible for one night only, but destined to leave an impression on the city’s skyline Sofles- Graffiti Mapped was one of the most exciting events of the entire White Night Melbourne festival.

Video Shot/Cut: Selina Miles.
http://selinamiles.com

Mural by Sofles
@sofles

Motion Design by Grant Osborne
http://www.grantosborne.net/

Soundtrack by Opiuo.
https://soundcloud.com/opiuo
Soundtrack by Millions Like Us
https://soundcloud.com/millionslikeus

Creative Director – Shaun Hossack
http://juddyroller.com.au/

Leo Ex Machina | BAU porta nuove “macchine” ispirate al genio di Leonardo alla GAMC di Viareggio

Leo Ex Machina è una delle esposizioni più ampie, più curiose, più bizzarre che l’Associazione Culturale BAU abbia mai curato all’interno di un museo, portando per la prima volta in Versilia una serie di opere originali di personalità artistiche di fama internazionale della seconda metà del ‘900, grazie alla collaborazione del Museo Ideale “Leonardo da Vinci” diretto da Alessandro Vezzosi e della Collezione Carlo Palli di Prato, che hanno prestato le opere qui esposte insieme ai prototipi delle “macchine” ideati dagli autori coinvolti per il numero Dodici della rivista “BAU Contenitore di Cultura Contemporanea“.

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Il tema, come si evince dal titolo, è quello della macchina, che da sempre ha affascinato gli artisti contemporanei, dalle Avanguardie Storiche fino ad arrivare a Fluxus, alla Videoarte e alla Net Art, ispirando produzioni davvero singolari. E così vediamo le prime due sale dedicate a opere di artisti storici che si sono ispirati a Leonardo, ai suoi dipinti e alle sue macchine, dalle installazioni e il video TV-BOX di Nam June Paik, a “The third hand” di Stelarc, dall’opera “Dear Leonardo – Letter n.10” di Anna Banana, “Leonardo 5” di Pavel Schmidt e la “Palette” di Daniel Spoerri, al ritratto “Joconde – Orlan” di Orlan, finendo poi con i tre disegni “Zeichnungen zu Codices Madrid” di Joseph Beuys.

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L’esposizione nasce e sostiene visivamente l’idea alla base della realizzazione di BAU Dodici, che raccoglie e dialoga con l’eredità del genio leonardesco per affrontare questioni attuali e proporre soluzioni per migliorare, scuotere, risvegliare il nostro futuro, come i dispositivi contro la noia, la brutta musica e per organizzare e focalizzare i nostri pensieri, studiati dal collettivo ForA; l’opera prodotta dalla performance esplosiva di Giacomo Verde, la scultura realizzata da Vittore Baroni con parti e circuiti integrati di vari dispositivi elettronici; il disegno a parete “tank” di Carlo Galli fatto coi micro ritratti da lui rivisitati di Leonardo da Vinci per “Variazioni di stile” all’interno della rivista BAU Dodici; per non parlare poi del dispensatore di solletico a batteria di GianLuca Cupisti utile a “carezzare l’impegno profuso dall’universo nella sua continua espansione”!

Nell’ultima sala infine ci vediamo presentati, chiusi in teche di plexiglas, i volumi/cofanetti delle precedenti undici edizioni della rivista BAU e su due pareti opposte tutte le opere contenute nel cofanetto della dodicesima edizione. Una mappatura visiva di tutto quello che le menti di oltre cento artisti italiani ed esteri hanno creato, ispirati dal genio leonardesco.

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E’ proprio il caso di dirlo, questa mostra ribadisce il concetto secondo il quale dove non arriva la natura arriva l’uomo e il suo ingegno, l’idea e la sua messa in pratica! Non solo, ma per tutto il periodo della mostra è prevista una lunga serie di incontri, performance, presentazioni con personaggi del mondo dell’arte contemporanea provenienti anche dalla scena underground.

Fino all’11 Ottobre 2015 Per maggiori info. www.gamc.it | www.bauprogetto.net

“Intersection” by 2501 in Rome | Video

 

Il video realizzato da Blindeye Factory del wallpainting dell’artista 2501 per il suo progetto espositivo NOMADIC EXPERIMENT – On the brink of disaster, curato e prodotto dalla Wunderkammern Gallery di Roma da Giugno a Luglio 2015

The video of the wallpainting realized by 2501 in Rome for his project NOMADIC EXPERIMENT – On the brink of disaster, curated and produced by Wunderkammern Gallery in Rome from June till July 2015.

www.wunderkammern.net
www.nomadicexperiment.com

Video produced by Wunderkammern Gallery

VIDEO production
Blind eye Factory
VIDEO EDITING
Francesco Possenti
MUSIC
Bensound.com
SOUNDDESIGN
Elettra Costa

www.blindeyefactory.com

Immagine di copertina photo credit BlindEye Factory

La nascita di “un’immagine sorprendente”. Mimmo Paladino e la rilettura dei grandi classici | Palazzo Blu Pisa

In una piccola ala al secondo piano di Palazzo Blu di Pisa, dalle pareti storicamente affrescate con squisiti cicli decorativi tardo settecenteschi, spiccano le 98 opere grafiche di uno dei più importanti esponenti della Transavanguardia, Mimmo Paladino. Scelte, ordinate e ben disposte per il piacere e lo stupore del pubblico, le opere sono divise in tre sezioni tematiche che compongono la mostra “Un’immagine sorprendente” a cura di Giorgio Bacci. Ed è proprio la ricerca di un’immagine che sorprenda chi guarda e chi legge un grande classico della letteratura è lo scopo del grande artista contemporaneo nella veste qui di illustratore per opere editoriali rare e preziose, in tiratura limitata come l’Iliade e l’Odissea di Omero, l’Orlando Furioso e Il Milione di Marco Polo, che per opere invece di ampia accessibilità e divulgazione come Le Metamorfosi.

Dalla serie "Tristi Tropici"

Dalla serie “Tristi Tropici”

Immagini originali, in cui vediamo affiorare le influenze e la lezione dei grandi maestri del ‘900, da Picasso a Debuffet e Baj, fino a Matisse e Licini, ai quali il Maestro fa riferimento e con i quali dialoga di volta in volta secondo la sua volontà espressiva; fresche nell’utilizzo quando della matita, dell’acquarello, della xilografia o del collage, e quando di tutte queste tecniche insieme; a volte ironiche ma allo stesso tempo cariche di significato, portatrici di un messaggio più profondo, l’essenza delle pagine scritte.

Tutte nate con la volontà di destituire i vecchi dettami secondo i quali leggere e interpretare questi classici, e dare ad essi una nuova chance interpretativa perché come Calvino insegna e il curatore ci riporta alla mente “[…] 4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. 5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura. […] 6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Il percorso inizia dal tema del “viaggio”, quello avventuroso di Ulisse e di introspezione e visionario di Dante fino a quello di scoperta dell’Estremo Oriente di Marco Polo dai quali sono nate delle opere letterarie memorabili con cui Paladino si confronta nelle nuove e pregiate edizioni, scegliendo per ognuno una tecnica grafica diversa ad hoc. Di spicco l’uso della xilografia per le splendide e minute cornici decorative in cui sono racchiuse le immagini illustrative de Il Milione.

La seconda sala  invece dedica spazio al tema della mutazione, della metamorfosi delle forme espresso proprio nella serie di inchiostri de “Le Metamorfosi” attraverso un segno meno preciso e netto ma volubile e sinuoso proprio della sfuggevolezza del concetto stesso. Nell’idea invece di viaggio all’interno del cambiamento si innesta quella che potrebbe essere per l’artista la ricerca della propria autenticità e delle proprie origini con la serie dei “Tristi Tropici”, di particolare pregio per l’uso di diverse tecniche come il collage polimaterico, in cui ritroviamo i canoni stilistici che caratterizzano da sempre la ricerca di Paladino.

Arrivando infine nell’ultima sala, veniamo messi di fronte a un tema molto importante, che ci riguarda da vicino, quello del “dissidio tra apparenza e realtà, maschera e volto, vero e falso”, esplicato nelle illustrazioni de “L’Orlando Furioso” e del “Don Chisciotte”. Il primo la rappresentazione della perdita di senno associato alla perdita del senso compiuto assunto dalle lettere; il secondo invece diviene il capovolgimento ironico della realtà stessa, in cui si tenta di ricercare il senso nascosto da portare alla luce. Un tema questo che diventa monito costante nel percorso che affrontiamo quotidianamente nella società odierna, e per l’artista è un’occasione per riflettere sul potere che il linguaggio delle parole assume quando evoca, dissimula, lascia intendere diventando ambiguo e ambivalente. 

Fino al 13 Settembre | Ingresso gratuito – Per maggiori informazioni www.palazzoblu.org

1010 @ LE PÉRIPHÉRIQUE Parisien | Video

Questo video descrive l’intervento dell’artista 1010 sulla periferica parigina in maggio 2015. In pochi giorni soltanto, 4500 m2 d’asfalto sono stati ricoperti da un immenso cratere dai colori futuristi dipinti con la tecnica del trompes l’oeil in 3D. È la più grande opera mai realizzata da questo artista ed il primo intervento artistico sulla periferica parigina.
Un progetto firmato Galleria Itinerrance in partnership col SEMAPA ed il Municipio del 13° Ard. così come Eiffage, Artelia e TPI.

Cette vidéo retrace l’intervention de l’artiste 1010 sur le périphérique parisien en mai 2015. En quelque jours seulement 4500 m2 de bitume ont été recouverts par un immense cratère aux couleurs futuristes peint à même le sol. C’est la plus grande oeuvre jamais réalisée par cet artiste et la première intervention artistique sur le périphérique parisien.
Un projet signé Galerie Itinerrance en partenariat avec la SEMAPA et la Mairie du 13 ème ainsi que Eiffage, Artelia et TPI.

Plus d’infos et photos:
http://itinerrance.fr/hors-les-murs/p…

Réalisation : Milan POYET – Vigie production

Leggere l’erosione scolpita nel metallo. Arnaldo Pomodoro al Duomo di Pisa

Se la scorsa settimana vi ho catapultato nei fantastici luoghi rinascimentali del Forte Belvedere di Firenze parlandovi della grande mostra dello scultore inglese Antony Gormley, questa settimana voglio condurvi alla scoperta di un’altra grande monografica dedicata a un altro grande scultore, stavolta italiano, consacrato dalla critica come artista tra i più significativi del panorama contemporaneo internazionale, Arnaldo Pomodoro.

Alcune tra le più importanti opere del Maestro infatti si riuniscono in “Continuità e Innovazione” storica con l’arte e l’architettura che caratterizzano un altrettanto importante sito storico-artistico come il Duomo di Pisa. Grazie alla regia dell’architetto Alberto Bartalini, questo inaspettato dialogo lo possiamo percepire dalla enorme scultura che accoglie il pubblico di Piazza dei Miracoli, il Giroscopio posto in relazione con il paesaggio circostante, la Torre del Diotisalvi e la Cattedrale, ma soprattutto dalla relazione che si crea all’interno dei luoghi espositivi tra le sculture del Maestro e la selezione di gessi di altri due grandi scultori del XIII sec., Nicola e Giovanni Pisano.

Palazzo dell'Opera del Duomo Pisa

I due leggii in gesso di Nicola e Giovanni in dialogo con la scultura di Arnaldo Pomodoro in una delle sale del Palazzo dell’Opera del Duomo Pisa

Arnaldo Pomodoro - Stele I, II, III, bronzo, 2001 Museo delle Sinopie pisa

Arnaldo Pomodoro – Stele I, II, III, bronzo, 2001

“La scultura è – come dice Hegel – una presa di un proprio spazio ed ha senso se riesce a trasformare il luogo in cui è esposta. […] La scultura, in particolare, con gli sviluppi dell’astrattismo e del costruttivismo può tornare all’aperto in modo nuovo e riprendere il dialogo attivo con il pubblico, senza alcuna monumentalità celebrativa.”

Bartalini si è avvalso poi di un comitato scientifico di tutto rispetto composto da personalità quali Antonio Paolucci, Gillo Dorfles e Ilario Luperini, a cui è affidato lo studio e lo sviluppo critico di tutto il percorso espositivo, regalandoci tre magnifici testi che accompagnano il visitatore nelle tre sezioni in cui è suddivisa la mostra.

Partendo dal Palazzo dell’Opera del Duomo, nel quale si snoda tutto il racconto scultoreo del Maestro dagli anni Cinquanta ad oggi, andando dai primi rilievi in argento, piombo e cemento, della serie degli Orizzonti, delle Tavole, alle Cronache, ai Papiri degli anni Settanta e Ottanta, fino ad arrivare alle sculture più recenti, i Continuum x, vediamo nascere nell’espressione repentina del gesto e svilupparsi poi in una ragionata sistemazione dei segni la determinata e peculiare architettura di tutta la “scrittura” dell’artista. Il percorso qui termina con una buona parte dedicata agli studi e ai disegni dei progetti architetturali, come quello del 1973 per il nuovo cimitero di Urbino, purtroppo mai realizzato.

Sfera 1964, Palazzo dell'Opera del Duomo

Sfera 1964, Palazzo dell’Opera del Duomo

Si prosegue poi al Museo delle Sinopie in cui scopriamo le dure fenditure che squarciano ed erodono le linee perfette e pulite della sfera, del parallelepipedo, del cubo, della piramide e del cilindro destabilizzandone l’equilibrio delle forme solide. Esemplari sono la serie di Sfere, numerate progressivamente, corrotte nella loro sicura continuità geometrica; Colpo d’ala, attorno al quale compiendo un giro a 360° stupisce la prospettiva che assume la fenditura a seconda del punto di vista assunto; La ruota, scavata nel suo cuore bronzeo; per terminare con l’imponente perfezione corrosa della Colonna del viaggiatore, nella quale possiamo ammirare appieno la poetica del segno sviluppata dall’artista in tutti questi anni. Opere che hanno caratterizzato tutta la sua ricerca degli anni ’60 facendolo conoscere a livello internazionale.

Ogni volta che mi trovo davanti a un opera di Pomodoro in giro per il mondo, ritorno con la mente al pensiero neoplatonico michelangiolesco, dell’artista che trae fuori ciò che già giace nella materia. Ed ecco che ai miei occhi le erosioni di cui parlo non devono leggersi come prodotte dalla casualità del gesto che vuole imitare la natura, ma di un gesto condotto dalla volontà di riportare alla luce una complessa architettura di segni nascosta nella pienezza delle forme geometriche.  Come congegni meccanici provenienti da un altro pianeta, giunti sulla terra per immergersi nel paesaggio o nel tessuto urbano diventando passaggi attraverso cui guardare o mezzi di collegamento tra questa dimensione terrena e l’altra ignota. 

Fino al 31 Gennaio 2016 per maggiori info qui: http://www.opapisa.it/

http://www.arnaldopomodoro.it/

MADRE NOSTRA by Giorgio Bartocci for Altrove Fest 2015 | Video

Il video prodotto da BlindEyeFactory del wall painting “Madre Nostra” di Giorgio Bartocci per Altrove Street Art Festival 2015 di Catanzaro.

The video by BlindEyeFactory about “Madre Nostra” wall painting of Giorgio Bartocci for Altrove Street Art Festival 2015 Catanzaro.

www.altrovefestival.com

www.blindeyefactory.com

Immagine di copertina Giorgio Bartocci “Madre Nostra” particolare – Photo credit Angelo Jaroszuk Bogas

HUMAN | Le sculture di Antony Gormley al Forte Belvedere di Firenze | Video e foto

Fino al 27 Settembre 2015 sarà possibile visitare “Human”, la personale di Antony Gormley al Forte Belvedere di Firenze,  in mostra da questa primavera. Se lo scorso anno protagoniste furono le opere di Giuseppe Penone con “Prospettiva vegetale”, quest’anno sono i due adattamenti dell’opera scultorea Cristal mass II (1995) e il gruppo scultoreo Blockwork a innestare  un nuovo dialogo nei luoghi verdi e negli spazi del Forte. Per lo scultore inglese questo caratteristico sito fiorentino è il secondo protagonista della sua bellissima storia/mostra. Stavolta infatti lo spazio dell’arte si identifica con questa straordinaria architettura, la cui configurazione e ciò che rappresenta “invita a riflettere su come l’architettura possa essere rifugio, possa proteggere e dominare sia la gente che lo spazio” che sovrasta, quello appunto della città di Firenze, “archetipo di un ideale urbano”. Il pensiero e tutto il lavoro di ricerca di Gormley è volto verso il tentativo di creare un rapporto tra lo spazio e le opere che in esso pone, atto a stimolare nuovi comportamenti, pensieri e sentimenti nel pubblico. Ed è per ciò che l’artista ha scelto queste due serie scultoree. Il loro essere a misura d’uomo consente “alla massa e alla forma” di questa fortezza e allo stesso tempo opera d’arte architettonica di aprirsi a loro ed “esprimersi”, soddisfacendo così quell’indagine sul rapporto tra il corpo umano e lo spazio che l’artista porta avanti da tempo.

La prima serie si compone di dodici figure antropomorfe, ognuna delle quali è stata riprodotta in cinque copie, per un totale di sessanta sculture che possono essere orientate in modo diverso. In questo gruppo scultoreo si riproduce una gamma di pose base del corpo umano, dalla contemplativa a quella di supplica, da quella del cordoglio a quella dell’ossequio; c’è chi è sull’attenti proto a ricevere un ordine e chi invece è perso nei suoi sogni.

Nella zona est della terrazza inferiore queste dodici pose sono disposte in progressione lineare, dalla posa fetale a quella contemplativa, come a rappresentare una “evoluzione dell’uomo”. Sul lato opposto, le stesse pose sono collocate una sopra all’altra in un ammasso confuso, come oggetti in ferro abbandonati a rappresentare il lato oscuro che si nasconde dietro a ogni idea di progresso umano.  Una dialettica tra aspirazione e abiezione che crea una tensione in tutta la mostra.

 

Le opere spuntano in ogni angolo e sono collocate a ricoprire tutte le superfici del Forte, creando un dialogo tra anatomia e architettura forte e continuo, crescente e spiazzante. Dalla simmetria di Cristal Mass si passa alle forme maggiormente cubiche e caotiche dei Blockwork.

“Una singola opera, posta contro la parete d’entrata di una galleria a est, dà vita a un collegamento tra edificio e corpo umano, oltre a sottolineare il contrasto tra idealismo della città rinascimentale e la figura del senzatetto che si ripara in un portone.”

Figura del senzatetto

Figura del senzatetto

 

Nella terrazza superiore, fuori dalla loggia, una figura del gruppo scultoreo Cristal Mass in posa di cordoglio è idealmente collegata nella sua osservazione della linea d’orizzonte, ad un altro elemento dei Blockwork che contempla la campagna.

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“Nel cuore della mostra, posta nell’antico deposito della polvere da sparo, vi è una singola scultura composta da cubi: l’idealizzazione della statua collocata sul proprio piedistallo viene così sostituita dal phatos di un prigioniero, messo in mostra sopra una statua.”

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La volontà dell’artista è quella di “aprire il Forte a sollecitazioni scultoree” ricercando i luoghi migliori dove poter attuare confronti e allusioni con lo scopo di far riflettere il visitatore “sul modo in cui si pone nei confronti degli spazi che lo circondano”.

E’ emozionante il contrasto che si sprigiona davanti i miei occhi di spettatrice, tra il pubblico variegato curioso, intento a fotografare e disquisire sulle pose e le forme cubiche degli elementi, a “giocare” con esse. Un contrasto che esalta e distingue l’immobilità di queste sculture nello spazio vivo e vissuto da persone che non riescono a stare ferme ma che in qualche modo sono sollecitate a interagire con esse.

Non fatevi sfuggire quindi questa stimolante occasione, irripetibile sia per grandezza che per bellezza, ed esperire al meglio le opere di Antony Gormley, grande artista al quale si deve dare atto del fatto che ha fortemente voluto che l’entrata fosse gratuita dando la possibilità a tutti di poter godere di questo spettacolo.

http://museicivicifiorentini.comune.fi.it/fortebelvedere/

Biografia

Antony Gormley è ampiamente acclamato per le sue sculture, installazioni e opere d’arte pubblica con cui ha sviluppato il potenziale aperto dalla scultura a partire dagli anni sessanta del secolo scorso attraverso un impegno critico sia con il proprio corpo che con quello degli altri affrontando questioni fondamentali relative alla posizione degli esseri umani in rapporto con la natura e il cosmo. I lavori di Gormley sono stati ampiamente esposti in tutto il Regno Unito e a livello internazionale con mostre: Zentrum Paul Klee, Berna (2014); Centro Cultural Banco do Brasil, São Paulo, Rio de Janeiro e Brasilia (2012);  Deichtorhallen, Hamburg (2012); museo dell’eremo, St Petersburg (2011);  Kunsthaus Bregenz, Austria (2010); Hayward Gallery, Londra (2007); Malmö Konsthall, Svezia (1993) e Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk, Danimarca (1989). Ha inoltre partecipato a importanti mostre collettive come la Biennale di Venezia (1982 e 1986) e Documenta 8, Kassel, Germania (1987). Opere pubbliche permanenti includono l’Angel of the North (Gateshead, Inghilterra), Another Place (Crosby Beach, Inghilterra), Dentro Australia (Lake Ballard, Western Australia) e Exposure (Lelystad, Olanda). Gormley è stato insignito del Turner Prize nel 1994, il South Bank Prize for Visual Art nel 1999, la Bernhard Heiliger Premio per la Scultura nel 2007, il Premio Obayashi nel 2012 e il Praemium Imperiale nel 2013. Nel 1997 è stato nominato Ufficiale dell’Iimpero Britannico (OBE) e Cavaliere [Sir] dalla Regina Elisabetta II nel 2014 nella tradizionale carrellata di nuovi titoli nobiliari erogati a capodanno. E’ membro onorario del Royal Institute of British Architects, nonché dottore honoris causa dell’Università di Cambridge e Fellow di Trinity College e Jesus College della stessa Università.  E’ Accademico Reale dal 2003 e membro fiduciario del consiglio di amministrazione del British Museum dal 2007. Antony Gormley è nato a Londra nel 1950.

108 for Street Alps | Video

Il video del nuovo muro dell’artista 108 per Street Alps Graffiti Art Festival a Torre Pellice Turin.

Street Alps è il primo festival di street art contestualizzato in ambiente pedemontano.

Street Alps is the first street art festival that will take place in the piedmont area, in the beautiful mountain setting of the Alps.

http://www.streetalps.com/

Indossare un’esperienza con le opere di Paola Anziché al Pavillon social Kunstverein

Pensare di poter indossare l’esperienza del mondo circostante. Tradurre su tessuto tutto ciò che ha colpito i nostri cinque sensi. I colori, le consistenze, i suoni di una metropoli come di un giardino botanico. Collage di elementi diversi, anche naturali, soprattutto, assemblati per ritrarre il corpo vivo di una città. La ricerca di Paola Anziché, artista il cui lavoro l’ha portata in viaggio verso terre molto lontane e diverse, si concentra perciò sulla sperimentazione estetica delle fibre tessili sulle quali riporta questi collages per restituire con le mani quello che ha visto e poterlo ricordare indossandone l’esperienza. Da questa idea e intenzione l’artista porta in mostra due lavori in dialogo tra loro, le Maschere da corpo, che nascono dopo un viaggio di lavoro in Brasile. La maschera essendo un oggetto che fa parte della cultura di questo paese, e non solo, viene reinterpretata dall’artista in modo nuovo portandola all’interno di uno spazio espositivo. Ed è in questo modo infatti che si rivelano entrambi i lati, non solo quello con cui ci rivestiamo il corpo dei segni/texture delle città esperite, per diventare parte del paesaggio (urbano) e mimetizzarci in esso, ma anche quello dietro cui ci nascondiamo; allo stesso tempo colui che può spiare chi entra nello spazio può essere a sua volta spiato. 

Proseguendo poi con altri tipi di opere, sempre attraverso l’uso della fotografia e la stampa su tessuti di consistenza e fattura diverse, questa nuova idea di metamorfosi proposta dall’artista prende una forma diversa. Nell’intreccio per esempio, come nella serie di opere Yurta, realizzate in fibre vegetali; o nell’opera Intrecci e trame, nella quale l’artista è riuscita ad “intrecciare” materiali diversi, quali sughero, paglia, rami, normalmente utilizzati per fare cesti da trasporto, che in realtà non sarebbe possibile mescolare per la diversa modalità d’intreccio di ognuno. Comune denominatore e fattore che più incuriosisce e colpisce di queste serie di opere è il concetto secondo il quale tutte possono essere indossate ed esperite; nelle ultime due serie, infatti, grazie alla forma che viene data all’intreccio, ogni opera diviene una dimora-tetto con la quale performare nello spazio assumendo così di volta in volta posizioni e prospettive visive diverse.

Infine arriviamo a opere come i Maggi dove l’artista affronta il concetto di mimesi, partendo dal “Ramo d’oro” di James Frazer e ispirata dalle rappresentazioni popolari del nord Italia, rielabora materiali diversi come tessuti e metalli poveri per l’imitazione degli intrecciati di arbusti, fibre e colori, propri di quegli oggetti che i contadini appendevano nelle loro case a Maggio per proclamare il buon raccolto. 

Il percorso si chiude con due opere che mostrano quanto il lavoro di questa artista non si limiti soltanto al “vedere” ma anche ad “ascoltare” con le mani. E già perché Paola Anziché con le sue sculture musicali vuole riportarci alla dimensione sonora degli ambienti, delle credenze popolari e dei riti che lei stessa ha esperito in prima persona. Prima con Il Giardino di Euterpe, facente parte di un gruppo di sculture nate da un progetto per la coltivazione di un certo tipo di zucca, la canna da fiume e il Bamboo per la futura realizzazione di strumenti musicali autoprodotti; poi con Voci II scultura composta da varie tipi di zucche utilizzate nei riti afro-brasiliani con cui si richiamano gli spiriti. Ognuna diviene un portale attraverso cui entrare in contatto con i suoni di culture lontane.

L’artista diviene mediatrice della sua stessa esperienza e la restituisce per mezzo di opere pensate per essere esperite, vissute dal pubblico invitato all’interazione, in un luogo come il Pavillon social Kunstverein nel cuore del centro storico di Lucca, che favorisce questo tipo di approccio.

http://www.paolanziche.net/

La mostra rimarrà visibile fino alla fine di Settembre.

Pavillon social Kunstverein

Via Mordini 64, Lucca – Aperto tutti i sabati dalle 16 alle 18.30 info@pavillonsocial.com | www.pavillonsocial.com

REVOK | An intimate video portrait by House Beer

Volete conoscere più intimamente la figura di uno dei writers più carismatici e più potenti del Graffiti Writing mondiale, e la sua maturazione come artista nel panorama contemporaneo internazionale, direttamente dalla sua voce?!?!?! Ecco il video-ritratto di Revok nel suo studio prodotto da House Beer per la sua nuova personale a Los Angeles.

An intimate portrait of Revok as he prepares for his solo show in Los Angeles and talks candidly about maturation as an artist.

http://www.revok1.com/

Lek & Sowat | “Paper Trail” il video della creazione dell’opera litografica

Per la loro seconda edizione, la galleria d’arte on-line Sold Art Gallery ha scelto di pubblicare una litografia ripresa a mano da Lek e Sowat. Entrambi gli artisti francesi sono stati tre giorni nello studio di URDLA a Villeurbanne per creare questa stampa dal titolo “Paper Trail“. Il video racconta le fasi di creazione di 2 pietre litografiche, una di Lek e l’altra di Sowat, da 200 chili ciascuno. Un mix di know-how del 19° secolo e di arte contemporanea, Lek e Sowat lasciano una complessa traccia sulla carta. L’esperimento è il cuore del lavoro, nulla è stato programmato o definito in anticipo. Gli errori diventano interessanti, i loro movimenti sono liberi.

Dopo la stampa ogni stampa, gli artisti dipingono su ogni copia, creando opere d’arte uniche ad un prezzo accessibile.
Disponibile su soldart.com/oeuvres/lek-sowat-paper-trail-lithographie/

Su gli artisti Lek&Sowat – http://www.soldart.com/a/lek-sowat

For their second edition, the on-line Sold Art gallery chose to publish a lithography enhanced by hand by Lek and Sowat. Both French artists stayed three days in the studio of URDLA in Villeurbanne in order to create this print named “Paper Trail“. The film tells the process of creation on 2 lithographic stones of 200 kilos each. Thanks to a mixture of 19th century know-how and contemporary art, of calame and roller, Lek and Sowat left a track on the tricky paper. The experiment is the heart of the work, nothing was planned or defined in advance. The mistakes become interesting, their movements are free.

After printing, the artists paint over each copies, creating unique works of art at an affordable price.
Available on soldart.com/oeuvres/lek-sowat-paper-trail-lithographie/

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Fuori dal trecciato | Ad Artforms le relazioni prendono forma!

“Fuori dal trecciato” è molto di più di un’opera installativa. E’ un’intervento nato dalle esperienze che contraddistinguono il carattere di ricerca di tre personalità artistiche diverse, Emanuela Baldi, Manuela Mancioppi Tatiana Villani, che hanno risposto concretamente all’invito di Artforms, associazione che si propone di sviluppare progetti di scambio e interrelazione tra diversi soggetti, con un progetto che le ha viste collaborare per la prima volta insieme. Un progetto di percorso di relazione creativa, al quale ha potuto partecipare e contribuire chiunque avesse risposto all’invito delle tre creatrici. Un intreccio aperto alla conoscenza e contaminazione su più livelli, non soltanto tra le promotrici e le artiste del progetto con l’ambiente “contenitore” dell’opera, ma anche tra quest’ultimo e tutte le persone che hanno lavorato insieme alle artiste attraverso lo strumento e il tema dell’intreccio.

Quanto stringe, ciò che segna un punto, diventa essenziale alla costruzione di una trama (cittadina e non solo): non una forma precisa ma un insieme di forme partendo da materiali recuperati, che sarà nel corso del suo farsi e fino alla fine la somma delle azioni, dei pensieri e delle parole di ogni persona che ne abbia preso parte.

 

Come potrete vedere dalle foto l’installazione si tinge di una miriade di colori.. colori dalle sfumature e toni veramente ECO perché le artiste hanno lavorato strenuamente per settimane ad una co-creazione fatta di stracci e scarti donati dalle aziende della produzione locale di tessuto. Ciò che invece è possibile conoscere soltanto interagendo con l’installazione è la diversa fattura dei tessuti. E’ unica la sensazione che si prova, sdraiandosi e camminando su quel mare di fibre intrecciate, coi sui vortici e dune, alture e distese in cui si perdono i tratti di quella che doveva essere una camicetta o una maglia di cotone; di quello che poteva essere un pantalone o una giacca di lana.

"Chincaglierie" Valentina Lapolla

“Chincaglierie” Valentina Lapolla

L’opera ha per così dire inaugurato il lavoro dell’Associazione nello spazio Interno 8, proprio nel cuore della corte di Via Genova 17 a Prato, ormai famosa per le attività delle altre realtà già da anni attive nella promozione della cultura contemporanea, come lo StudioCorte 17 e il TRIBECA Factory.

Interno 8 diviene un ambiente “vivibile”, aperto alla sperimentazione tattile ma anche a quella sonora attraverso l’opera site specific di Valentina Lapolla, “Chincaglierie”, a cui si affida una originale documentazione di tutte le fasi di lavorazione del progetto, riproposta sotto forma di vibrazioni trasmesse attraverso l’utilizzo di Arduino su un ingegnoso sistema di staffe a sostegno, corde di chitarra e perline da bigiotteria. Matteo Innocenti, autore del testo critico dell’intero progetto, parla “[…] un nuovo sonoro, trasfigurato. “Chincaglierie” è il tentativo, meditato da un’interpretazione artistica, di restituire in forma udibile tutta l’energia di un’azione complessa.”

Non vi rimane soltanto che andare a visitare questa bellissima realtà e scoprire aspetti inediti, interessanti ma soprattutto stimolanti per i vostri cinque sensi, e vi consiglio di andare questa sera, Lunedì 13 Luglio, dalle 18 alle 21 per cui è prevista la visita guidata ai lavori in compagnia delle artiste che racconteranno alcune idee e viaggi che l’opera, migrante per vocazione, compierà.

Nel corso della serata inoltre si consegnerà una particella dell’installazione a tutti gli intrecciatori che hanno partecipato.

Artforms presso Interno 8, via Genova 17, Prato – Ingresso libero!

Photo credit per l’immagine di copertina: Guido Mencari Photographer

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PERMANENT | Slang Solo Show in Chicago

A un mese dal mio rientro, trovo finalmente il tempo per raccontarvi qualcosa del mio viaggio nella città patria del Blues, della Motown, di Al Capone, di quello che un tempo fu il proibizionismo, del contrabbando di alcolici, del capitalismo americano e del Presidente Obama, insomma di Chicago. Ci sarebbero moltissime cose bellissime di cui vi potrei parlare, dagli spettacolari grattaceli del Loop, che si affacciano sul Lago Michigan come il John Hancok Center dal quale mi sono gustata la spettacolare vista dall’alto della città, alle numerose opere mozzafiato di arte pubblica contemporanea, che si trovano in giro per la city come il Cloud Gate di Anish Kapoor al Millenium Park; fino agli affascinanti sobborghi multietnici, come Wiker Park, Ukrainian Village, Bucktown e West Loop in cui si trovano tante gallerie, negozi e locali che offrono al cittadino come al turista una ricca scelta culturale da vivere, guardare e rimanerne a bocca aperta, da assaporare, da conoscere ed esperire. Ciò su cui invece mi vorrei soffermare è forse qualcosa di meno “in” oppure più marginale (per me no) rispetto a tutto quello che ho visto e fatto o che si può vedere e fare in questa magnifica città.

Inizio col dirvi che il Venerdì sera a Chicago è giorno sacro per le inaugurazioni di mostre e gli open studios, e uno dei luoghi per eccellenza è il quartiere messicano di Pilsen, in cui è concentrata una buona parte del distretto culturale e galleristico della città e dove edifici come quello nelle foto qui sotto prendono fuoco animandosi di galleristi, opere d’arte, artisti che dialogano con un pubblico attento, curioso e interessato.

 

Andando ad ovest nel cuore di West Pilsen, in una zona un po’ buia e silenziosa, la nostra attenzione è catturata però dalla musica rap e funk proveniente dall’interno di un capannone industriale (in mattoncini rossi american style) e dal brusio di voci, di slang, di yo e quant’altro che ammiravano e discutevano le opere di uno dei graffiti writer di Chicago che da oltre trent’anni è attivo nella sua città e non solo, esposte all’interno. E io mi dico, guarda un po’ dove ci hanno portato i nostri amici! Ero super gasata perché ci trovavamo proprio all’inaugurazione di Permanent, la personale di Slang alla 15th & West gallery!

“I like to think of the process as giving birth/creation to something permanent“.

Aggirarsi per le mega sale e vedere i suoi stupendi bozzetti colorati su carta datata ’70 e ’80, gli sketchs, le opere su carta, su tela e in legno, che raccontano la sua città, il suo vissuto in essa, la sua esperienza urbana attraverso elementi semplici, decodificabili, dettagli riconoscibili, è stata veramente un’esperienza importante e bella che tutti quelli che studiano questa disciplina dovrebbero fare spesso.

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www.slangism.com

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The Bridges of Graffiti @ 56° Biennale di Venezia

The Bridges of Graffitiè il progetto espositivo che, a 30 anni da “Arte di Frontiera” la mostra curata da Francesca Alinovi che nel 1984 ha portato la scena del graffiti writing newyorkese in Italia, si pone come ponte ideale verso quella cultura nata in quelle zone di frontiera “tra cultura e natura, massa ed elite, bianco e nero, trash e squisita raffinatezza”, e riportare così nuova attenzione e riconoscimento agli esponenti delle generazioni passate che hanno contribuito al suo sviluppo.

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Inserito tra gli eventi collaterali della 56° mostra internazionale della Biennale di Venezia, porta dieci autori di questa disciplina tra i più rappresentativi del panorama internazionale: Boris Tellegen, Doze Green, Eron, Futura 2000, Mode2, SKKI ©, Jayone, Todd James, Teach, Zero-T, che hanno lavorato per la prima volta insieme alla creazione di una Hall of Fame all’interno delle mura di Arterminal ed espongono opere site specific pensate ad hoc per gli spazi espositivi.

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Dieci graffiti artists che avevano già o successivamente sviluppato uno stile figurativo proprio evolvendo e reinventando se stessi.

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Futura – The Constructivist

FUTURA, il writer newyorkese che per primo oltrepassò i confini della classica ricerca sul lettering e characters per portare l’astratto sui treni e su qualsiasi altra superficie su cui poter lasciare il proprio segno.

Boris Tellengen

Boris Tellegen

Boris Tellegen aka Delta, colui che per primo introdusse la decostruzione delle lettere costituenti la sua tag fino alla dissolvenza nella materia scultorea dove superfici piane incidenti e linee spezzate tangenti creano un ordine estetico e dinamico attraente che segue il ritmo del caos dato dalle consistenze e fattezze dei materiali ogni volta coinvolti.

Zero T

Zero-T, “Transit” e “Time Frame at 4.35 pm”

Zero-T, trasversale nei mezzi la sua arte coinvolge la quotidianità della vita in opere che ne ritraggono momenti, esperienze, non per forza autobiografici, talvolta unendo, assemblando, costruendo pensieri con oggetti reali. 

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SKKI © – “Fine art repellent” e “The Age of Anxiety”

SKKI©, tra i primi graffiti artist francesi, il suo stile oggi si caratterizza per una ricerca che intreccia continuamente la cultura di strada, se non proprio la strada, a ciò che sono le forme dell’erte contemporanea per riflettere in modo nuovo su tematiche quali il rischio, il controllo, lo spreco e il consumismo, lo sviluppo urbano e le dinamiche fra spazio pubblico e privato.

Eron

Eron – Untitled scribble 3D

Come apparizioni sulle materie concrete murarie, le opere di Eron realizzate a spray aleggiano tra il disegnato e il reale, creando un dialogo site-specific con quelle che sono le caratteristiche imperfette delle superfici. Confondono la certezza della nostra visione inducendo ogni volta a un’interpretazione soggettiva suggerita più da sensazioni che da dati certi.

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Doze Green – Marduk

Doze Green, uno dei membri di origine della strepitosa Rock Steady Crew di New York, dall’uso degli spray su treni e muri passa al lavoro in studio sperimentando le altre tecniche pittoriche per la costruzione di riflessioni su concetti metafisici che si risolvono in flussi narrativi continui di figure antropomorfe e zoomorfe concatenate l’una nell’altra.

Mode 2

Mode 2 – 4 Elements

Ispirato dalla scena Hip Hop londinese, Mode 2 restituisce nelle sue opere il ritmo e il movimento di questa cultura dimostrando una grande passione e bravura per il disegno dal vivo facendo un ritratto esatto di quelle che sono le tematiche personali di vita quotidiana come le ambientazioni del writing e della cultura della doppia H all’interno della società contemporanea.

Non solo un ponte ideale, The Bridges of Graffiti è anche un ponte concreto situato al Terminal San Basilio in cui sarà possibile vedere le molteplici influenze e contaminazioni stilistiche di artisti diversi e opere che hanno attraversato l’oceano. Il nome Arterminal (Terminal of Art) è stato appositamente scelto per evocare l’importanza del porto per la città di Venezia, rafforzando la sua rilevanza internazionale e facilitare lo scambio e l’incontro tra le diverse culture e le diverse forme d’arte. Come in passato il rapporto tra la Serenissima e l’Oriente ha portato a Venezia l’arte bizantina, così oggi l’apertura all’arte e alla cultura del lungomare veneziano garantisce l’emergere di tutte quelle espressioni relative al viaggio e al commercio. Pertanto Arterminal è una metafora perfetta per raccontare la storia di questa prima mostra e la sua forma non convenzionale di arte, che viene messo in relazione con la grande tradizione della Biennale di Venezia.

Tutto ciò è accompagnato da una sezione documentativa con le fotografie dei pezzi tra i più significativi e storici realizzati sui vagoni della metro di New York, fotografati da Henry Chalfant, proiettate su un grande pannello e fatte scorrere orizzontalmente restituendo la sensazione di trovarsi davanti al passaggio del treno;  all’entrata veniamo invece accolti dalle fotografie di Martha Cooper, che colgono questa forma d’arte poliedrica al suo inizio con quegli artisti le cui opere sono approdate nei musei di tutto il mondo e sono state assorbite nella cultura e nell’arte del mondo mainstream.

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Pirelli Annual Report 2014 | Il pneumatico reinterpretato dalla Street Art internazionale

La nota azienda di pneumatici Pirelli ha sempre dimostrato di stare al passo coi tempi, mantenendo il proprio marchio vivo attraverso la realizzazione di progetti innovativi in stretto rapporto con le attuali discipline artistiche più in fermento.

Dal 1872 e per tutto il corso del Novecento fino a questi anni del Duemila, Pirelli ha mantenuto aperto un dialogo con l’arte, affidando ad essa il racconto del suo prodotto al di là della sua funzione, fino ad arrivare alla progettazione grafica della presentazione del Bilancio annuo dell’azienda, trasformando un testo così importante, che ragguaglia su un prodotto industriale, tutt’altro che coinvolgente, in qualcosa che producesse nuovo senso culturale. Con questa nuova veste il pneumatico, fiore all’occhiello per tecnologia e innovazione, decontestualizzato e reinterpretato da creativi della pittura, dell’illustrazione, del fumetto e del design, è diventato produttore di significati nuovi, portando a molti riconoscimenti che si sono susseguiti negli anni, non ultimo il “Certificate of Typographic Excellence” assegnato a New York dal Type Directors Club per l’edizione 2012 quando il progetto di comunicazione del Bilancio fu affidato a Liza Donnelly, cartoonist del New Yorker.

Partendo dal presupposto che…

È proprio nella strada, e nella necessità di mobilità delle persone, che le gomme trovano il loro senso.

se stiamo parlando di produzione di nuovi sensi, allora non dobbiamo stupirci della scelta operata per l’ultima edizione del proprio Bilancio. Su quale altra disciplina attualmente in fermento poteva ricadere se non sulla Street Art, che come il pneumatico Pirelli, combatte la propria battaglia quotidiana sulla strada dove trova il proprio senso di appartenenza?

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L’azienda si è avvalsa stavolta della competenza e professionalità di Christian Omodeo, figura di spicco nel panorama internazionale di questa espressione artistica, che ha curato tutte le fasi di sviluppo del progetto proponendo tre giovani e stimati urban artist internazionali, l’argentina Marina Zumi, il tedesco Dome e il russo Alexey Luka, che per una decina di giorni hanno lavorato all’interno dell’Hangar Bicocca di Milano. Ognuno, col proprio stile e la propria visione, ha saputo produrre davvero un nuovo senso intorno al pneumatico più conosciuto al mondo, e questo ce lo hanno dimostrato proprio le loro opere esposte al pubblico soltanto per tre giorni lo scorso febbraio.

Nell’opera della Zumi infatti ritroveremo quell’atmosfera surreale ed eterea, cara all’artista, di un mondo in cui il pneumatico diviene la Luna che guida gli uomini verso il superamento dei propri limiti.

“Le mie opere esprimono una riflessione sul tempo presente e sul mondo moderno attraverso delle figure animali che incarnano delle virtù umane. La figura del cervo rappresenta uno spirito saggio, che sa mantenere calma e buon senso anche di fronte alle avversità.”

Passando poi a Dome, che opera una delle sue bellissime e delicate metafore monocromatiche, con la messa in scena del sentimento della Passione, indispensabile all’innovazione e al progresso, che ha contraddistinto l’azienda Pirelli in tutti questi anni.

“Le silhouette di due esseri umani, ispirate al teatro d’ombre, s’incontrano su un palco a scacchiera. Un uomo, col viso coperto da una maschera d’alce, spinge una carriola con dentro una rosa verso la donna che ama. È la prova che l’amore e la passione portano l’uomo a oltrepassare i limiti del convenzionale e a esplorare nuovi percorsi, anche quando questi sembrano pieni di ostacoli.”

Per finire con Luka che, con la sua peculiare visione geometrica, ha sintetizzato quel multiculturalismo urbano reso affascinante qui dalla composizione costruita per inter_sezioni cromatiche di contrasto in cui il pneumatico spicca proprio perché elemento fondamentale nella vita urbana.

“Sono state le forme geometriche dell’architettura di Mosca, la città in cui sono nato e cresciuto, a ispirarmi il ricorso ai codici dell’astrazione e la voglia di combinarli con quell’universo formale biologico – piante, esseri umani – che popola gli spazi urbani. Questo mix costituisce il linguaggio narrativo che declino, di volta in volta, nei luoghi dove dipingo.”

Tre grandi opere pittoriche di forte impatto, che colgono appieno lo spirito che anima l’azienda Pirelli, successivamente assemblate in un’installazione a piramide collocata all’interno dell’Hangar Bicocca. Un luogo, oggi deputato all’arte contemporanea, con un background storico non indifferente se si pensa alle grandi fabbriche che prima ospitava, come la stessa Pirelli, il cui progetto di Bilancio 2014 ha trovato giusta continuazione concettuale con esso. Alla presentazione sono intervenuti oltre a Marco Tronchetti Provera, Presidente e Ceo di Pirelli e Antonio Calabrò, Senior Advisor Cultura di Pirelli, anche il critico d’arte Achille Bonito Oliva e Christian Omodeo curatore del progetto.

Momento della presentazione del Bilancio 2014 con Alexey Luka, Marina Zumi, il critico d’arte Achille Bonito Oliva, Christian Omodeo curatore del progetto e Dome

Momento della presentazione del Bilancio 2014 con Luka, Zumi, il critico d’arte Achille Bonito Oliva, Christian Omodeo curatore del progetto e Dome

Un esempio questo, secondo me, di come si può fare comunicazione della propria cultura d’impresa, affidandosi alla curatela di un esperto che ha saputo realizzare un connubio sinergico e sano tra la Street Art e un’azienda come Pirelli, valorizzando entrambe le parti in gioco nel rispetto sia del prodotto in questione che le personalità artistiche coinvolte nella reinterpretazione dello stesso, facendo adeguata divulgazione della conoscenza di questa disciplina attraverso del materiale documentativo fruibile.

www.pirelli.com https://www.facebook.com/PirelliItalia

http://legrandjeu.fr/

Christian Krämer aka DOME

Nato nel 1975, l’illustratore e street artist DOME vive e crea le sue opere a Karlsruhe. Affascinato dall’arte urbana, nel 1994 scopre la vernice spray come strumento di espressione artistica e comincia a dipingere muri. Il suo stile è caratterizzato da uno sguardo surrealista sulla condizione umana: ama rappresentare singole parti del corpo estrapolate dal contesto e nel 2011 ha messo a punto un sistema di “costruzione modulare” per comporre le sue opere di elementi ripetuti, rappresentati con la sola variazione di una rotazione di 45 gradi. Questo metodo offre la libertà – concetto fondamentale nella cultura della Street Art – di modificare rapidamente parte di una composizione senza ricominciare da zero. DOME si serve di penne, inchiostro di china e acrilico per dare vita alle sue figure. Le sue opere invitano l’osservatore a esplorare pensieri ed emozioni suscitati da immagini surreali, ispirate all’architettura barocca, con motivi floreali, elementi architettonici e altari ad arricchire lo sfondo. Spesso i soggetti popolano paesaggi, palchi e piattaforme e sono accompagnati da cartelli scritti in un font creato appositamente dall’artista.

Alexey Luka

Nato nel 1983 e residente a Mosca, Alexey Luka è tra i giovani artisti e illustratori russi più innovativi. Dopo l’esordio come graffitista, si è formato al Moscow Architectural Institute e ha cominciato a sviluppare un nuovo linguaggio di Street Art più vicino alla tradizione dell’avanguardia russa e meno improntato alla critica della società dei consumi e alla cultura pop, filoni tipicamente occidentali. Influenzato da artisti come El Lissiztky e Vassily Kandinsky, Alexey Luka porta avanti una ricerca artistica ispirata al dialogo con l’architettura urbana, nella quale inserisce dipinti e installazioni caratterizzate da curve e linee colorate. La sua tecnica, perfezionata lavorando in strada, si basa sull’analisi digitale delle forme che vanno a comporre realizzazioni tridimensionali in legno e altri materiali. Luka vanta un forte legame biografico e artistico con Mosca e nel 2010 ha raggiunto la fama internazionale grazie al boom della rete che ha investito la Russia: oggi le sue opere, geometriche e frammentate come puzzle, fanno parte del paesaggio urbano di numerose città del mondo. Oltre a partecipare a mostre collettive allestite in prestigiose gallerie di arte urbana, come la Openspace a Parigi, la Mini Galerie ad Amsterdam e la 1 AMSF a San Francisco, di recente ha realizzato le sue prime personali: Long tomorrow, organizzata alla Pechersky Gallery di Mosca, e Late e Still Life, tenutasi alla Enjoyted di Lione.

Marina Zumi

Nata nel 1983 in Argentina e da lungo tempo residente a San Paolo, in Brasile, dove crea le sue opere, Marina Zumi è entrata subito in contatto con la scena della Street Art ed è stata una delle prime partecipanti al gruppo formativo sperimentale Expression Sessions di Buenos Aires. Una delle poche donne a portare la sua arte per le strade di San Paolo, ha uno stile coloristico e femminile, influenzato dalla sua formazione come stilista. I suoi graffiti, un’oasi di serenità nel traffico e nel trambusto della città, sono pervasi da un’elegante magia. Le sue creazioni in studio sono invece improntate a una maggiore concretezza: incorporando nelle sue opere fili dorati, argentati e neri, si avvicina alle teorie dell’arte concreta, ispirandosi alla natura, all’universo, alla geometria sacra, alla teoria dei quanti e alla vita quotidiana. Marina Zumi punta a liberare il flusso di energia, simbolo del legame esistente tra tutti gli esseri viventi e rappresentato da un motivo ricorrente di sette linee, con un’intenzione centrale e risonanze parallele, tre positive e tre negative. Attualmente di base a San Paolo, l’artista argentina continua a sviluppare percorsi autonomi e collettivi nelle strade e nelle gallerie di tutto il mondo. L’evoluzione dai graffiti degli esordi alla produzione attuale è stata un personalissimo percorso di crescita e arricchimento del tutto indipendente.

Christian Omodeo

Nato a Roma nel 1976, Christian Omodeo è critico d’arte e direttore artistico e vive a Parigi. Dopo gli studi di Storia dell’Arte in Italia, dal 2005 al 2010 ha lavorato all’Institut National d’Histoire de l’Art e nel 2011 ha conseguito il Ph.D alla Université Paris-Sorbonne, ricevendo il Prix Nicole. Dal 2010 al 2013 ha insegnato Arte contemporanea alla Université de Picardie-Jules Verne d’Amiens, collaborando contestualmente con il Musée Fesch di Ajaccio. Noto come uno dei principali esperti dell’arte di età napoleonica, nel 2012 ha creato Le Grand Jeu, agenzia specializzata in arte urbana, per dedicarsi esclusivamente ai nuovi linguaggi dell’arte, che studia sin dal 2008. Curatore della prima edizione del festival romano Outdoor nel 2010 e tra i promotori del progetto Tour Paris 13 nel 2013, ha organizzato mostre, workshop e conferenze in tutta Europa. Con i suoi ultimi libri – “C215. Un maître du pochoir”, “Crossboarding. An Italian Paper History of Graffiti Writing & Street Art” e “Dominique ERO Philbert. Urban Mystical Expressions”, pubblicati nel 2014 – si è affermato come uno dei critici d’arte urbana attualmente più quotati, oltre che come uno dei pochissimi storici di graffiti writing in Europa.

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Diagonals. Il libro d’artista di L’Atlas | La nuova avventura editoriale di Le Grand Jeu

In occasione dell’apertura di “Transversal“, prima personale italiana di L’Atlas alla Wunderkammer di Roma, lo scorso 22 novembre, è stato presentato “Diagonals“, il primo libro d’artista del grande urban artist parigino nonché il primo progetto nel campo dell’editoria d’artista de Le Grand Jeu in collaborazione con il rinomato Atelier R.L.D. di Parigi, che ha stampato il libro in edizione limitata a 50 copie su carta Rivoli.

Si tratta di 14 litografie firmate e numerate da Jules Dedet Granel aka L’Atlas, ognuna delle quali rappresenta un passo nell’elaborazione del suo bozzetto disegnato a mano. Come spiega, Christian Omodeo che scrive il testo critico del libro, l’artista abbandona la linearità orizzontale e verticale delle sue lettere scritte, per dieci anni elementi centrali nella sua ricerca artistica, per esplorare un nuovo spazio formale riempito con diagonali. Un cambiamento di prospettiva verso ciò che è stato l’amore per la calligrafia con cui ha lasciato la sua impronta su grandi e significativi spazi urbani in giro per il mondo.

L’Atlas is a French artist born in 1978. He began doing graffiti in the early 1990s. Fascinated by the history of handwriting, he has studied calligraphy in several countries and designed his own typography. He frequently works in public spaces and has become a major figure of the Street Art movement. He has also developed a pictural universe, where he leads the written word towards calligraphic abstraction. He lives and works in Paris.
The Atelier RLD has been founded in 1973 in Paris by Robert and Lydie Dutrou and has collaborated with artistes like Miró, Chillida, Tapiès, Alechinsky, Miotte, Seguí, Sugaï, Papart, Ionesco, Tardieu, Mandiargues, Butor and Perec, to produce prints and artists’s books during almost forty years. In 1985, Robert and Lydie Dutrou have opened a second atelier in Bourgogne, where they have installed various printing presses. MoMA considers Anular, produced by Antonio Tapiès at Atelier RLD in 1981, one of the fifty more precious artists’ books in the world. 

DIAGONALS

Printed on 240 gr. Rivoli paper
White cloth-covered clamshell box
Book dimensions: 25 x 25 cm. (9.84 x 9.84 in.)
Text by Christian Omodeo
Edition of 50, signed and numbered by the artist
2014

 

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La camaleontica materia scultorea nelle mani di Carlo Galli | Conversazioni d’autore

Inauguro questo 2014 d’interviste su RDV dedicando lo spazio al giovane artista viareggino Carlo Galli che, forte di una profonda esperienza e conoscenza della modellazione scultorea, porta avanti una personale ricerca e sperimentazione materica, che lo distingue nel panorama di questa disciplina. Le materie scultoree nelle sue mani assumono connotazioni estetico-tattili estremamente interessanti, tanto da poter definire la sua scultura “camaleontica”, volendo rendere in superficie l’illusione di un altro materiale. Le sue elaborate installazioni site-specific, composte di singoli elementi interdipendenti e modellate attorno precise tematiche attuali, intessono un originale discorso critico col contesto che le ospita, come quelle realizzate su grande scala all’interno del Festival austriaco Schmiede 2013, o si fanno simbolo di quello stesso discorso nelle miniature prodotte in serie limitata per il progetto BAU a 3D per questo 2014.

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Ciao Carlo! Parlaci un po’ di te come ti sei avvicinato alla scultura e come hai capito che sarebbe stata la tua disciplina di riferimento.

Ciao Alessandra, innanzitutto grazie per questa intervista.

Credo che sia una dote che porto dentro fin da quando sono bambino. Mia madre si stupiva molto per la creatività con cui costruivo edifici con la lego. A 17 anni mio padre mi ha proposto di andare a fare il ragazzo di bottega nel laboratorio di scenografia di Arnaldo Galli, dove tra l’ altro si lavorava anche per la costruzione dei carri del carnevale. Questa è stata un’esperienza formativa veramente importante, ho imparato a muovermi sin da piccolo in un ambiente di lavoro e ho rubato con gli occhi le tecniche e le soluzioni creative del maestro. Dopo questa esperienza, sin dai 19 anni, mi sentivo già molto sicuro delle conoscenze tecniche apprese; infatti dopo la maturità artistica mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Carrara, scegliendo scultura per approfondire e conoscere altre tecniche, come la lavorazione del marmo, del bronzo e la formatura.

Sei parallelamente scultore e docente di discipline plastiche al liceo, vorrei sapere cosa significa per te fare il docente con gli occhi dell’artista? L’insegnamento completa e arricchisce il tuo percorso di scultore?

Mi sono abilitato all’insegnamento di discipline plastiche nel 2007 con il corso cobaslid (SIS).  Soltanto nel 2103 hanno cominciato a chiamarmi come supplente. Il periodo più lungo è stato lo scorso anno: sei mesi al liceo artistico di Lucca. E’ stata un’esperienza emozionante perché ho avuto la possibilità di insegnare nella stessa classe dove sono stato allievo.  Mi sono divertito molto, perché con la classe, a poco a poco, si è creata una bella sintonia. Essere insegnante e artista è senz’altro positivo, infatti i ragazzi sono stimolati e incuriositi da idee differenti e capiscono molto bene se la persona che hanno di fronte possiede le competenze adeguate. Anche se non hanno delle capacità tecniche consolidate, collaborare con gli studenti è interessante, riescono a trovare spunti creativi sorprendenti che possono  influenzare anche il mio lavoro d’artista.

Carlo Galli. Intervento - Rivalutazione urbana, 2013. Colore acrilico su tombino fognario

Carlo Galli. Intervento – Rivalutazione urbana, 2013. Colore acrilico su tombino fognario

Lo scorso 19 ottobre ti è stata dedicata la prima personale alla Casa Museo Ugo Guidi, in cui erano riunite quasi tutte le tue opere scultoree, realizzate dal 2011 al 2013. Niente è lasciato all’immaginazione dello spettatore, al contrario le tue sculture fanno riferimento a specifiche tipologie figurative. Ciò sembra legarsi a una costante che distingue il tuo lavoro: l’atteggiamento critico con cui affronti tematiche ben precise. Ce ne puoi parlare?

L’idea di portare tutte le opere tra il 2011 e il 2013 è stata della curatrice Gaia Querci. Abbiamo creduto necessario fare un punto della situazione. In questi due anni infatti, il lavoro che ho portato avanti è di carattere camaleontico. La sperimentazione è una caratteristica di questi ultimi anni di lavoro e questo si rispecchia anche nella mostra. Nonostante si possa percepire un filo conduttore, ultimamente le tematiche che affronto cercano di sviluppare una critica sui valori deteriorati della società. Mi è capitato più di una volta di iniziare a lavorare ad un progetto, stimolato dalle contraddizioni che osservo. Questi input che ricevo, vengono rielaborati come elementi che cercano di rendere il messaggio finale più comunicativo e chiaro possibile. Emblematica è l’installazione scultorea “Work in progress”, presente in mostra e realizzata nel 2011. Una moltitudine di piccoli manager e imprenditori di gesso, muniti di caschetto antinfortunistico, sono posizionati in cima a dei tronchi d’albero, piantati nella spiaggia del parco naturale di Viareggio. Gli ometti “pianificano” un progetto di cementificazione. Questo lavoro si sviluppa attorno al tema della speculazione edilizia con sguardo critico rispetto a quelli che, al tempo in cui era viva la questione, erano gli interessi economici che miravano a costruire nuovi hotel e locali lungo il litorale del parco naturale.

Work in progress, 2011. Gesso e colore spray, dimensioni variabili

Work in progress, 2011. Gesso e colore spray, dimensioni variabili

Questa tua personale mi ha dato modo di notare uno sviluppo costante nella tua ricerca artistica dal punto di vista tecnico-espressivo. Parlami dei tuoi inizi con la scultura in pietra e di come man mano sei passato a sperimentare il gesso, ma ancor di più la carta pesta.

Il mio percorso artistico inizia con la fine degli studi accademici. E’ un percorso graduale in continua mutazione. I primi anni, fresco delle nozioni tecniche apprese durante gli studi di scultura, mi sono allontanato quasi subito dal marmo e dal legno, ed ho cercato di stabilire un linguaggio con diverse materie plastiche, prediligendo la creta, il gesso e il cemento. Questo approccio è stato fondamentale per assimilare tutto quello che avevo appreso e per capire le mie inclinazioni in questa disciplina. Ho potuto così sperimentare nuove soluzioni, al fine di avvicinarmi ad uno stile più personale. I temi che ho affrontato nelle prime esperienze erano vicini alla cultura classica, con un forte legame al figurativo.

Negli anni poi, proseguendo nella mia ricerca artistica, ho conosciuto nuove persone che, in diversi modi, lavorano nell’ambito dell’arte e mi hanno influenzato. Grazie a Laboratorio21, Associazione Culturale da me co-fondata, che organizza eventi e cura esposizioni, nonché spazio dove lavoro, ho avuto la possibilità di confrontarmi con altri artisti. Sempre di più ho iniziato a documentarmi, a leggere riviste e a guardarmi intorno. Mi sono reso conto che la ricerca della forma, delle linee, del gesto e della rappresentazione della figura umana, non potevano più essere gli unici fattori da prendere in considerazione, per quello che ritengo essere l’evoluzione della mia esperienza artistica. A poco a poco ho avuto la sensazione che fosse necessario distaccarmi da quello che avevo appreso, nonostante ritenessi i risultanti soddisfacenti. Continuare a fare scultura figurativa tradizionale forse sarebbe stato più gratificante, però ho preferito percorrere una strada sterrata dove non vi è nessuna certezza.

Dog and Soldiers, 2012. Cartapesta, colore acrilico, 200x120cm

Dog and Soldiers, 2012. Cartapesta, colore acrilico, 200x120cm

In questa fase, ho comunque cercato di mantenere una linea guida e sviluppare quegli strumenti che conosco meglio, sia per quanto riguarda i materiali che per le tecniche. Ho provato diverse volte ad utilizzare la cartapesta come tecnica scultorea. Una tecnica che ho imparato all’ inizio del mio percorso, nell’ ambiente del carnevale, ma che non ho voluto abbandonare. In questa materia mi piace creare l’illusione di un altro materiale, grazie alle patine e ai colori. In questa materia mi piace creare l’illusione di un altro materiale, grazie alle patine e ai colori. Il colore può dare l’illusione che l’oggetto abbia un valore differente. Per esempio la cartapesta può essere trasformata in una pietra marmorea. Credo sia interessante creare una sorta di incognita sull’origine del materiale di realizzazione. Realizzo patine con colori acrilici o anche sintetici. Mi interessano i materiali come bronzo e marmo, anche se a volte mi piace improvvisare e giocare con i colori, ottenendo spesso l’effetto di leghe metalliche colorate o arrugginite.  Tutto ciò si esplica in Dog and soldiers, l’ultimo lavoro in cui ho voluto dar forma al concetto di ribaltamento di ruoli, sovvertendo le proporzioni dei due protagonisti. Il cane, che normalmente rappresenta l’innocenza e la bontà, si trova qui ad avere una statura molto più grande rispetto al gruppo dei militari, che li sovrasta. L’idea è quella di mettere i militari in una sorta di impotenza rispetto al cane, che convenzionalmente è ritenuto indifeso.  

Dog and soldiers - Carta pesta 2013

Dog and soldiers – Carta pesta 2013

Fino ad arrivare oggi a un uso insolito, ma interessante e di forte impatto estetico, della colla. Esiste un collegamento tra ciò che vuoi esprimere, il messaggio, e il materiale di volta in volta utilizzato?

L’uso della colla a caldo fa parte di un  processo di ricerca sulla materia. Ho cercato a lungo soluzioni che mi permettessero di raggiungere l’obiettivo di rendere la scultura una disciplina che possa essere concorrenziale rispetto alle altre forme d’arte. Con concorrenziale intendo che possa essere realizzata in tempi brevi, economica, ma comunque di forte impatto. L’utilizzo della colla  è il risultato di questa ricerca. Anche se sono ancora nella prima fase della sperimentazione ho potuto notare qualche risultato. . Proprio con la partecipazione nel settembre 2013 al Festival Schmiede, importante manifestazione artistica in Austria, ho avuto la possibilità di realizzare, nei dieci giorni di festival, una delle prime installazioni con questa tecnica dal titolo “Violet violent“.

Violet Vaiolent, 2013. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili_Festival Schmiede

Violet Vaiolent, 2013. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili_Festival Schmiede

I carri armati di Violet violent sono dei simboli: l’inconsistenza del materiale contrasta con la potenza del soggetto, proprio come la fragilità dell’individuo si contrappone al potere che l’uomo può attuare nelle sue strategie di sopraffazione. Un guscio vuoto può essere macchina di distruzione. Un uomo può esercitare le sue strategie anche nella vita comune in una lotta per affermare se stesso. Come in un gioco di ruolo, la strategia si intreccia con il caso, e nell’installazione i “carrarmatini” vengono allineati secondo una tattica di conquista del territorio.

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Violet Vaiolent, 2014. Colla a caldo, colore acrilico, dimensioni variabili

Parallelamente alla scultura porti avanti un discorso nuovo nell’ambito dell’installazione site-specific realizzando opere con il nastro segnaletico in ambienti industriali abbandonati o luoghi di periferia fortemente degradati, fatta eccezione per quella studiata ad hoc nell’atrio di Palazzo Gambacorti per la Notte Bianca in Blu di Pisa (qui l’articolo). Come hai concepito questo nuovo percorso e qual è l’idea che vi si sottende?

E’ iniziato tutto per caso, una mattina stavo andando al mare (spiaggia libera della Lecciona) e camminando non ho potuto fare a meno di notare quelle capanne realizzate dai bagnanti, per proteggersi dal sole, con canne di bambù e vecchi legni straccati dal mare. Paradossalmente alcune di queste strutture sono state messe sotto sigillo e sequestrate. Su questo episodio è nata l’idea di utilizzare il nastro segnaletico come elemento creativo.  Come può un semplice nastro di plastica tenere lontane le persone delle aree delimitate? Il nastro è un materiale molto volubile, ma nell’immaginario collettivo il nastro bianco e rosso ha un determinato valore di limite intransitabile. Rappresenta qualcosa di inaccessibile, di pericoloso dal quale tenersi alla larga. Quindi mi sono detto, ma perché non proviamo a delimitare delle aree di spiaggia libera come provocazione rispetto ai bagnanti che frequentano la zona? Così è nato Delimitazioni di superficie e l’uso del nastro segnaletico nella mia esperienza artistica.

Delimitazioni di superficie, 2013. Nastro segnaletico e bastoncini di legno, dimensioni varibili

Delimitazioni di superficie, 2013. Nastro segnaletico e bastoncini di legno, dimensioni varibili

Carlo Galli - "Delimitazioni di Superficie" Installazione site-specific Atrio Palazzo Gambacorti Pisa Notte Bianca in Blu 2013

Carlo Galli – “Delimitazioni di Superficie” Installazione site-specific Atrio Palazzo Gambacorti Pisa Notte Bianca in Blu 2013

Puoi darci qualche anticipazione su qualcuno dei tuoi progetti per questo 2014?

Ho vinto la borsa di studio per “Bag Factory”, una residenza d’artista in Sud Africa. Intanto sto lavorando in collaborazione con altri due artisti per realizzare un workshop di scultura all’interno del Festival Schmiede in Austria. Con Laboratorio21, nel mese di giugno, è previsto un evento in collaborazione con un curatore spagnolo, che coinvolgerà artisti delle Canarie. Infine mi sto occupando di realizzare 150 miniature di carri armati per il progetto  BAU a 3D.

Un consiglio d’autore.

Viaggiate il più possibile! Fate anche delle passeggiate a piedi. Aiuta ad aprire la mente! 

www.laboratorio21.com

http://www.flickr.com/photos/carlogalliworks/

Giorgio Bartocci | Anime meticce

Testo critico per la personale “Duplicity” di Giorgio Bartocci a Studio D’Ars di Milano

Dai primi passi mossi nel graffiti-writing, dove si misura con lo studio del lettering, alle successive esperienze post-graffiti, realizzate in giro per l’Italia a contatto con molti nomi stranieri, fondamentali per capire la rotta da seguire nella propria ricerca; passando per gli studi di oreficeria e soprattutto quelli di graphic design, vediamo maturare una coscienza artistica che opera responsabile nel contesto socio-culturale odierno, attraverso lo sviluppo di un linguaggio nuovo dalla peculiare sintassi espressiva di equilibri multiformi.Giorgio Bartocci classe ’84, un talento dalla forte personalità artistica, che lascia traccia del suo passaggio sia sui muri urbani che su qualsiasi altro supporto travolto dalla sua fervida sperimentazione di mezzi e colore.

Caro all’artista è adesso il ritratto di spaccati quotidiani, in cui si esprime il legame che egli stesso intrattiene con la città e la società che vi abita; con le costruzioni, che ne ridisegnano maldestramente la struttura urbana, su cui aleggiano anime meticce sospese nel leale doppio gioco di forme e colori, in bilico tra loro, che soltanto scontrandosi sulla realtà concreta del supporto ritrovano una propria dimensione stabile.

Anime meticce prive d’identità, e che forse non vogliono averne, affinché possano assumere quella di qualsiasi persona che le guardi, invadono le superfici vampeggiando come ombre proiettate dall’incendio della vita, che è in ognuno di noi. Anime divampate dalla tensione bipolare di chi interpreta ed esprime in un contesto ostile, ma allo stesso tempo ne rimane affascinato, e sente la responsabilità del segno che vi lascia. Una tensione risolta nel mezclado quasi armonico della composizione, in cui le zone di colore, ben delineate, si confrontano con quelle d’ombra, o ne costituiscono solo una tenue punteggiatura interna; in cui le pennellate si confondono, per dare un letto alle campiture più decise e nette, che ne definiscono l’articolazione sfuggente.

Soluzioni formali perfette ad esprimere quella costante duplicità nel rapporto con la città, che all’interno dello spazio espositivo viene dichiarato con la stessa potenza di un grido che s’infrange sulle pareti.

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“Semi” nella semantica scultorea di Renzo Lulli

Renzo Lulli - "Semi"

Renzo Lulli – “Semi”

In un angolo del cuore storico di Pisa, affacciato su Piazza San Paolo all’Orto, sorgono iPazzi, un bellissimo concept store in cui arte e design s’incontrano per dare vita, lungo le pareti del negozio, ad una continua mostra di oggetti dall’estetica seducente, e a volte bizzarra, dietro cui si nasconde anche qualità ed innovazione tecnologica. Proggetti, frutto di quelli che forse oggi sono proprio “i nuovi pazzi”, brillanti designers e autori che operano una piccola rivoluzione creativa del vivere quotidiano, attraverso soluzioni che in sé coniugano funzionalità e valore estetico, tutto nel segno dell’eco-sostenibilità, proponendo nuovi approcci dell’abitare, del lavorare e del vivere outdoor. iPazzi però vanno oltre e si fanno promotori di altri “pazzi”, artisti che caratterizzano col proprio lavoro il panorama dell’arte contemporanea toscana, grazie alla volontà del proprietario, Fabrizio Trontì, che cura una rassegna espositiva all’interno del negozio, arricchendone e ampliandone la già l’ambiziosa mission. Un luogo d’incontro e scambio insomma, che opera un piccolo approfondimento sulla realtà artistica toscana. Ed è su questa scia che, poco dopo Befana, iPazzi accolgono il 2014 con l’esposizione “Semi”, dedicata a Renzo Lulli, artista di origini toscane attivo da oltre vent’anni nella scultura. Il pubblico avrà conosciuto il suo personaggio nel film “I primi della lista” del regista Roan Johnson, su soggetto scritto dallo stesso Lulli, che da anni ormai vive e lavora in Marocco. Terra magica quella marocchina, non molto lontana geograficamente, ma distante per colori, odori, sapori, suoni e profumi, di cui l’artista presenta qui alcuni preziosi “semi”. Terra tanto affascinante quanto ispiratrice per la sua poetica e lo sviluppo di una personale semantica scultorea, costruita sulla dicotomia del linguaggio di soluzioni formali bicrome dalle sinuose linee concave e convesse, di parti scavate e parti in rilievo.

"Osso di riccio" - legno di limone e palissandro

“Osso di riccio” – legno di limone e palissandro

"La piovra" - legno di limone

“La piovra” – legno di limone

"Il Giunto" - legno di limone e cocco

“Il Giunto” – legno di limone e cocco

Semantica con la quale restituisce immagini e sensazioni della natura esotica che lo circonda, filtrata attraverso la sua sensibilità, e di ciò che per lui sono i valori di unità, di amicizia, di uguaglianza ove c’è un’apparente diversità. Forme “essenziali e semplici”, come scrive Trontì, che mostrano le eleganti caratteristiche del legno, articolate nell’ampio discorso che l’artista intrattiene con la materia in cui si identifica, dimostrando grande esperienza nella padronanza dei mezzi scultorei su materie lignee, molto spesso sfuggenti alla modellazione.

"Bassamarea" - legno di limone e palissandro

“Bassamarea” – legno di limone e palissandro

"La mia impronta" - legno di iroko

“La mia impronta” – legno di iroko

Una “Semi”-esposizione, che anticipa quello che l’artista esporrà, il prossimo 8 marzo, per la collettiva al Centro Espositivo SMS di Pisa, insieme ad altri 22 artisti italiani, di cui la metà pisani, e 7 marocchini. Un riconoscimento per tutto il lavoro di collaborazione e interscambio tra l’Italia e il Marocco, che sin dal 2004 esiste grazie alle residenze d’artista organizzate dal Direttore del Centro d’Arte Contemporanea di Ifitry (Essauri), Mustapha Romli, nonché Direttore della prima Biennale Internazionale di Casablanca del 2012, nella quale confluiscono le opere frutto di tali residenze. Il trait d’union culturale tra le due terre, è incarnato proprio dallo stesso Lulli, che da tre anni collabora con il Direttore Mustapha Romli, divenendo figura di riferimento e coordinazione per l’Italia nella realizzazione dell’interscambio artistico-culturale col Marocco, e di questa prossima grande esposizione d’arte contemporanea patrocinata dal Comune di Pisa, che promuove la città a centro di studio e produzione artistica.

La mostra “Semi” sarà visibile fino al 1 febbraio 2014 in orario di negozio.

www.renzolulli.it

http://ipazziblog.blogspot.it/

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Associazione per dipingere | Resoconto della tavola rotonda @ Leoncavallo di Milano

COMUNICATO POST-EVENTO

Nel corso degli ultimi vent’anni, Milano si è contraddistinta su scala europea per la severità con cui ha affrontato il fenomeno dei grafti. È una delle città che ha più speso per nanziare delle campagne antigrafti ed è l’unica in cui si è arrivati a condannare per associazione per delinquere dei ventenni rei di aver dipinto dei muri. È, inoltre, l’unica città in cui i giornali offrono con regolarità una visione unilaterale di questo fenomeno che contribuisce a distorcere il giudizio dell’opinione pubblica.
L’incontro di sabato 11 gennaio, organizzato dal Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito in collaborazione con Le Grand Jeu, è nato da una volontà comune di fare emergere una visione alternativa al ne di sostenere e incoraggiare una politica diversa in materia di writing e street art. Le riprese dell’incontro permetteranno a chiunque di farsi un’opinione sulla questione e sulle posizioni emerse durante l’incontro. 
L’arte pubblica illegale è un fenomeno complesso, che richiede politiche complesse. La sola e semplice repressione non è mai stata efcace e mai lo sarà. 
Si ripete spesso che Milano è una delle città europee più colpite dai graffiti, senza però rendersi conto che è stata proprio l’assenza di una politica partecipata a far degenerare questa situazione. Oltre ad individuare politiche efficaci capaci di inquadrare questo fenomeno, bisogna anche prendere coscienza del fatto che Milano sembra più sporca perché questa è la percezione che ne danno alcuni politici per motivi di propaganda elettorale e alcuni quotidiani locali che favoriscono questa disinformazione. 
I muri puliti sono una delle priorità di Milano in vista dell’Expo 2015. Mirko Mazzali, Presidente della Commissione Sicurezza e Coesione Sociale del Comune, ha ricordato che la pulizia dei muri non può essere prioritaria rispetto al controllo delle inltrazioni maose e alla sicurezza dei cantieri dell’Expo 2015. Un altro punto importante emerso durante la tavola rotonda è che, non solo writers e street artists non hanno mai preteso l’impunità, ma che la condanna per associazione per delinquere arriva proprio mentre molti di loro si sono resi disponibili per pensare e costruire, con l’attuale giunta, un percorso condiviso di eventi e di progetti. 
Non ha senso discutere della differenza tra arte e vandalismo e organizzare cleaning days, senza prima impostare una politica articolata, rivolta a coinvolgere gli attori di questo fenomeno e a sostenerne la parte più artistica. Più che inneggiare ai muri bianchi, Milano dovrebbe presentarsi agli occhi dei visitatori dell’Expo 2015 come una città capace di dialogare con tutte le comunità presenti sul suo territorio. 
La Milano che verrà come sarà? La vecchia città narcisista ed egocentrica che si specchia su alti torri di vetro, oppure il luogo nuovo, internazionale, inclusivo e che si prepara alla sda culturale della città metropolitana?

All’incontro che si è svolto sabato 11 gennaio 2014 e che è stato moderato da Christian Omodeo, uno dei fondatori de Le Grand Jeu, sono intervenuti:

– 2501: street artist

– Domenico Melillo: avvocato

– Mirko Mazzali: consigliere del Comune di Milano

– Mr. Wany: writer e street artist

– Soviet: writer, VolksWriters

Milano – Parigi, 16/01/2014

Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito – www.leoncavallo.org 

Le Grand Jeu – http://legrandj.eu/ 

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L’estetica del FOMENTO | Torino 2013 Reportage Part. 2

-®Stefano Guastella-0320

Se nella prima parte del mio reportage sulla contemporary week di Torino 2013 ho affrontato una la lunga ricognizione su Paratissima 9, in questa seconda parte invece mi concentrerò su alcuni eventi e manifestazioni avvenuti all’esterno del PIX e, se posso dirlo, anche al di fuori dei circuiti consueti dell’arte: dalla periferia fino in centro città, dagli spazi industriali del Bunker, nell’EX stabilimento SICMA di Barriera Milano, a quelli immacolati della Galo Art Gallery in San Salvario, il tutto sotto il segno dell’arte urbana, nelle sue diverse coniugazioni ed accezioni.

Parola chiave fondamentale con cui si decifrano gli argomenti affrontati, e filo rosso che ha cucito insieme i diversi eventi, è FOMENTO; quello artistico, la dose di adrenalina che spinge il writer come lo street artist ad agire illegalmente, a compiere gesti di libertà spontanea e immediata dettata dal momento, ma anche quella che lo spinge ad operare legalmente confrontandosi con nuove sfide sia dal punto di vista tecnico che di nuove dimensioni compositive. Così ne han parlato i curatori e storici dell’arte invitati dall’Associazione URBE all’incontro “Nuove forme di arte pubblica”. Un tema molto sentito oggi soprattutto se pensiamo agli sviluppi che la Street Art e il Graffiti-Writing hanno avuto negli ultimi sette anni in Italia e all’estero. Il dibattito avvenuto al Bunker ha visto riunirsi alcune delle figure di spicco nel panorama curatoriale ed organizzativo di manifestazioni di respiro internazionale nel campo delle suddette discipline, come Riccardo Lanfranco, artista e direttore artistico del Festival di Mural Art PicTurin e fondatore dell’Associazione culturale Il Cerchio e Le Gocce di Torino, Claudio Musso, storico dell’arte e curatore insieme a Fabiola Naldi, del progetto curatoriale di Street Art e Writing Frontier di Bologna, Pietro Rivasi curatore del Festival di Street Art Icone e socio della Galleria D406 di Modena, Luigi Ratclif dell’ufficio cultura della Città di Torino ed infine Christian Omodeo, direttore artistico italo-francese de Le Grand Jeu e curatore del “Il Piano” all’interno del progetto “LaTour13” della Galleria Itinerrance di Parigi, non ché moderatore del dibattito. Quattro testimonianze di casi rappresentativi, di progetti che si sono realizzati negli ultimi anni in tre città italiane e una francese. Un dibattito ricco di spunti riflessivi, “fomentato” dalle idee ed esperienze vissute e affrontate in prima persona, riportate non soltanto col punto di vista curatoriale ma anche con quello dell’artista, che si fa promotore di eventi nell’ambito della propria disciplina, in cui si evidenzia la necessità di regolamentazione delle nuove tipologie di opere d’arte, come il murales, quando entrano a far parte del patrimonio pubblico e diventano bene culturale da tutelare, facendo una distinzione tra espressioni spontanee e illegali e interventi legali, realizzati su commissione. Un tema pregnante che si è aperto sul caso di Torino per il murales realizzato a PicTurin 2010 da Aryz, uno dei muralisti spagnoli più geniali al mondo, che dovrà essere smantellato per il restauro della facciata di Palazzo Nuovo – superficie su cui è dipinta l’opera – ponendo così la questione dell’effimerità di tali opere e successivamente del loro restauro. Ogni caso è a sé stante così come le opinioni, e se per alcuni rimane tutt’ora una questione aperta, per altri invece le opere di questo tipo devono rimanere effimere, non soltanto perché la loro conservazione o restauro comporterebbe una pianificazione a monte e uno sforzo enormi e irrealizzabili per le poche risorse disponibili, ma anche perché secondo l’etica “writing” queste espressioni nascono come azioni spontanee e illegali, che avvengono per strada senza che l’artista si ponga troppi problemi di conservazione quanto quelli di velocità di esecuzione. A questo proposito illuminante è la testimonianza di Riccardo Lanfranco, che afferma “aver realizzato un’opera vicino alla Mole Antonelliana, in pieno centro storico, è un segno che, anche se è durato tre anni, ha cambiato drasticamente in positivo tutta la scena. Ogni volta che realizziamo questi interventi, sì c’è un 10% di persone che non riesce a capire e critica, ma il restante 90% che assiste ai lavori e passa dai luoghi d’interesse, ringrazia per questi interventi. E questo secondo me è un segnale positivo.” Perciò se da una parte non è ancora possibile capire quale comportamenti adottare, dall’altra si auspica l’intensificazione delle operazioni di catalogazione degli interventi e dello sviluppo di un adeguato apparato critico per valorizzarne le qualità intrinseche e rafforzarne la memoria storica. Su questo punto pare risolutiva l’affermazione di Pietro Rivasi quando dice “nel momento in cui l’intervento dell’artista sarà considerato come intervento d’arte pubblica e il budget sarà quello che viene normalmente destinato alla posa di una statua.. non so penso ottanta mila euro… allora in quel caso possiamo cominciare a discutere della tutela dell’opera, del materiale documentativo e di stipendiare qualcuno che stia dietro all’intero intervento. Fin’ora a Modena sono state le persone con un enorme passione a far venire la gente a dipingere perché preferisce vedere dei muri colorati piuttosto che dei muri che vengon giù, perché diciamola tutta più sono malmessi e più li danno volentieri”. Quest’ultima frase poi apre un’altra questione ancora, quando i Comuni e le istituzioni in generale molto spesso vedono, il dare permessi per intervenire pittoricamente su pareti o facciate come un’occasione di restauro o ristrutturazione gratuite delle proprie proprietà immobili, compromettendo però il lavoro degli artisti, che si trovano ad operare su superfici molto danneggiate, e la persistenza nel tempo dell’opera stessa.”

In ordine da sinistra: Luigi Ratclif, Riccardo Lanfranco, Pietro Rivasi, Claudio Musso e Christian Omodeo

Emerge di conseguenza il dover riflette sulla natura e la storia di queste nuove tipologie di opere per poter iniziare a pensare a una ricerca storico-artistica seria e metodologica di questi fenomeni, capirne le dinamiche e stabilire le modalità di comportamento legislativo a riguardo. Tema portato all’attenzione da Claudio Musso, la cui esperienza diretta con gli artisti gli ha permesso di confrontarsi su questioni spinose, anche in relazione a quelle trattate fin’ora, affermando che “il writing andrebbe trattato in maniera non esclusivamente pittorica. Se dovessimo andare a mostrare la parte performativa, la parte energetica, la parte adrenalinica di fomento… diventerebbe molto complicato nel senso che non abbiamo ancora gli strumenti per metterlo in mostra, ma dovremmo poi metterlo in mostra perché ci serve quella parte. Il Writing e la Street Art “sono categorie che possono essere trattate parallelamente, perché pescano da immaginari completamente diversi e per questo vanno studiate. Non per forza in maniera accademica, ma vanno studiate. Francesca Alinovi, che fece la mostra “Arte di Frontiera” a Bologna, era rappresentante di un’accademia ma studiava queste cose in maniera anti accademica, perché per comprenderle bisogna che ci avviciniamo in qualche modo.” E continuando sulla confusione delle terminologie e del loro utilizzo proprio o improprio, per Musso “è sensato a questo punto porre il discorso nei termini dell’Arte Pubblica se è possibile riuscire a restituirlo nella sua complessità”

Infine Christian Omodeo, tirando i fili del discorso, conclude con due note positive accertando ad oggi degli sviluppi nell’universo del Writing e della Street Art, ovvero una certa sensibilità diffusa, rispetto ad anni passati, che fa nascere negli artisti esigenze diverse da quella di fare un’illegale di notte nel più breve tempo possibile, e che li porta più spesso invece ad affrontare nuove esperienze di azioni legali su pareti di 40 metri d’altezza provando però quella stessa carica adrenalinica di cui si è parlato sin dall’inizio, data non solo dal confronto con grandi superfici ma anche dalla responsabilità che un intervento pubblico richiede; conseguentemente diviene chiara l’importanza della funzione rivestita dal bozzetto preparatorio da presentare alle istituzioni di riferimento per l’assegnazione o meno della commissione all’artista, coincidendo con la trasformazione di quest’ultimo in un professionista la cui necessità è quella di un adeguato inquadramento professionale del proprio percorso di ricerca. Da questo punto di vista è molto interessante ed esemplare la testimonianza dello stesso Omodeo sulle modalità di presentazione ed esecuzione delle opere murali pubbliche, all’interno del 13° Arrondissement di Parigi, che spiega “il Comune chiede il bozzetto, anzi due, che mostra agli inquilini dei palazzi – questi subiscono l’intervento perché il palazzo è del Comune – perché possano dialogare con l’artista per arrivare a scegliere un’immagine che sia il più vicino possibile alle loro aspettative. Oggi vengono fatte regolarmente 2/3 facciate l’anno, le ultime sono state fatte da Sainer e Inti, e si sta già lavorando per il prossimo anno, quindi il ciclo è già avviato. So che le procedure per la realizzazione di una facciata durano circa un anno e mezzo, e che l’artista che farà la facciata, durante questo periodo avrà un anticipo per la realizzazione del bozzetto. È già qualcosa di molto inquadrato e che soddisfa sia le istituzioni committenti, sia gli artisti che realizzano gli interventi, in quanto vengono pagati e quindi vedono riconoscersi il loro lavoro, sia il pubblico che vive il quartiere perché adesso il quartiere si è animato, diventando una zona turistica che attrae stranieri che vanno a fare il percorso della Street Art”.

Organizzato in occasione di Torino Contemporanea, questo incontro rientrava nel programma del Festival di Arte Urbana “SUB URB ART 2”, la seconda esperienza di rilettura della città in trasformazione progettata dai ragazzi di URBE, attraverso la riattivazione degli spazi dell’ex stabilimento SICMA con la creatività di artisti internazionali. Un programma folto di appuntamenti tra cui gli interventi pittorici di 108 con “Lo spirito del Monviso”, MP5 con “Panismo”, Chekos’Art con “ART AS METHOD TO UNDERSTAND LIFE, LIFE AS AN ARTWORK” e Frank Lucignolo con “Nulla ci perseguita più di ciò che non diciamo” per Citizens of Cityscape, Seacreative+Ravo, Fra.Biancoshock, e quello installativo di Andreco, che vanno ad arricchire il repertorio di opere realizzate tra giugno e settembre 2012 da artisti come l’inglese Phlegm, il polacco Nespoon, gli spagnoli BToy e Uriginal, il tedesco Dome e l’italiano Pixel Pancho

MP5 "Panismo" Bunker Torino 2013

MP5 “Panismo” Bunker Torino 2013

Andreco Installazione - Bunker Torino 2013

Andreco Installazione – Bunker Torino 2013

 

 

Il FOMENTO è nuovamente protagonista nella bi-personale dedicata agli street artist romani  JB Rock e  Hogre, a cui da il titolo, curata dallo stesso Omodeo alla Galo Art Gallery. Non una semplice mostra ma un progetto che ha dato il là a tutta la riflessione sul concetto ambiguo di “fomento” nella sua accezione romana. Recuperato positivamente per la prima volta negli anni ’80 dal gruppo Hip Hop romano “Colle der Fomento”, invitati a suonare sul palco del Bunker in occasione dell’inaugurazione della mostra, e tramandato prima tra i writer negli anni ’90 poi tra gli street artist romani dei primi del 2000, il fomento romano è celebrato con tre interventi sui muri messi a disposizione da Bunker e PicTurin, in cui si ripropongono simbolicamente i vagoni della Linea B metropolitana romana su cui artisti torinesi sono potuti intervenire, e con un’esposizione che fino al 24 dicembre porta alla ribalta la spinta creativa che lega i due artisti dello spray e del cutter diversi per stile e tematiche affrontate in diverse serie di opere. Di particolare pregio è la serie “Manipolazioni” di JB Rock, in cui l’elemento anatomico della mano, nelle classiche posizioni col palmo steso, del pugno chiuso, col l’indice alzato, è rielaborato e ripetuto fino a formare composizioni che richiamano alla mente le macchie di Rorschach e come loro possono essere lo strumento attraverso cui poter indagare la carica psicologica che muove l’artista;

Hogre ®Stefano Guastella

JB Rock – Foto ®Stefano Guastella

Hogre - ®Stefano Guastella

JB Rock – Foto ®Stefano Guastella

per quanto riguarda Hogre, le serie esposte mostrano un giovane artista provocatore nell’atto in cui rielabora alcune delle icone pop, attraverso uno svuotamento di significato e un abbassamento del personaggio, trasformandole in icone pubblicitarie contemporanee.

Hogre - Foto ®Stefano Guastella

Hogre – Foto ®Stefano Guastella

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Una settimana dedicata all’arte contemporanea. Torino 2013 | Reportage Part 1

Paratissima 9 – PIX

In questa prima parte del mio reportage sulla contemporary week di Torino 2013 farò una ricognizione di una delle manifestazioni più commentata e seguite negli ultimi anni, l’evento OFF di Artissima arrivato quest’anno alla nona edizione: Paratissima 9. Curato, organizzato e realizzato da qualche anno all’interno degli abbandonati Ex-magazzini generali di Torino (EX-MOI) in Borgo Filadelfia, lo staff dell’edizione 9 ci ha riservato bellissimi progetti speciali, mostre, percorsi, installazioni ed opere accompagnando il pubblico (100.000 persone in 5 giorni) in una full immersion alla scoperta delle nuove e attuali ricerche artistiche nelle diverse discipline contemporanee di riferimento, prima fra tutte la fotografia, portate avanti da artisti internazionali e nazionali, tra autori affermati e talenti emergenti; con una panoramica sul mercato dell’arte attraverso una sezione dedicata completamente alle gallerie che si rivolgono a un collezionismo giovane. Seguendo l’ordine alfabetico dei padiglioni, cercherò di riportarvi ciò che ha catturato la mia attenzione e mi ha piacevolmente colpita e sorpresa.

Partiamo dal padiglione centrale, principale contenitore dei così detti progetti speciali, in cui ha avuto un posto d’onore la mostra SKINCODES, a cura di Francesca Canfora e Daniele Ratti. Un viaggio in quelli che sono le pratiche artistiche che operano una riflessione su “la pelle”. Tela bianca su cui tatuare messaggi, segni, incidere idee, l’epidermide è l’involucro che ci difende, è la prima barriera che separa il nostro corpo dall’esterno, su o attraverso cui molti degli artisti in mostra si sono espressi, sperimentandone le qualità intrinseche di comunicazione, attraverso produzioni differenti ed esteticamente tanto affascinanti quanto macabre. Molti gli artisti di fama internazionale affiancati da alcuni giovani talenti, che sono stati selezionati attraverso un bando indetto da Paratissima, tra cui Gianni Depaoli e la sua Fiat 500 interamente rivestita di pelle di pesce, il fotografo di moda Giovanni Gastel che con le sue gigantografie di volti vuole mettere in evidenza la sofferenza e l’angoscia di queste donne che da modelle diventano vittime di questa società; l’artista macedone di istanza a Milano Robert Gligorov e la sua scioccante scultura a grandezza naturale “Vale guarda il mare”; poi nella sezione dedicata al tatuaggio ho incontrato i disegni e le opere di Nicolai Lilin, autore del Best Seller “Educazione siberiana”, la scultura di una mano tatuata di Fabio Viale e un’immagine della nota fotografa iraniana, Shirin Neshat, parte della serie “Women of Allah”, un lavoro con cui l’artista riflette sulle differenze tra la cultura occidentale e quella islamico-orientale per definirne le istanze. Nell’immagine l’artista ritrae se stessa, in questo caso con la sola mano visibile su cui è riportata la frase di una poetessa iraniana con la raffinata calligrafia propria della sua cultura; fino ad arrivare nello spazio in cui campeggia la scultura “Selfportrait (ME)” di Dario Neira insieme all’opera di Francesca Arri. Nelle sale più interne del complesso vi erano esposte le opere video “Amore mio” di Daniela Perego, e quelle dell’artista francese Orlan, che pone in primo piano le modificazioni facciali a cui si sottopone la donna oggi, succube dei modelli estetici prestabiliti, affiancate dalle opere fotografiche dell’artista torinese Olimpia Olivero, della serie “Codes” in cui la superficie epidermica diventa il circuito integrato di un corpo organico.

 

Passiamo poi al secondo spazio espositivo dedicato alla personale Grigio Assoluto di Daniele Accossato, giovane scultore torinese vincitore del “Toro d’Acciaio” 2012 come miglior artista di Paratissima. Opere e installazioni in cui protagonista è il gioco di sensi scaturito dall’estrapolazione dei soggetti rappresentati dal contesto originario di riferimento così da produrne una visione ironica intrisa d’ansia. Ma saranno le immagini a parlare al posto mio.

 

Successivamente ho incontrato le opere degli artisti del MACA per “Young at Art”, progetto itinerante a cura di Massimo Garofalo e Andrea Rodi che, in collaborazione con le associazioni Oesum Led Icima e l’omonima Young at Art, ha la volontà di promuovere su territorio italiano giovani artisti calabresi under 35. Bene di questo folto gruppo sono 5 gli artisti che per motivi differenti hanno catturato la mia attenzione: le opere pittoriche di Anna Capolupo, con “Berlin Spring” e “Ordine” dove la resa cromatica e compositiva degli scorci urbani delle grandi città europee e italiane, che lei stessa vive in prima persona, acquista il sapore del semplice esperire la realtà che la circonda, riuscendo a restituire anche l’aria che vi si respira; Maurizio Cariati e i suoi ritratti su tela hanno qualcosa in più, i volti in primo piano sembrano balzare fuori dal campo bidimensionale del piano pittorico grazie alla tecnica dell’estroflessione che permette una visione originale del ritratto; i collage digitali di Mirella Nania, in cui commistiona elementi architettonici, illustrativi, anche fotografici, appartenenti a epoche passate e diverse riattualizzate in composizioni fresche dall’atmosfera sospesa; per quanto riguarda il video invece incontro Giusy Pirrotta, nella sezione ParaVideo, con “Chroma” che mette in luce i meccanismi che si celano dietro la messa in scena cinematografica, l’ambiguità tra la realtà così percepita dallo spettatore dopo le modifiche con gli strumenti di produzione; insieme a quest’ultima espone un video anche Salvatore Insana, un altro giovane artista del MACA, che invece Young at Art espone parte della serie fotografica “Space Time Lapse”, in cui l’inquietudine va in scena attraverso scatti ambientati in paesaggi cupi dall’atmosfera irreale.

CHROMA Giusy Pirrotta

[vimeo http://vimeo.com/62546734]

La Kustom Gallery invece era completamente dedicata alla Lowbrow Art and Kustom Kulture a cura di Giampo Coppa. Un’arte accessibile e comprensibile da tutti le cui radici risiedono nell’onda ribelle dei giovani, nata sul finire della seconda Guerra Mondiale in U.S.A., che adorava sfrecciare per le strade con motociclette e auto customizzate, trasformate in opere d’arte eccentriche e personali espressioni per distinguersi dalla massa perbenista. Dalla fine dei ’60 la Lowbrow Art coinvolge anche i fumetti fino ad arrivare ad influenzare la moda il design e le grafiche dei vinili. Ho potuto scoprire i lavori di alcuni bravissimi artisti, rappresentanti di questo movimento, tra cui lo stesso Giampo, Steuso, Wolfenstein, Malleus, Chopworks, artefici di poster, tele, art work di copertine per 33 giri, motociclette e auto customizzate fino ad arrivare ad oggetti di design davvero ROCK.

 

Un posto riservato lo ha avuto l’Associazione culturale Il Cerchio e Le Gocce di Torino, che dal 2012 collabora con Paratissima, prima seguendo la direzione artistica del murales sulla facciata del Social Club di via Giordano Bruno, affidando l’opera al giovane talento di Vesod, artista torinese che ha lasciato di sé una spettacolare impronta dei suoi virtuosismi in una composizione a dir poco sconcertante per chi percorre la via. Poi con la direzione del progetto di riqualificazione urbana di Borgo Filadelfia, Your Shutter, per il quale sono state dipinte le serrande abbassate di proprietà INPS in Piazza Galimberti e i muri della Palestra dell’Istituto Pertini, e che è continuato proprio durante Paratissima con altri due interventi di questo tipo sulle serrande di altri esercizi commerciali da parte degli artisti Giorgio Bartocci, MrFijodor e Etnik, realizzando opere di alto pregio estetico.

Giorgio Bartocci + MrFijodor

Ma gli interventi degli artisti de Il Cerchio e Le Gocce non si fermano qua e hanno proseguito ben oltre con un’opera pittorica site-secific realizzata in collaborazione da Corn79, Zorkmade e Mr Fijodor all’interno di una delle aree più vandalizzate dell’EX-MOI, grazie al supporto tecnico di Sikkens, marchio della olandese AkzoNobel, leader nel mercato delle vernici per l’edilizia e il restauro del colore. Contemporaneamente anche Giorgio Bartocci e Etnik hanno realizzato un murales all’esterno del padiglione centrale.

 

Proprio per le tante attività e progetti realizzati, l’Associazione in occasione di Paratissima ha curato anche una mostra documentaria sui suoi oltre dieci anni di lavoro in collaborazione con enti pubblici e privati realizzati per la Città di Torino, con video e foto affiancati dalle opere realizzate dagli artisti che nel corso della sua storia l’hanno sostenuta e accompagnata: Corn79EtnikFrancesco BarbieriGiorgio BartocciMrfijodorMauro149 &Rems182 (Truly-Design), VesodZorkmade.

 

Da tenere presente il lavoro di un’altra associazione con cui Il Cerchio e Le Gocce ha collaborato in questa particolare occasione mi riferisco alla tedesca Artsquare, che in collaborazione con l’Associazione “è” di Torino, Together Polska (Po) e Asociatia Club Sportiv (Ro) hanno realizzato il progetto artistico di scambio internazionale “Citizens of Cityscape”, e hanno sviluppato molti altri progetti all’interno di e con Paratissima, come l’organizzazione di incontri in lingua inglese sul tema della professione dell’artista fuori dall’Italia, e “ParaLight!” per cui è stato possibile far arrivare venti artisti internazionali invitati ad intervenire e lavorare in workshop urbani all’interno del quartiere Aurora, portando in mostra i propri lavori all’interno della Artsquare Exhibition; opere realizzate con tecniche sperimentali nelle discipline di riferimento o mixando media differenti come per esempio i lavori di Mirko D’Amato, le immagini di “Simmetrical noise” dell’artista Rajan Craveri, il collage “Youniverse” di Katarzyna Perlak, o le ceramiche di Ola Szumska e le video installazioni di Julie Land, Manuele Di Siro, e quelle di Chekos’Art feat. Carlitops, con “Sofia Loren” e Frank Lucignolo and Macedonia Exchange group, con “The green market”, che trattano la materia del graffitismo in modo originale.

E’ curioso e secondo me molto bello il progetto Botteghe d’artista, l’esposizione che ha portato all’attenzione i risultati della collaborazione di sette artisti “senior” con sette artisti “junior”. Il titolo della mostra prende spunto dal concept che sta alla base del progetto: l’antica tradizione dell’artista apprendista che va a bottega di un’artista d’esperienza. Bene anche in questo caso i sette giovani artisti hanno frequentato gli studi degli artisti “senior”, lavorando e confrontandosi con loro. Un’esperienza formativa e stimolante per i giovani e ricca di nuovi spunti creativi da cui sono scaturite sette opere, risultato di un dialogo nuovo, come “Philokalia” nata dal dialogo tra Daniele Galliano e Chiara Ventrella,  o la scultura “Reliquiae”, nata dal dialogo tra il collettivo multidisciplinare torinese di artisti e designers, Nucleo, diretto da Piergiorgio Robino, e il giovane torinese Gesebel Barone.

“Philokalia”  Daniele Galliano e Chiara Ventrella

“Philokalia” Daniele Galliano e Chiara Ventrella

“Reliquiae” Nucleo e Gesebel Barone

“Reliquiae” Nucleo e Gesebel Barone

Non mi rimane che parlare del progetto speciale Paraphotò, di cui vi vorrei presentare qui una piccola selezione degli artisti che mi hanno piacevolmente colpita. Per la sezione Mostre d’Autore, Luca Caridà con “Suture”, che riflette sul ruolo dell’immagine pubblica intorno al concetto di bellezza sviluppato nella società contemporanea in cui l’accesso e l’eccesso della chirurgia estetica è facilitato; e le fotografie della serie “Blind Russian Blues” di Roberto Luzzitelli, mentre per la sezione Talenti Emergenti, a cura di Davide Giglio e Daniele Ratti, ho trovato interessanti le serie fotografiche di Enrico Doria con “Emotional water”, di Eleonora Manca con “In my secret mirror”, in cui indaga i limiti strutturali del proprio corpo in continua mutazione, Onyricon con “Industrial series #” ed infine la serie di  Vittoria Lorenzetti, foto di ambienti dove la desolazione è sospesa in uno scatto intriso del sapore del tempo vissuto.

 

Rimanendo in tema fotografia, un altro giovane fotografo merita attenzione, sto parlando di Livio Ninni, selezionato al concorso indetto da Nikon Italia per il genere ritratto ed esposto ad Artissima e  risultato non solo vincitore nella sua categoria, ma anche del premio Nikon Talent 2013, che presso uno degli stand ha esposto il suo progetto fotografico work in progress “Fuori di Testa – Oltre al muro”, ricercando i migliori street artist e proponendo loro una seduta di ritratto del tutto originale. L’artista infatti non li ritrae per strada e neanche è invitato nello studio del fotografo, ma al contrario è il giovane fotografo che va a far visita agli artisti prescelti, sparsi per tutta Italia, ritraendoli nei luoghi dove ogni giorno operano ed in cui è esposta anche qualche loro opera.

 

Gironzolando tra i vari stand e spazi ho incontrato anche molti altri artisti affascinanti, come quelli portati dall’Associazione Culturale HeyArt con il progetto espositivo “DENTITY. THE OTHER. THE SELF” in cui cinque ricerche artistiche diverse s’incontrano nel comune dialogo col proprio Io e conseguentemente riflettono sul rapporto che intercorre tra l’opera d’arte e il corpo, elemento su cui si traspongono fisicamente i segni del nostro vissuto. Come il lavoro di Federica Gonnelli sulla sovrapposizione dei volti, intesi come specchi nei quali riconoscersi e immedesimarsi, e le opere eseguite con la tecnica del ricamo su tela con cui Ilaria Margutti ci ricorda che il corpo registra ogni traccia delle esperienze vissute essendo la parte più visibile ed esterna di noi stessi; o le opere di Giancarlo Marcali, dove è preminente la riaffermazione dell’Io attraverso la rinascita dal dolore, e quelle di Virginia Panichi, rappresentazione del corpo che muta, che migra verso identità multiple per superare le rigidità di una identità prestabilita e catalogata.

 

Poi proseguendo per gli stand espositivi dei restanti padiglioni mi sono imbattuta in altri affascinanti progetti. Come quello di “Lesbica non è un insulto”, una serie di scatti, realizzati da Maldestra, di corpi di donne nude con scritte nere “per indagare l’omosessualità femminile, per aprire un dialogo verso chi non la conosce a fondo o la ignora totalmente. Lo scopo del progetto è unire una fotografia essenziale e pulita ad un messaggio diretto ed efficace, che riveli la figura della donna lesbica nell’Italia del 2013 e la liberi da luoghi comuni.

Foto Maldestra

E quello “Memorie di Neve” del torinese Bruno Panebarco. Dall’omonima canzone dei “Prostitutes”, di cui l’autore ne faceva parte negli anni ottanta, si celebra il ricordo dei momenti passati coi componenti della band, abitues del consumo della così detta “polvere bianca”, in un’installazione di circa settecento fotografie in bianco e nero degli anni ’70 e ’80 sparse per tutto lo spazio calpestabile e in sospensione; per non parlare della scultura di terracotta di Joël Angelini, degli intensi disegni di Alessandro Caligaris, e delle opere di Severino Magri.

Tutte le mie passeggiate poi sono state allietate dalle diverse installazioni scultoree di ZOOM Torino, primo bioparco immersivo d’Italia, sparse per tutta l’area degli ex-magazzini generali, come “Piovrilla” di Simone Benedetto, e quella di “Felix” Baumgarthen, caduto dal cielo per schiantarsi al suolo di Paratissima.

“Piovrilla” di Simone Benedetto

“Piovrilla” di Simone Benedetto

“Felix” Baumgarthen

“Felix” Baumgarthen

Concludo con una scorsa al padiglione T, riservato quest’anno al progetto G@P, Gallerys At Paratissima, in cui hanno esposto molte gallerie con proposte davvero attuali di giovani artisti emergenti. L’obiettivo di G@P era proprio quello di ridurre la distanza tra il collezionismo d’élite, con le sue fiere istituzionali, e il nascente collezionismo giovane, con una proposta aperta di uno spazio accogliente e informale in cui è possibile comprare a prezzi sostenibili. Eroici Furori (MI), GAS Gagliardi Art System (TO), Galleria Paludetto (Roma/TO), Paolo Arkivio Gallery (TO), PaoloTonin Arte Contemporanea (TO), Riccardo Costantini Contemporary (TO), Semid’Arte (TO), Studio Ambre Italia (NO), Square23 (TO), UFOfabrik (TN).

 

E se a Paratissima ho trovato questi affascinanti progetti artistici, al di fuori si sono create altrettante situazioni interessanti durante il fine settimana. Dovrete solo aspettare la seconda parte di questo articolo per conoscerle.

To be continued

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Quando il messaggio determina il medium. Trasversalità nella pratica di Tatiana Villani | Conversazioni d’autore

Questa settimana lo spazio riservato alle interviste con giovani autori ed artisti di spicco nel panorama attuale dell’arte, è dedicato all’artista Tatiana Villani, di origini salentine, che da alcuni anni vive e lavora a Viareggio sviluppando una propria ed originale pratica artistica. Al centro della sua ricerca vi è l’evoluzione psicologica dell’uomo in rapporto al cambiamento del contesto socio-culturale di riferimento, indagando quelli che sono i sintomi e le trasformazioni a cui esso è sottoposto nel corso del tempo. La sua poliedrica produzione di opere si concentra sulla trasposizione esterna, di uno spazio reale ed espositivo, di ogni aspetto di questa evoluzione, avvalendosi ogni volta di medium diversi come la fotografia, il video, la parola e il testo, e sperimentandone sempre di nuovi. La grande flessibilità e capacità di approccio multidisciplinare di Tatiana Villani, in funzione del messaggio, ha suscitato in me grande curiosità e forte interesse verso il suo lavoro, 

Parlami dei tuoi inizi all’Accademia di Belle Arti nel ’97-’98 e del tuo lavoro sulla materia e sulla simbologia nella pratica artistica per un’arte come strumento di comunicazione e relazione.

Quando ho iniziato l’accademia ero completamente a digiuno di arte, avevo fatto piccole cose come autodidatta e il mio percorso scolastico precedete era in tutt’altra direzione. Ho sentito il bisogno di partire dall’inizio, da materiali semplicissimi e da simboli molto sintetici, per molti anni ho solo dipinto.

"Nascere" 63x42cm

“Nascere” 63x42cm

Qual’è stata e da dove scaturisce l’esigenza che ti ha fatto decidere nel 2000 – 2001 a specializzarti in Arte terapia e quindi a diventare arte-terapeuta?

Dopo diversi anni di ricerca sui simboli, la materia e il senso che ci può essere nel fare arte, ho allargato il campo e ho cercato di trovare ponti- collegamenti tra l’opera e la società in cui vivevo. Due realtà in particolare hanno attratto la mia attenzione: il teatro, nelle sue forme performative e politicizzate, e le applicazioni sociali del medium artistico, grazie all’arteterapia.

"Composizione paura" 140x150cm

“Composizione paura” 140x150cm

E’ come se l’arte sia un mezzo attraverso cui arrivare a un obiettivo comune al tuo essere arte terapeuta e artista. L’una complementare all’altra. Vorrei sapere il tuo punto di vista e qual’è l’obiettivo.

Nei primi periodi di formazione, pratica e sperimentazione di questi tre mondi (arte, sociale e teatro) ho cercato di tenerli distinti, paralleli. Queste realtà dialogavano e si alimentavano solo nella mia testa e in ognuna riversavano le esperienze dell’altra, ma senza contaminarle dal punto di vista linguistico. La pittura era pittura, il rapporto terapeutico si svolgeva nel setting, e il teatro nella sua cornice. I confini, col tempo, sono diventati più labili e la contiguità ha portato la contaminazione.

Qual’è il mio obiettivo… direi la ricerca di senso, mi sforzo con qualunque strumento di affrontare domande e di rendere questo percorso visibile.

Come funzionano tra loro le tue opere? Sono concatenate tra loro, e ognuna rappresenta la logica conseguenza della precedente, o sono indipendenti tra loro?

Le opere sono sempre collegate tra loro, secondo traiettorie non sempre lineari, la mia ricerca ricorda la costruzione di una rete, di una ragnatela. I fili con cui la tesso sono vari: i materiali, i concetti, le pratiche. Si alternano e si concatenano, possono sembrare singolari solo finché non si allarga sufficientemente il campo di visione e si scorge di nuovo la struttura, la rete..

"Amnesia" - foto dell'installazione site-specific

“Amnesia” – foto dell’installazione site-specific

Sono opere totalmente diverse dal punto di vista estetico, compositivo ma soprattutto dal punto di vista dei mezzi espressivi. Ce ne sono alcune di cui ci vuoi parlare?

Come dicevo prima ci sono vari elementi di contatto, in particolare quest’idea di struttura, a questo proposito vorrei illustrare due progetti emblematici: Immaginario e Sewing or sowing.

Immaginario è un archivio elastico di lemmi composti da collage le cui immagini sono raccolte da riviste di varie nazionalità e di varie culture, una specie di dizionario dell’immaginario collettivo proposto dai media, che diventa realtà spaziale e con cui il fruitore può interagire.

Immaginario

Immaginario – Installazione

Sewing or sowing è un progetto che ho realizzato in Rajasthan, in India, per la fondazione indiana Kamanart, che si occupa di arte contemporanea in contesti rurali. In questo caso ho unito le tre competenze (sociale, teatro e arte) producendo una lunga performance relazionale con le persone del luogo.

L’idea di base è quella di sostenere una famiglia in particolare, i Patel, che rappresenta un esempio virtuoso in rapporto al difficile vissuto locale rispetto alle questioni di genere, in quanto la figlia, nonostante le modeste condizioni economiche, non è stata obbligata al matrimonio in giovane età e gli è stato anche concesso di studiare all’università.

Ho lavorato con le ragazze del paese per quindici giorni a ricamare una lunga striscia su cui era scritta la storia dei Patel,  poi ho costruito un’istallazione temporanea all’interno della loro casa creando un corto circuito tra pubblico e privato. L’opera materialmente è un agglomerato di oggetti significativi per la famiglia legati insieme con un filo dorato e con la fascia ricamata che testimonia la loro storia.

Sewing or sowing

Sewing or sowing – Installazione

Di tutti i medium utilizzati per esprimere ogni volta la tua visione qual’è stato per te quello che:

– riutilizzeresti

– ti ha affascinato nella pratica

– ti ha sorpreso nella riuscita finale dell’opera

– non ti ha soddisfatta

-Di solito la sperimentazione con i materiali mi dà sempre grandi soddisfazioni, non fosse altro che per il viaggio che mi consente ogni volta, ma col passare del tempo sono diventata sempre più sensibile ai materiali tossici per cui ora li evito o cerco di utilizzarli con maggiore cura.

-Mi affascina molto lavorare con materiali cangianti che interagiscono con la luce e con le diverse ambientazioni, adoro i materiali plastici e le resine. Recentemente ho lavorato tanto con la paraffina, scolpirla mi produce un vero e proprio piacere fisico.

-La sorpresa e la meraviglia sono la base di tutte le mie sperimentazioni, direi quindi che mi sorprendo sempre, nel bene e nel male.

-Il materiale che ho sempre trovato ostico e che a tutt’oggi non mi ha dato soddisfazioni è l’acquarello, ma non escludo che sarà così anche in futuro.

In ciò hanno avuto una certa influenza anche le residenze che hai fatto sia in Italia che all’estero. Esperienze molto diverse tra loro. Me ne vorresti parlare brevemente e dirmi qual’è stata quella che più ti ha segnato nella pratica e nella tua ricerca artistica?

L’ esperienza più lunga e che ha dato una sterzata decisa alla mia ricerca è stato il trasferimento a Berlino, dove collaboravo con uno spazio che fra le vari attività proponeva delle residenze artistiche. Quindi il contatto con le residenze è partito dall’offrirne prima che esserne ospite. Da qui ho deciso di cercare concorsi che di volta in volta corrispondessero alla mia ricerca.

Le residenze sono state per me molto importanti sia dal punto di vista formativo, che umano e motivazionale. Quando nel 2011 vinsi Default, la residenza dell’associazione Ramdom (Visiting professor: Andrea Lissoni, Julia Draganovic,, Alfredo Cramerotti, Pietro Gaglianò, Lewis Biggs, Celine Condorelli e molti altri), scoprii una nuova frontiera. La residenza si occupava di riqualificazione urbana, non era una residenza di produzione, ma un’occasione per scambiarsi delle visioni. Un tempo prezioso in cui ho conosciuto utili collaboratori e colleghi interessanti.

Altro progetto importante, la residenza a Zagabria, in cui ho presentato “Metaproject” per una galleria che si occupa di arte effimera. Sono rientrata in Italia innamorata della città e della sua gente e con la mia prima esperienza in una performance relazionale di lunga durata. Per questo progetto ho lavorato per strada per sei giorni, seduta alla mia macchina da cucire ricamavo i desideri, i sogni e gli incubi dei passanti, in una serie di relazioni uno a uno che duravano un paio d’ore. Poche settimane dopo sono partita per la residenza indiana..

Metaproject

Metaproject

Cosa comporta questo modus operandi nel procedere con lo sviluppo della tua ricerca?

Non posso generalizzare, direi che ogni progetto a modo suo apporta stimoli diversi, a volte è il materiale che mi aiuta a generare nuove idee, e a volte è l’idea e la situazione che genera nuove tecniche.

Parlami dell’ultimo progetto a cui stai lavorando.

Sto ultimando il progetto Logos per la casa editrice Atypo. Logos è un libro d’artista composta da grandi lastre di cera scolpite, che ricordano le stele antiche, e a prima vista sembrano rappresentare simboli pre-scrittura. Pensandole come reperti archeologici, dal punto di vista linguistico si evidenzia la vicinanza tra i moderni logo e i lontanissimi petroglifi, mentre da quello del medium opererò una traduzione delle lastre scolpite a lastre stampate 3D con l’uso di un’apposita stampante prodotta dal gruppo romano Unterwelt.

A questo indirizzo www.tatianavillani.com/logos si possono trovare molte informazioni, anche se il lavoro è ancora in progress e verrà riaggiornato e ampliato entro gennaio.

Logos mi ha permesso di unire in un unico progetto tanti campi di interesse, l’oggetto relazionale, la scultura, il disegno, la relazione con il pubblico, la tecnologia, una nuova visione sull’idea di comunità. Una sfida intensa che è valsa la pena accettare.

Logos - Un passaggio del procedimento di stampa

Logos – Un passaggio del procedimento di stampa

I tuoi progetti futuri?

A breve ci sarà una mia personale a Carrara e sul futuro non vorrei dire di più per scaramanzia.

Un consiglio d’autore.

Se dovessi dare un consiglio a un neofita gli direi di non restringere lo sguardo solo al suo lavoro e nel suo studio, ma di guardare con curiosità anche al mondo che lo dovrà ospitare.

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Francesco Barbieri. Suburban Blues | Conversazioni d’autore

Quest’oggi riservo lo spazio di RDV a uno dei più attivi e esperti autori di graffiti della città di Pisa, Francesco Barbieri, che con le sue opere ha animato in passato le “superfici più disparate e disperate” di molte città europee e americane. La sua produzione pittorica si è sviluppata di pari passo con la ricerca sul lettering, che lo ha reso famoso in ambito internazionale. Protagonista di tutto il suo lavoro è il ritratto degli spettacolari spaccati di vita vissuti in prima persona, che caratterizzano “questo fantastico mondo di reietti”, così definito dall’artista, restituito attraverso le innumerevoli emozioni scaturitegli davanti ad essi. Emozioni tradotte, nella serie dei landscapes, grazie alla sperimentazione del mezzo pittorico su supporti anche diversi da quelli urbani, rubati alla quotidianità. Una serie che riporta per la prima volta quest’anno su grande superficie urbana in occasione del Festival Icone 5.9, e a cui l’artista dedica proprio la sua ultima personale dal titolo “Hinterland”. Attraverso le riflessioni regalateci in questa intervista ci addentreremo nel percorso di studio di questo interessante artista pisano che, dall’esperienza di nuove strade di ricerca come la sperimentazione del collage, a quella della particolare pratica del libro d’artista, fino ad arrivare alla rielaborazione scultorea, ha operato un’analisi del tema prescelto da punti di vista del tutto diversi in favore della piena libertà espressiva, necessaria per fondere elementi figurativi e segni grafici e trovare un linguaggio proprio, dando una forma sempre diversa ed originale ai moti del proprio animo.

Questo 2013 ti ha portato belle e nuove occasioni di conoscenza e diffusione del tuo lavoro, che ti hanno messo alla prova con opere su grande superficie. Parlami della tua esperienza al Festival Icone 5.9, che quest’anno è stato dedicato ai terremotati dell’Emilia.

Ciao Alessandra.. credo che Icone sia al momento il festival più significativo in Italia, grazie anche all’esperienza e professionalità di un curatore come Pietro Rivasi. Sono stato molto contento di essere inserito nella line up di quest’anno e di aver potuto partecipare. Ormai Icone ha una sua storia, che continua a evolversi: guardo con interesse al coinvolgimento di una galleria come la D406 nell’evento, con tutte le potenzialità di questa sinergia. Riguardo alla mia esperienza personale.. che dire? E’ andato tutto benissimo! Era la prima volta che provavo a fare uno dei miei landscape su grandi dimensioni, e il lavoro è venuto esattamente come lo volevo… mi hanno anche assegnato un muro che era del formato perfetto al mio scopo. Ho notato che a Modena c’è comunque un po’ di gente che segue queste cose: ci hanno fatto sentire con calore che il nostro lavoro era apprezzato. E infine non posso non salutare gli amici con i quali ho condiviso quest’esperienza: Etnik e Bizarre Dee, c’è sempre un grande scambio con loro, non solo a livello artistico ma anche, e soprattutto, a livello umano.

Francesco Barbieri "Landscape" 2013 - Icone 5.9 Modena

Francesco Barbieri “Landscape” 2013 – Icone 5.9 Modena – Photo by Daniele Casciari

Parlami della tua ultima personale “Hinterland: visioni liquide urbane” realizzata all’interno degli spazi espositivi dello storico Palazzo Pretorio di Vicopisano. In cosa si differenzia dalle altre precedenti personali? Che selezione di opere hai fatto stavolta e perché?

Diciamo che è la mia prima mostra personale che riguarda esclusivamente i quadri della serie “Suburban Blues” ovvero i paesaggi urbani e ferroviari. Come ricorderai nelle precedenti mostre personali avevo incluso anche dipinti astratti, legati a immagini spaziali e psichedeliche, o altri esperimenti più legati ai graffiti con la tecnica del  collage su tela. In realtà ho incorporato nei paesaggi alcune tecniche che avevo sviluppato con quei quadri . Hinterland è la mostra che segna il passaggio a questa svolta e che anticipa la direzione nella quale voglio andare. E’ stato anche molto interessante portare questo tipo di opere in un contesto straniante come il borgo di Vicopisano e osservare le reazioni a questo contrasto. Ringrazio l’associazione La Stellaria per avermi offerto questa possibilità.

"Landscape" 2013

“Landscape” 2013

"playground" Francesco Barbieri e Etnik 2013

“Playground” Francesco Barbieri e Etnik 2013

Ci sono dei quartieri che ti hanno colpito e che ti colpiscono ancora oggi quando ci torni? Quelli che magari ritrai più spesso.

Potrei parlarti di Secondigliano o di Harlem o delle periferie di S.Pietroburgo, ma la verità è che non mi interessa più la singola esperienza, quanto piuttosto l’intero bagaglio di cose che ho vissuto. Prima, nella realizzazione di un quadro, ero molto legato a un’immagine, a un determinato momento di quando ero andato in un luogo che mi aveva colpito. Ho notato che legarmi così tanto alla singola immagine (quindi alla singola esperienza) limitava in qualche modo la mia spontaneità nel dipingere. Ho capito alla fine che tutte quelle situazioni, tutto quel frequentare un certo tipo di luoghi per anni, ormai fa parte di me e che semplicemente mi esprimo così, è diventato il mio linguaggio. Non ho più bisogno di ritrarre quella singola stazione.. mi sono interessato all’architettura e allo sguardo fotografico sulla città. Adesso posso anche mixare due o più paesaggi, prendere alcuni elementi o inventarne altri, sto cercando di creare un mio linguaggio fluido e in divenire per esprimere quello che ho dentro.

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Quali sono le sensazioni ed emozioni che ti suscita il vivere la periferia. Qual è il lato o i lati affascinanti delle zone periferiche urbane?

Prima di tutto non è stata una scelta consapevole e programmata, ma direi più una scelta obbligata. Quando ero un writer molto attivo, come tutti i writers, frequentavo certe zone più di altre, semplicemente perché lì c’erano gli spot migliori e più interessanti per dipingere. Ho notato che in qualsiasi città fossi, alla fine in un modo o nell’altro mi trovavo sempre in quel tipo di realtà.. e ho iniziato a ragionarci sopra. Ne parlavo un po’ di tempo fa con un amico, anche lui un writer che ha viaggiato molto e mi diceva: “anche se ormai non dipingo più tanto o non viaggio più con lo scopo di dipingere, quando sono in una città che non conosco, dopo aver visto le tipiche attrazioni turistiche, prendo sempre la metro o un treno suburbano e vado fino al capolinea. Dopo scendo e mi faccio un giro li, dove un normale turista non andrebbe mai. Altrimenti non capisco bene la città”. 

"Untitled" - Dittico 2013

“Untitled” – Dittico 2013 Mostra “Postumi” collettiva a cura di Studio D’Ars alle Scuderie del Castello Visconteo-Sforzesco Vigevano

Quali invece, se esistono, sono quelli che magari ti mettono disagio?

Qualche momento di tensione, è inevitabile.

Le tue tele si caratterizzano per un uso peculiare di colori psichedelici. C’è un legame tra queste sensazioni/emozioni e la scelta della gamma cromatica?

Dici? Penso che ci sia un’ impronta psichedelica, ma oggi ci sono artisti nel nostro movimento che spingono questo aspetto molto più di me.. voglio dire marcatamente psichedelici. Ho un po’ di influenze che fanno parte del mio bagaglio culturale (Griffin, Crumb, Joshua Light Show ecc…) ma la realtà è che io spesso dipingo con i colori che ho. Non sto a programmare troppo, semplicemente vedo cosa ho nelle mie riserve e li accoppio come piace a me.. il risultato è vagamente psichedelico. Ho notato che se li programmo troppo i colori alla fine vengono fuori accostamenti più banali di quello che vorrei, mentre quando faccio con quello che ho sottomano al momento vengono fuori accostamenti improbabili e indubbiamente più interessanti. E’ una cosa che ho imparato con i graffiti: fare del tuo meglio con il poco che hai a disposizione.

Quest’anno, come negli anni passati, hai avuto anche la possibilità di cimentarti in nuove esperienze, che ti hanno permesso di mostrare la tua capacità di rielaborazione e versatilità tecnica in discipline di nicchia come il libro d’artista, per la seconda volta, e per la prima volta anche nella realizzazione tridimensionale delle tue opere. Mi vorresti parlare dell’approccio che ogni volta hai adottato per affrontare queste sfide?

Si tratta di cose che ovviamente non avrei mai fatto se di volta in volta non fossi stato spronato dall’occasione di una mostra o da qualcuno che è riuscito a trasmettermi la curiosità necessaria per uscire dalla mia piccola zona di comfort e cimentarmi con un tipo di lavoro per me inusuale. Per quel che riguarda il libro d’artista è stato sicuramente Delio Gennai a “iniziarmi” a questa disciplina (che però non è assolutamente di nicchia secondo me!). L’approccio è abbastanza semplice: materiali poveri a disposizione di tutti sui quali spesso applico i miei contenuti grazie alle tecniche che conosco meglio: pittura, disegno e a volte anche fotografia (non sono assolutamente un fotografo ma in qualche modo la fotografia ha avuto sempre un certo ruolo nel mio processo creativo). In generale penso che sia utile provare a fare cose che normalmente non faresti, anche se naturalmente costa fatica e ti devi forzare, diciamo che in qualche modo ti fa crescere. 

Progetti per il futuro?

Ho diversi progetti per il 2014, ma siccome sono per lo più allo stato embrionale, per scaramanzia non ne parlo! A breve termine parteciperò a una mostra collettiva all’interno di Paratissima a Torino con Corn79, MrFijodor, Etnik, Giorgio Bartocci e altri ancora.

Un consiglio d’autore

Copritevi ammodo che arriva l’inverno!

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Cristina Gardumi e il palcoscenico dell’arte | Conversazioni d’autore

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Cristina Gardumi Performance “Me_chicken” – Photo by Rincen Caravacci

Oggi voglio presentare una nostra cara e stimata artista, che ha scelto proprio Pisa come luogo in cui tornare dopo ogni sua avventura artistica, sto parlando di Cristina Gardumi, artista visiva e attrice teatrale di cui si è conclusa da poco la mostra personale “Soap Operas” al Cineclub Arsenale di Pisa, che ho avuto il piacere di conoscere negli ultimi due anni in cui abbiamo collaborato. Attraverso le sue parole conosceremo le esperienze che hanno segnato la sua ricerca artistica facendola crescere sia come donna che come artista. Dai suoi studi in Accademia di Belle Arti di Verona e quella Nazionale di Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, ai premi vinti nel 2011 e 2012 fino alla sua prima residenza in Marocco e alla sua esperienza con il mercato dell’arte, Cristina Gardumi ci racconta il peculiare punto di vista di un’artista a tutto tondo; le paure, le emozioni, le aspettative e le riflessioni che l’hanno accompagnata in un percorso di aperto confronto e positivo scambio col complicato mondo dell’arte.

Dalle tue due ultime conquiste quella del Premio Celeste 2011 prima e il prestigioso Premio Laguna 2012 poi, come è cresciuta Cristina Gardumi? Voglio dire.. come si è sviluppata la tua ricerca artistica? Ha subito qualche piccolo cambiamento o una grande svolta? Queste esperienze hanno influenzato il tuo lavoro successivo? Se sì, come?

Vincere sembra un traguardo, ma non lo è mai. Anzi, è piuttosto un inizio, e per alcuni una fine! Per quanto mi riguarda immaginavo ingenuamente che la mia vita avrebbe subito uno scossone rivoluzionario, contatti a iosa, miriadi di nuove esperienze. In concreto il Premio Celeste mi ha portato una certa breve visibilità e una galleria, la Dino Morra Arte Contemporanea a Napoli, giovane, ma già ben quotata. Il Premio Laguna ha permesso che questa visibilità continuasse ancora un po’. Entrambi mi hanno fornito i contributi economici sufficienti per dedicarmi completamente (o quasi) al mio percorso fino ad ora. Ma soprattutto mi hanno dato il bisogno di dare ancora di più, di superarmi sempre, come se fossi in gara con me stessa. Una voce dentro di me mi dice: “Non ti fermare ora o sei perduta”. L’ironia è che alcuni pensano che io sia lenta!

Mi hai parlato delle tue esperienze con le gallerie, vorrei sapere quanto reputi sia importante che un’artista instauri un legame con una galleria?

Sto ancora cercando di decifrare il complicatissimo “Art World”, con tutto ciò che gli gravita attorno: collezionisti, gallerie, art advisor, critici, curatori… Credo che il rapporto con il mercato sia importante, ma molto insidioso. Come il bosco di cappuccetto rosso. I lupi però sono tanti e invece di andare dalla nonna forse è meglio cercare direttamente il cacciatore! A parte le metafore l’importante è avere ben presente che la cosa più importante è il proprio percorso, e non il valore che altri danno ad esso. Non affidarsi mai completamente a qualcuno, ma tenere aperte diverse possibilità, ascoltare tutti i consigli e filtrarli. L’operazione più difficile per me resta ancora questa.

Infatti parliamo della tua ricerca artistica. Noto certi riferimenti tratti dalle tue esperienze di attrice nell’impostazione compositiva di alcune tue opere e anche negli atteggiamenti dei tuoi personaggi. L’essere un’artista visiva e allo stesso tempo un’attrice è un elemento secondo me a cui non si deve prescindere nell’analisi della tua opera. Esiste un’influenza reciproca? Se sì quanto è importante?

La mia ricerca, in particolare in questo momento, procede sempre più nella direzione di una compenetrazione effettiva e concreta tra gesto/voce e immagine. Anche se una cosa non esclude mai l’altra, nemmeno nei miei lavori precedenti. La prossemica, la composizione dello spazio e l’espressività dei personaggi che disegno io credo debba tantissimo al teatro. È solo dopo il diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Verona che mi sono dedicata alla recitazione, credendo fermamente che questo avrebbe arricchito il mio linguaggio artistico. Stranamente per almeno due anni in Accademia d’Arte Drammatica non ho toccato il pennello. Avevo bisogno di concentrarmi unicamente sulla parola e il corpo. Ma dentro di me non ho mai smesso di lavorare: appena ho ripreso mi sono accorta di avere talmente tanto da dire e di avere una tale necessità di farlo da non riuscire più a smettere. Senza contare che uno dei fili conduttori principali del mio lavoro è il concetto di comunicazione, sia sul piano dei soggetti che rappresento, quindi dell’immagine in sé, che rispetto al rapporto “opera-fruitore”, e anche “opera-creatore”. Una delle mie più grandi paure è non riuscire a comunicare ciò che intendo, essere fraintesa. Appena ho ricominciato a dipingere, mi sono accorta che le forme astratte su cui lavoravo durante Belle Arti non mi appartenevano più, anzi mi sembravano vaghe, decorative, poco dirette. Ho preferito cercare un alfabeto nuovo, immediato e apparentemente elementare come questo mio attuale, che unisce illustrazione e pittura, e con il quale sento di poter dire le mie verità (per quanto fastidiose o scomode) in modo accessibile, e a tratti persino seduttivo. Mi rendo conto che molti non riescono a cogliere il senso vero delle mie “storie”, si fermano alla superficie. L’ironia è la chiave.

"good wife" 2013

“good wife” 2013

"Adults don't exist " 2013

“Adults don’t exist ” Installazione 300×200 cm, dettaglio 2013

 

Notebook 6 - Dettaglio 1

Notebook 6 – Dettaglio 1

Per molti ha spiccato il tema della sessualità. Ma vorrei che tu mi parlassi anche degli altri temi che tratti e che magari prediligi e perché.

La sessualità infatti è un tema che emerge accidentalmente, una conseguenza. Mi spiego: Io disegno di getto. I miei Books e i Notebooks nascono sotto i miei occhi senza che io sappia dove sto andando o perché. Solo dopo mi soffermo sull’insieme e trovo il filo che pure ho seguito per arrivare alla fine. Ho fiducia nel fatto che nulla è casuale. Seguo umilmente il sentiero già tracciato dal lavoro scrittori come Ray Bradbury o registi come Lynch che della casualità “fatale” e della libera associazione mentale hanno fatto i loro strumenti. Eppure noto che ci sono temi che nel mio lavoro affiorano sempre: la mancanza, ad esempio, o la scoperta di sé, del proprio corpo, ma non limitata all’infanzia. I miei personaggi, forse data la loro natura contaminata (dall’animale o dall’oggetto), si esplorano di continuo, si misurano persino, seguendo diverse modalità. Se poi misurino il loro Fuori o il loro Dentro non sta a me dirlo. Il mood che domina spesso è quello dell’attesa impaziente del loro Big One, del giorno in cui tutto ci apparirà chiaro finalmente. Da qui l’ansia di colmare un vuoto che forse in realtà non c’è, o meglio si riduce semplicemente a fame e desiderio, due sensi puri, bestiali, e lontani da sclerotiche intellettualizzazioni. 

Notebook 7. "About darkness" 2013

Notebook 7. “About darkness” 2013

 

Notebook 7 - Dettaglio 7

Notebook 7 – Dettaglio 7

Notebook 7- Dettaglio 5

Notebook 7- Dettaglio 5

Notebook 7 Dettaglio 8

Notebook 7 Dettaglio 8

Non parli quasi mai della tua residenza in Marocco, a Ifitry. Ti va di raccontarci questa esperienza?

Ifitry è sulla costa atlantica a Nord di Essaouira in Marocco. È un posto assolutamente unico dal punto di vista del paesaggio e della natura: chilometri e chilometri di spiaggia deserti tranne che per i pescatori del villaggio vicino. Vento e oceano che ti parlano, continuamente. Ma soprattutto una struttura realizzata appositamente per ospitare artisti da ogni parte del mondo, creata per favorire il confronto e lo scambio, e mettere nelle condizioni ideali per creare. È stata la mia prima esperienza di residenza e mi sono innamorata del luogo e delle persone, artisti e non, che ho trovato. Forse quello che mi è mancato è stata la possibilità di spostarmi, il tempo di esplorare meglio la realtà nuova che avevo intorno. Ma consiglio Ifitry a qualunque artista desideri ritirarsi e dedicarsi a creare. Un consiglio: fatevi almeno tre settimane di full immersion. http://www.cac-essaouira.com/

L’importanza del confronto con artisti stranieri e con ricerche artistiche differenti dalle tue. Come vivi il confronto? E come affronti le influenze esterne?

Credo che ci sia un tempo per ogni cosa. Ho periodi in cui il contatto col mondo esterno lo evito perché ho bisogno di ritirarmi e concentrarmi solo sul lavoro. Ma una volta conclusa questa fase io stessa cerco il confronto. Confrontarsi con altri artisti è importante e utilissimo, una cosa che ho imparato fin dai tempi dell’Accademia di Belle Arti, dove ti trovi ogni giorno di fronte ai progressi dei tuoi compagni e il dialogo è costante. A Ifitry ho trovato tanti linguaggi diversi negli artisti marocchini e francesi che alloggiavano lì nello stesso periodo. Erano tutti più maturi e quotati. È stato emozionante sentirmi trattata da pari, con grande rispetto e stima. L’umiltà è una virtù preziosa che aiuta a crescere.

Il tuo lavoro e la tua passione per l’arte ti ha sempre portata in giro per l’Italia e anche fuori ma hai scelto Pisa come porto franco in cui approdare dopo ogni avventura artistica sia come pittrice che come attrice. Per quale motivo?

Mi viene da risponderti: – Perché è l’unica città che ho trovato in cui il fiume scorre al contrario! – . Se ci fai caso, non so per quale miracolo della corrente subacquea, anche se siamo vicini al mare, l’acqua dell’Arno in questo punto del suo corso sembra cambiare idea e fermarsi per un po’. A volte assomiglia più a un lago che a un fiume! Scherzi a parte, fin dalle prime volte che venivo a Pisa a trovare la famiglia di Paolo (il mio compagno) mi sono sentita attratta. La cosa che mi affascinava in particolare era il modo in cui la natura e la città si intrecciano, per cui capita che a dieci minuti dal centro si affaccino tra le abitazioni campi lasciati perennemente incolti, in cui la vita selvatica di piante e animali sopravvive, anche se tecnicamente ci troviamo “in città”. Dopo anni trascorsi a Roma, un posto simile mi sembrava in qualche modo “magico”, senza contare che mi ricorda la mia terra, il Basso Lago di Garda con tutta la sua natura, campi, boschi e montagne vicine. Vivere qui mi aiuta a trovare pace, appunto perché non è semplice gestire due impulsi creativi forti e apparentemente in contrasto come dipingere e recitare.

ade

“Ade” 2013

Dicci alcune anteprime dei tuoi impegni di fine anno.

A dicembre parteciperò alla mostra dei finalisti del Celeste Prize 2013 a Roma, mentre a Milano sto organizzando una residenza d’artista in spazi alternativi, un’idea nuova che porto avanti con un amico curatore: abitare un’area ristretto come un bilocale o un appartamento e rielaborarlo, trasformandolo in spazio espositivo e performativo temporaneo totale, con la possibilità per il pubblico di visitare l’artista e chi lo ospita durante tutto il processo… Stiamo ancora ultimando il progetto per cui non posso addentrarmi troppo nei dettagli. Inoltre sto continuando a lavorare con il video, e ho in vista alcune nuove collaborazioni che mi permetteranno di unire musiche originali alle mie immagini in movimento.

Un consiglio d’autore.

Quando fate un dolce non dimenticate mai un pizzico di sale.

www.cristiagardumi.com

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MINI MAXI | Progetti e documenti di Urban Art al GAMC di Viareggio

La scorsa domenica, 6 ottobre, ha inaugurato al GAMC Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Lorenzo Viani di Viareggio Mini Maxi Urban Art. Eroi Locali & Star Globali, la collettiva di Urban Art a cura di Gaia Querci in collaborazione col Laboratorio21 in occasione della X Giornata Amici dei Musei promossa dal FIDAM.

mini maxi

Con questa esposizione si introducono per la prima volta all’interno di un’istituzione pubblica come il GAMC, opere e documenti storici per la conoscenza e la diffusione al grande pubblico di due delle più discusse e controverse discipline dell’arte contemporanea, il writing e la Street Art. Un affascinante percorso didattico ed espositivo che si snoda, nelle bellissime ed immacolate sale espositive del Palazzo delle Muse, sull’intreccio di due direttrici tematiche (indicate dai colori giallo e rosso delle strisce poste sul pavimento): quella degli storici film selezionati da Vittore Baroni, che raccontano e documentano il lavoro di molti grandi Star internazionali da Taki183 a Black Le Rat, da Barry McGee a Thomas Campbell, passando per Ron English e finendo con Banksy e Obey, ripercorrendo la storia del writing e della street art dagli anni ’80 fino ad oggi;  e quella dei modellini di Urban Art, che ripropongono visioni personali di città vissute o soltanto immaginate dai cinque artisti italiani, anche definiti “Eroi locali”, che operano da molti anni in questa disciplina, Etnik, Duke1, Francesco Barbieri, Giulio Vesprini e Macs. Ed è su quest’ultima direttrice tematica che si fonda il gioco dicotomico “MINI MAXI”, infatti come spiega la curatrice gli artisti sono stati invitati a realizzare MINI progetti di una città vissuta con le texture, i colori, i font dell’Arte Urbana, che fossero presumibilmente realizzabili in MAXI scala.

Vista corridoio d'entrata

Vista corridoio d’entrata

Appena ci affacciano all’entrata della galleria veniamo accolti sulla sinistra da una prima postazione video che trasmette uno dei film cult in questo settore, “Style Wars” documentario sulla cultura Hip Hop diretto da Tony Silver e prodotto da Henry Chalfant. Proseguendo incontriamo sulla direttrice gialla i primi due MINI progetti di Francesco Barbieri e Duke1. Il primo ripropone di un gruppo di grattacieli che Barbieri caratterizza con una tecnica mista di acrilici e spray dai colori cupi che ricreano sulle superfici visioni psichedeliche; il secondo ricrea un ipotetico ma reale scorcio urbano di periferia immerso nell’oscurità della notte, squarciata da un suo “pezzo” creato in alto rilievo dai toni forti dell’arancio fluo.

Francesco Barbieri - Photo by Elisabetta Orlacchio

Francesco Barbieri – Photo by Elisabetta Orlacchio

Francesco Barbieri - Photo by Elisabetta Orlacchio

Francesco Barbieri – Photo by Elisabetta Orlacchio

 

Duke1 - Photo by Elisabetta Orlacchio

Duke1 – Photo by Elisabetta Orlacchio

Duke1 - Photo by Elisabetta Orlacchio

Duke1 – Photo by Elisabetta Orlacchio

Successivamente ci imbattiamo in una seconda postazione video con “POPaganda” di Ron English, film che mostra il mash-up di simboli della cultura del consumismo con il linguaggio della pubblicità proprio dell’opera dell’artista statunitense, e poco più avanti il terzo modellino, quello di Etnik, che riproduce in miniatura uno dei suoi agglomerati urbani segnati dalla forte presenza industriale e di costruzioni cementizie, trafitte da rami di speranza, su cui non possono mancare i classici graffiti.

Etnik - Photo by Elisabetta Orlacchio

Etnik – Photo by Elisabetta Orlacchio

Etnik - Photo by Elisabetta Orlacchio

Etnik – Photo by Elisabetta Orlacchio

Seguendo il percorso delle due direttrici arriviamo alla terza postazione video con “The Universe of Kaith Hering”, un documentario sull’arte e la vita di Keith Hering, che introduce alla saletta in cui campeggia il plastico di Giulio Vesprini, artista marchigiano che presenta in miniatura la sua geologica visione di forme naturali, dall’essenziale geometria, che si riappropriano degli spazi urbani in degrado.

Giulio Vesprini

Giulio Vesprini

Giulio Vesprini

Giulio Vesprini

Giulio Vesprini - Photo by Elisabetta Orlacchio

Giulio Vesprini – Photo by Elisabetta Orlacchio

Il percorso si conclude nella saletta adiacente in cui al centro spicca l’opera dello street artist abruzzese Macs, che sulle superfici di due piccoli portavasi riporta uno dei suoi “pupi” con le sue immancabili frasi dall’ironico doppio senso; mentre alle spalle dell’opera vi è l’ultima postazione video con il film “Street Art”, prodotto da Arte, canale culturale franco-tedesco ora anche on-line.

Macs

Macs

Macs - Photo by Elisabetta Orlacchio

Macs – Photo by Elisabetta Orlacchio

Due percorsi complementari che servono alla sensibilizzazione e alla conoscenza di questa espressione artistica, che da anni si mostra ai nostri occhi e ci accompagna nell’esperienza quotidiana del vivere le nostre città. Per ciò è pensabile affermare che questo progetto rappresenti anche il primo passo verso una possibilità di accettazione e assimilazione da parte di un’istituzione museale pubblica toscana di grande livello, come quella viareggina dedicata a Lorenzo Viani, di questa disciplina contemporanea, e le sue più articolate accezioni, ancora molto poco studiata.

Questa non è la prima esperienza espositiva di tale tipo per Gaia Querci e per il gruppo curatoriale Lab21, che proprio nel giugno di quest’anno hanno organizzato e curato “Between the lines”. Come spiega la curatrice infatti Laboratorio 21 si occupa di arte contemporanea da oltre cinque anni, con iniziative di differente natura, ma sempre con particolare riguardo alle forme espressive dell’arte urbana intesa nella più ampia accezione del termine.

Il progetto Between the Lines va oltre l’esposizione, a differenza di “Mini Maxi”, portando all’allestimento di un laboratorio nel laboratorio, quello appunto di Lab21, con tutte le attrezzature necessarie per sperimentare la tecnica dell’acquaforte, messe a disposizione di un gruppo ristretto di artisti, la maggior parte proprio urban artist come Aris, Etnik, Fupete, e Moneyless, invitati a realizzare una propria opera grafica a tiratura limitata, successivamente esposta. Come infatti ci dice Gaia Querci l’idea nasce dalla passione del team di Laboratorio 21 per il grande mondo dell’incisione e per la volontà di stimolare l’artista a superarsi ed aprirsi ad una realtà sconosciuta ma, secondo noi, di grande intensità, nonché avere la possibilità di produrre opere di pregio ad un prezzo contenuto, quindi maggiormente fruibili da un pubblico di giovani collezionisti. In generale Laboratorio 21 tende a produrre progetti che stimolano la creatività degli artisti, chiede loro di realizzare opere appositamente pensate o comunque di adattarsi all’abito del progetto espositivo di volta in volta proposto. La direzione curatoriale di Laboratorio 21 parte dal concetto che le linee dell’arte istituzionale possono dialogare con le nuove forme artistiche, l’arte è l’energia che sospinge la società, espressione del vissuto quotidiano, contemporaneo è ciò che vive insieme a noi, qui e ora, dargli supporto e ascoltarlo significa farsi interpreti consapevoli di ciò che ci circonda.

Riflettendo sulle parole della curatrice vorrei concludere che, se con “Mini Maxi” i ragazzi di Lab21 hanno portato l’Urban Art in un museo come il GAMC, nonché uno dei più importanti centri espositivi nazionali specializzati nella grafica d’arte, e viceversa con “Between the Lines” hanno avvicinato l’antica arte delle tecniche grafiche ai così detti urban artist, credo si debba riconoscergli il merito di essere riusciti a raggiungere un buon livello di scambio e di confronto tra queste due discipline ben distinte e di essere riusciti a costruire un dialogo raggiungendo risultati inaspettati e positivi per il futuro studio di entrambe. la duplice volontà

I cinque modellini in miniatura resteranno in esposizione e in vendita nella sezione bookshop del GAMC.

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Su e giù per l’Europa con ETNIK | Conversazioni d’autore

Etnik+Macs "Never Ending Trip" work in progress

Etnik+Macs “Never Ending Trip” work in progress

Oggi vi presento il prodotto della mia conversazione con un altro grande e stimato artista, Etnik. Da oltre vent’anni impegnato nel writing e nella street art, Etnik porta avanti una ricerca artistica molto originale, a metà tra lo studio personale del lettering e gli studi di pittura, scultura e scenografia, su cui imposta quella che è la sua critica nei confronti delle città e del concetto odierno di “città”, attraverso la costruzione di una originale visione compositiva dell’agglomerato urbano, a cui ha dato il nome di “Città prospettiche” o “Prospettive”. Ripercorriamo insieme a lui le diverse tappe in giro per l’Europa che, da dopo l’importante partecipazione alla 2° Biennale Internazionale di Graffiti di San Paolo, hanno visto protagonista la sua opera, come le esperienze personali e collettive o le grandi partecipazioni di respiro nazionale ed internazionale, per cui possiamo vedere e capire, anche dalle immagini, come si traduce in concreto la sua poetica, anche in rapporto ai contesti in cui si esplica, e che sviluppi abbia avuto nel corso di questi ultimi anni.

Parlami della tua prima personale milanese, organizzata e curata da Daniele Decia per la Galleria Studio D’Ars di Milano.

La mia personale si è tenuta ad aprile ed è stata la mia prima personale a Milano, ma non la mia prima esperienza espositiva, in quanto avevo già partecipato a degli eventi nel 2002 e 2004 all’Airbrush Show e a qualche altra collettiva e qualche altro lavoro. La tua prima personale se ricordo bene ti è stata dedicata a Roma alla Galleria RGB di Alessandro Gorla. La mia prima personale alla Galleria RGB è stata curata da Alessandro Gorla sul tema delle mie prospettive, in cui ho presentato un modellino, una delle mie prime sculture e una serie di quadri; successivamente nel 2010 RGB me ne ha dedicata un’altra, ma stavolta il tema era quello dei Puppets, dal titolo “BlackOut”, con un allestimento studiato ad hoc completamente al buio in cui le opere, realizzate con vernici al wood, riuscivano ad emergere in modo del tutto originale.

Articolo di Emanuela del Frate su XL di Repubblica: http://xl.repubblica.it/dettaglio/78691

Invece nell’ultima personale milanese che cosa hai esposto? Beh allo Studio D’Ars ho raccolto i risultati degli ultimi due anni di lavoro e di ricerca sul tema delle prospettive. Una serie di opere realizzate su materiale di recupero – prevalentemente tavole di legno – e alcune sculture; infine la realizzazione di una delle mie prospettive sul muro interno della galleria. Una mostra molto omogenea che presenta al pubblico lo sviluppo da me raggiunto nella mia personale ricerca, sia figurativa che astratta, sul concetto di “città”, che da dieci anni porto avanti e trova nel tema della prospettiva un ottimo spunto di riflessione. Una riflessione che lega il mio lavoro di writer, cioè di studio della lettera, alle discipline che sono da sempre sono state per me punto di riferimento: la pittura, la scultura, l’illustrazione e la scenotecnica. Un tema che mi ha permesso di fondere le tematiche connesse al mondo dei graffiti e quelle invece legate al post-graffiti.

Personale alla Galleria Studio D'Ars di Milano

Personale alla Galleria Studio D’Ars di Milano

 Opera scultorea Opera scultorea

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Tu hai sperimentato molte tecniche, tra cui quella dell’incisione. Il 2013 infatti ha visto accostarti a questa tecnica in occasione di un altro importante progetto. Me ne puoi parlare?

Nel 2013 ci sono stati molti eventi interessanti a cui ho partecipato, tra cui quella al Laboratorio21 di Viareggio. A me, Aris, Fupete, Moneyless e Magnelli è stata data la possibilità di partecipare al progetto “Between the Lines“, una mostra dei nostri lavori realizzati con la tecnica dell’incisione indiretta, prevalentemente acquaforte e acquatinta. Carlo Galli e Gaia Querci ci hanno invitati ad usufruire del Laboratorio, attrezzato con torchio e tutti gli strumenti necessari alla sperimentazione della tecnica in questione, per realizzare un’opera grafica da stampare in 80 copie. Per me è stato importante perché mi ha dato la possibilità di usufruire di una tecnica che non avevo più praticato da 15 anni. Il risultato mi ha molto soddisfatto e mi ha dato anche degli spunti per tentativi successivi e più sperimentali.

Come hai affermato prima ci sono stati molti eventi interessanti quest’anno in Italia, parlami di quelli di Urban Art a cui sei stato invitato anche come direttore artistico.

Partendo dalla Biennale in Brasile e subito dopo la personale a Milano, si sono susseguiti una serie di interventi in Italia e all’estero. Quelli italiani sono stati in sequenza a giugno: Gemona del Friuli al Festival Internazionale Elementi Sotterranei, in cui ho coordinato l’intervento pittorico sui muri esterni della piscina comunale: a me era affidata sia la scelta del tema sia la scelta degli artisti: DMS, Macs, Vesod, Erase, Arsek, Mankey e Ucon, nonché il coordinamento dell’intera esecuzione; a Cles (Trento) invece sono stato invitato da Luca Pichsteiner al progetto di riqualifica urbana “Wall Lettering”, per un workshop con i ragazzi delle scuole superiori dal titolo “L’eveoluzione del Lettering in prospettiva” e per la realizzazione del muro esterno di un palazzo del ‘700, una delle sedi storiche della città. Devo dire uno dei miei migliori e più grandi muri realizzati quest’anno, che mi ha portato anche un nuovo incarico da parte della sezione didattica del Mart di Trento e Rovereto e che mi vedrà a lavoro nella primavera prossima; infine sono stato invitato all’evento collaterale “Back to Back” della 54° Biennale di Venezia, per l’intervento pittorico a spray su un pannello 2,5mx8m in Piazza Sant’Agnese.

Panoramica della murata per Elementi Sotterranei 2013 - Gemona del Friuli

Panoramica della murata per Elementi Sotterranei 2013 – Gemona del Friuli

"Tracce" - work in progress Cles

“Tracce” – work in progress Cles

"Tracce" 2013 - Cles

“Tracce” 2013 – Cles

"Kome Natura Muore" 2013 Biennale di Venezia

“Kome Natura Muore” 2013 Biennale di Venezia

Un discorso più approfondito vorrei farlo invece per il Festival Icone 5.9, organizzato dalla Galleria D406 di Modena e curato da Pietro Rivasi, a cui sei stato invitato alla fine di Giugno e che quest’anno è stato dedicato ai terremotati dell’Emilia.

Sono stato invitato dalla Galleria D406 per intervenire su uno dei muri che si affaccia sulla ferrovia nei pressi della stazione – un muro che avevo già dipinto nel 2004 – portando un bozzetto ispirato al tema del terremoto e al titolo “5.9” che la Galleria in collaborazione con l’Associazione Fuori Orario ha dato al Festival Icone di quest’anno, proprio in memoria di quel tragico evento. Ho voluto affrontare questo tema elaborando la mia prospettiva in modo molto colorato così che attirasse positivamente l’attenzione per portare colore e allegria. Ho dipinto dei grandi volumi squarciati, poi un grande filo, che gira lungo i 20 metri di muro, ne ricuce gli strappi causati dal terremoto. Una metafora di speranza verso una ripresa positiva della vita. Contemporaneamente è stata organizzata una grande collettiva alla D406, “Disegni e Installazioni” divisa in due parti, che tra giugno e luglio ha portato a Modena una serie di opere di Street Artist di fama mondiale. Io ho partecipato con 108ArisGiorgio BartocciBastardillaEricailcaneNico MingozziOzmoLaurina PaperinaFrancesco BeviniHerbert BaglioneÉlla2501James KalindaZamoc alla seconda mostra di luglio, “Disegni e Installazioni 2”, portando un’incisione di quelle realizzate precedentemente a Lab21, 2 acquarelli e un quadro di grande dimensione.

icone

icone 5.9

Successivamente per tutto il mese di luglio hai partecipato a Oltremare Street Art, primo Festival di questo tipo organizzato a Marina di Grosseto dall’Associazione Artefacto, di cui fai parte, in collaborazione con la Fondazione Grosseto Cultura in occasione dei Campionati di Vela 2013.

E’ il secondo festival che la nostra Associazione organizza in Toscana negli ultimi due anni. Il Festival Oltremare ha previsto la realizzazione di murate, ispirate dal contesto cittadino, all’esterno della Palestra Comunale, rivestendo anche una funzione riqualificativa, e di una grande esposizione, che ha avuto molta visibilità durante tutto il periodo dell’evento sportivo, portando a Grosseto tutta una serie di artisti da tutta Italia di livello internazionale, tra cui Aris, Truly Design, Made514, Dado, Corn79, MrFijodor. Personalmente mi ha permesso di lavorare per la seconda volta quest’anno in collaborazione con un’artista che stimo, Macs, con cui ho realizzato “Never Ending Trip”, uno dei murales esterni della Palestra, e di fare un’altra parete all’esterno di uno dei bagni storici di Grosseto in collaborazione con un altro mio grande amico e collega, Sera.

Etnik+Macs "Never Ending Trip" 2013 Oltremare Street Art Festival Grosseto

Etnik+Macs “Never Ending Trip” 2013 Oltremare Street Art Festival Grosseto

Etnik+Macs "Never Ending Trip" work in progress

Etnik+Macs “Never Ending Trip” work in progress

Parlami adesso degli eventi all’estero a cui hai partecipato quest’anno.

In sequenza: a maggio un muro a Liverpool della sede dell’associazione che organizza eventi per i giovani di strada; poi la partecipazione a Stroke Fiera dell’arte di Monaco in Germania, con un intervento pittorico sui muri interni della struttura che ha ospitato il Festival e un’esposizione collettiva con gli artisti della Galleria Studio D’Ars.

Stroke Art Fair 2013 Monaco - Muro interno

Stroke Art Fair 2013 Monaco – Muro interno

Sempre in maniera più approfondita vorrei che tu mi parlassi invece del progetto “La Tour 13” di Parigi organizzato dalla Galleria Itinerrace e curato dal direttore MEHDI Ben Cheikh, a cui hai preso parte insieme agli altri tuoi colleghi ed artisti italiani quali Dado, Joys, Peeta, 108, MP5, Senso, Moneyless, Hogre, JBrock, Tellas e Iacurci.

Nel mese di giugno ho fatto il mio primo viaggio a Parigi per realizzare un mio intervento all’interno di questo progetto, rimasto segreto fino alla metà di settembre. Un progetto di Street Art basato sull’intervento da parte di un centinaio di artisti invitati da tutto il mondo ad operare, ognuno con i propri mezzi e la propria poetica, nelle stanze dei diversi appartamenti suddivisi sui 9 piani di un palazzo, vicino alla Gare D’Austerliz, di case popolari in disuso – che a novembre verrà demolito e ricostruito successivamente. Dopo quasi un anno di interventi il palazzo è completato e come una galleria dal 1° ottobre è stato aperto al pubblico. Io sono stato invitato da Christian Omodeo, direttore artistico de Le Grand Jeur e curatore del piano dedicato agli artisti italiani a cui ha dato il titolo de “Il Piano“, ad operare in uno spazio molto piccolo dell’appartamento, in cui in precedenza erano intervenuti Dado, Peeta e Joys. Quella tipologia di spazio non mi ha permesso di realizzare un intervento pittorico, ma fare un’installazione site specific coi materiali di recupero dell’appartamento e riorganizzati a mio piacimento. Questo ha portato, dopo due viaggi nella capitale, alla costruzione di una delle mie prospettive, come una mia scultura che comprendesse però tutto lo spazio dato; uno spazio che mi ha da subito fatto pensare a una stanza segreta, sia per fare qualcosa di diverso da quello già visto nella torre e sia per ispirazione a Dushamp, citando la stanza segreta che più di un secolo fa aveva realizzato a Parigi. Una stanza, che rappresentasse anche l’interno della mia testa, interamente chiusa e spiabile da parte del pubblico attraverso un piccolo foro.

"La Stanza Segreta" 2013 - Progetto Il Piano a cura di Christian Omodeo per "La Tour 13" Paris

“La Stanza Segreta” 2013 – Progetto Il Piano a cura di Christian Omodeo per “La Tour 13” Paris

 

Grazie alla disponibilità dell’artista C215 e dell’assistenza di Christian Omodeo in queste due occasioni hai avuto anche la possibilità di dipingere a Vitry, paese vicino Parigi, in cui i muri pubblici sono gestiti in modo da esser dati agli artisti per realizzarci delle opere murarie.

Da sempre nel mondo del writing è tradizione che quando un writer si muove in una città nuova lo scopo principale è quello di dipingere un muro, magari confrontandosi sulla parte con l’artista locale, in modo tale che rimanga un segno del passaggio dell’artista in città. Nel caso specifico, trovandomi a Parigi, ho provato a contattare C215, già conosciuto in una precedente esposizione a Basilea, che ha disponibilità di spazi. Il paese sta diventando sempre più un importante museo a cielo aperto perché si sta dotando di tutta una serie di dipinti di artisti di livello e di fama internazionale. Ho lasciato un primo segno a giugno, e la seconda volta a fine agosto realizzando una murata raffigurante uno spaccato che mostra uno dei miei agglomerati urbani di forte e chiara ispirazione alle piazze e agli edifici della cittadina francese. Un omaggio per così dire. Questo è successo anche in Germania, a Monaco, quando sono andato a Stroke, dove ho incontrato Loomit, storico artista locale e uno dei punti di riferimento in questa disciplina in ambito tedesco, che da sempre gestisce gli spazi in questo modo avendo a disposizione molti muri in un particolare quartiere, KunstPark, da cui sono passati tutti gli artisti che han fatto la storia dei Graffiti sia americana che europea. Succede anche in Italia da sempre, con modalità diverse, con le “hall of fame”; in pratica sono spazi pubblici  gestite da un associazione o da un gruppo di artisti che, con lo stesso spirito che ti ho descritto, invitano a dipingere ospiti o amici di passaggio in città. Ed così che io ho conosciuto tutto il mondo del writing di cui faccio parte e con cui sono rimasto sempre in contatto. Mentre a Monaco è più uno spazio libero dedicato all’incontro, a Vitry è tutto molto più organizzato, dove c’è una troupe che documenta e ci sono delle pubblicazioni curate da una giornalista studiosa; a Vitry c’è la volontà di documentare tutto quello che sta succedendo a Parigi: un work in progress all’aria aperta, in quanto ogni artista che passa lascia il segno e successivamente esce una pubblicazione che ne documenta il passaggio. Giunta alla 2° pubblicazione se ne prevedono altre a documentare il progresso.

Primo muro a Vitry Giugno 2013 - Photo by Brigitte Silhol

Primo muro a Vitry Giugno 2013 – Photo by Brigitte Silhol

Secondo muro a Vitry 2013

Secondo muro a Vitry 2013

L’ultimo tuo progetto realizzato, in collaborazione con Corn79, è quello all’interno della cella dell’ex-carcere di Tirano per “Imprevisti Artistici probabilità sociali”. Ce ne vuoi parlare? 

Si tratta della partecipazione al progetto di riqualificazione dell’ex-carcere di Tirano, “Imprevisti artistici probabilità sociali”, realizzato dall’Ass. Onlus Il Gabbiano in collaborazione con i curatori delle Gallerie Square23 di Torino e Studio D’Ars di Milano. Ha inaugurato lo scorso 21 settembre e si tratta del primo step del progetto di riconversione del complesso carcerario in luogo di accoglienza per i malati di AIDS. Io e Corn79 in questa occasione abbiamo collaborato all’interno della stanza dei colloqui, dando vita a “Dialoghi”, l’opera che mi ha permesso di dialogare appunto con lo stile e la ricerca di Corn79. Intervento divertente e interessante per capire e vedere le infinite possibilità di fusione che i nostri due modi di lavorare con le geometrie ci permettono di fare. Inoltre ho dipinto uno dei muri esterni del complesso con cui ho voluto regalare alla gente del luogo una visione di speranza e libertà, che spacchi idealmente le alte mura del carcere per un futuro nuovo. Anche qui una metafora per la futura riconversione dell’ex-carcere in un luogo di accoglienza. Intervista nell’articolo “Imprevisti artistici probabilità sociali

Panoramica "Dialoghi" Corn79+Etnik   Photo by Livio Ninni Photographer

Panoramica “Dialoghi” Corn79+Etnik – Photo by Livio Ninni Photographer

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I tuoi progetti futuri 

Per ora ti posso dire che sono stato invitato a Düsseldorf per il progetto “SprayOneWorld”. Un progetto internazionale a cui partecipano anche il brasiliano Binho, il russo Worm e i tedeschi Kj263 e Ami. Avremo da dipingere un grande edificio, dal 12 al 19 ottobre, che sarà inaugurato il 21 ottobre, e contemporaneamente faremo un’esposizione, che inaugurerà Sabato 12 ottobre, a cui parteciperò con un’installazione creata in loco e un dipinto di grandi dimensioni. Per ora ti so dire solo questo, ma ti darò aggiornamenti work in progress.

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Imprevisti artistici probabilità sociali

Progetto di riqualificazione per l’ex-Carcere di Tirano (So)

imprevisti-artistici-tirano

Lo scorso 21 settembre l’Associazione onlus Il Gabbiano, per festeggiare il trentennale di attività, ha presentato il progetto per la riqualificazione dell’ex carcere di Tirano, per il quale si è avvalsa anche della collaborazione dei curatori Daniele Decia, della storica Galleria Studio D’Ars di Milano, e Davide Loritano, gallerista di Square23 di Torino, che hanno da subito aderito alla proposta unendo le forze ed elaborando il progetto artistico “Imprevisti artistici e probabilità sociali”.

Panoramica "Dialoghi" Corn79+Etnik   Photo by Livio Ninni Photographer

Panoramica “Dialoghi” Corn79+Etnik
Photo by Livio Ninni Photographer

Nato nel 1983, Il Gabbiano, ci spiega Manuela Colombera, responsabile del progetto, “si occupa principalmente di persone in stato di forte disagio, con problemi di tossicodipendenza, e di persone che stanno da noi in misura alternativa al carcere. Ha diverse strutture in Lombardia tra cui questa di Tirano dove è presente anche la casa-alloggio per malati di AIDS. Nello specifico qui a Tirano, si è voluta creare una collaborazione con l’arte della Street Art, perché ci sembrava ci fossero delle premesse concettuali e di significato, che queste forme d’arte riescono a trasmettere alle persone. Il progetto rappresenta “la fase di start up di presentazione del progetto di riqualificazione e di conversione a luogo di accoglienza e sede della Comunità, che questa struttura subirà. I lavori inizieranno concretamente nel 2014 e prevedono già nella ristrutturazione interna del complesso gli spazi da lasciare ad alcuni degli artisti, che si sono distinti con il proprio lavoro, per intervenire nuovamente e far diventare le loro opere parte integrante del progetto. In particolare l’idea era appunto quella che l’arte connotasse questa struttura anche in futuro.” Come tengono a sottolineare anche i curatori, questo progetto di urbanizzazione e riqualificazione legata al sociale con interventi di Street Art, sarebbe il primo di questo tipo in Italia. E mentre Daniele Decia pensa ai nuovi artisti da invitare per realizzare nuovi interventi, fintanto che lo spazio c’è e non viene demolito in parte, per Davide Loritano è già chiara l’importanza di coinvolgere i ragazzi della Comunità con dei progetti che prevedono il loro intervento all’interno di alcune celle con dei lavori personali.

Orticanoodles

Orticanoodles

Orticanoodles

Orticanoodles

Davide Loritano e Daniele Decia, i due curatori scelti per la direzione artistica del progetto, si distinguono per l’esperienza e conoscenza dirette e approfondite degli artisti con cui lavorano e collaborano, alcuni dei quali maggiori esponenti della Street e Graffiti Art non solo a livello nazionale ma anche internazionale, e  per l’esperienza dimostrata come conoscitori e promotori di artisti già affermati e talenti emergenti attraverso le attività svolte nelle rispettive Gallerie, diventate ormai punti di riferimento nel panorama della Street Art. La Square23, giovane galleria di Torino che festeggia quest’anno i primi 3 anni di attività, e come spiega Loritano, nasce dalla sua passione per i graffiti e i grossi interventi murali, ma anche per l’arte contemporanea in generale. “Ho scelto questo lavoro, mettendoci dentro tutta la mia passione, anche se all’inizio non avevamo mezzi. Da quando abbiamo iniziato siamo riusciti a coinvolgere sempre più artisti, diventando una grande famiglia in cui tutti gli artisti sono a loro agio e cominciano a collaborare anche fra di loro.” Il giovane gallerista si dice molto soddisfatto del suo lavoro sul territorio e ci spiega che la sua strategia di promozione si basa prima di tutto sulla ricerca continua su territorio locale ed europeo e sulla programmazione di esposizioni di artisti già affermati e conosciuti alternata alla programmazione di mostre di artisti emergenti in modo da creare nei collezionisti ed amatori e nel pubblico in generale un meccanismo d’interesse continuo verso entrambe le categorie d’artista. “Torino ha reagito molto bene, è una città molto viva sia per quanto riguarda i graffiti che la street art. E’ piena di ragazzi e di iniziative, ci sono tante associazioni che gestiscono, trovano delle location, chiamano artisti famosi a lavorare sugli edifici, su pareti di 30/40 metri, e vedendo la città che si trasformava abbiamo pensato di creare una galleria che uscisse dai canoni austeri delle classiche gallerie. L’artista secondo me deve lavorare per riqualificare il luogo dove noi viviamo, per ciò ogni artista che viene da noi lavora anche direttamente sul territorio. Questo ha fatto sì che la gente si rendesse conto che qualcosa stava cambiando o c’era una forma d’arte diversa che stava entrando nelle gallerie. Vedo che anche da parte delle autorità c’è più interessamento, dandoci infatti più spazi.” Decia invece ha iniziato circa un anno fa la sua attività allo Studio d’Ars di Milano, ma vive da sempre in prima persona l’arte contemporanea che come racconta, “nasco in un piccolo paese dove negli anni ’70 c’erano ancora degli artisti veramente importanti; i miei amici e le persone che frequentavo da piccolo erano figli di artisti. Crescendo capisco e mi avvicino ad amare l’arte. Decido di riattivare in questo paesino qualcosa, perché dagli anni ’80 si era andato a scemare tutto. Do’ vita a un’associazione culturale. Prendo in gestione uno spazio espositivo, con dei collaboratori di livello e di valore assoluto, con molta più esperienza di me tra i quali Paludetto del Castello di Rivara, e lo facciamo diventare un museo d’arte contemporanea. Credo l’unico nella riviera di ponente. Collaboro con il Castello di Rivara e ho la possibilità di collaborare con Luca Beatrice, Olga Gambaro, e di conoscere personalità come Achille Bonito Oliva e Germano Celant, insomma un po’ tutti. Quindi mi avvicino sempre di più all’arte fintanto che l’anno scorso ho deciso di accettare la proposta fattami dalla proprietaria di Studio D’Ars”, con l’intenzione di fare sì contemporaneo ma a una condizione, di fare ciò che adesso è il contemporaneo: “se negli anni ‘80 il contemporaneo erano Mondino, Stefanoni, Scanavino, Buonalumi… adesso il contemporaneo sono Street Art, Underground e NewPop”. E continua dicendo che, nonostante Milano sia una città difficile, piena di squali, di gallerie, “il fatto di avere uno spazio piccolo in una posizione veramente buona, perché in pieno centro, e farlo diventare laboratorio degli artisti, dandogli carta bianca su quello che possono far li dentro, sia un valore aggiunto rispetto a tante altre gallerie esistenti; non sono in tanti in Italia a lasciar interagire l’artista con lo spazio come meglio crede. Per me è divertimento, è metterli alla prova e capire chi si da più o meno da fare, metterli in gioco, scherzare con loro, viverli… Ricordo il primo muro che ho fatto li dentro… l’ho fatto con Bros, fino alle quattro, a tracciarlo, abbiam dormito dalle quattro e mezza alle sette del mattino e ci siamo rimessi al muro e abbiam finito un quarto alle cinque… alle cinque inauguravo.”

SeaCreative

SeaCreative

Due curatori accomunati dalla stessa passione per un certo tipo di arte attorno alla quale gira tutta la loro attività, che dalla seconda metà di settembre sono riusciti a coinvolgere 11 artisti fra i più stimati in questa disciplina, scelti in accordo con le idee d’impegno sociale della Comunità Il Gabbiano, seguendone direttamente l’intervento. Ogni artista invitato ha operato col proprio stile plasmando sia l’interno di una singola cella dell’ex carcere, con opere ad hoc ispirate al luogo, sia i muri esterni del complesso caratterizzando le grandi superfici. Durante i lavori abbiamo visto svilupparsi momenti di coinvolgimento diretto degli artisti coi ragazzi della Comunità, attraverso l’interazione reciproca nelle attività pittoriche. Belle testimonianze del legame che può facilmente intercorrere tra quest’arte, che nasce dalla strada, e questi ragazzi, strappati alla strada, con alle spalle esperienze di vita difficili.

Gli artisti: MrFijodorCorn79OrticanoodlesUrbansolidCaligarisSeacreativeAndrea “Ravo” MattoniEtnikOpiemmeSkiàAle Puro

Urbansolid

Urbansolid

Urbansolid

Urbansolid

Installazioni parete di Urbansolid - Murales di Tenia

Installazioni parete di Urbansolid – Murales di Tenia

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Ma andiamo ad approfondire gli interventi con alcuni artisti che ci li hanno descritti direttamente durante l’inaugurazione:

MrFijodor

Originario di Imperia ma stabile a Torino, i suoi lavori sono contraddistinti da una critica sociale o ecologica, più che da una peculiare ricerca tecnica, e i soggetti delle sue opere sono di solito forme elementari che veicolano messaggi diretti e ironicamente responsabili. Alcuni di questi elementi li possiamo ritrovare nel suo intervento a Tirano che, come ci dice, “visto che siamo dentro un carcere, è un piano di evasione. Un piano d’evasione anche un po’ confuso e non troppo preciso, però importante perché devo riuscire ad evadere, ma non dal carcere bensì dalla mia testa. Quindi ho trasformato la mia cella nell’interno della mia testa. L’ho dipinta tutta di nero, e anche se io normalmente uso acrilici e spray, qui ho voluto disegnare tutto col gessetto bianco cercando di rendere anche un po’ maniacale questi disegni molto grezzi, per nulla raffinati. Mi sono immaginato le prove di fuga: “come posso uscire dalla mia testa? Calandomi dalla finestra? Calandomi con una corda dall’orecchio? Oppure cercando di volare con l’ombrellino di Mary Poppins?” Tutta la cella è rimasta molto scura, il nero dato non è piatto ma è quasi sciolto, un po’ vibrante. Ho disegnato anche il soffitto e l’entrata esterna, poi c’è un disegno attaccato al muro, che rappresenta il piano d’evasione, una mappa che avrò quando scappo per poter ritrovare la strada nei miei pensieri labirintici. Un aspetto interessante dell’intervento è che mi sono anche relazionato con gli ospiti del Gabbiano, cercando di darmi spunti per la fuga. Il primo è stato Roberto Viola, che mi ha chiesto di disegnare una finestra bianca, e che effettivamente può essere un’ottima via di fuga; ho rivisitato alcune frasi che lui ha trovato in alcune carceri italiane, tra cui quello di Como, di San Vittore, di Perugia

www.mrfijodor.it

L'entrata alla "Cella di MrFijodor"

L’entrata alla “Cella di MrFijodor”

 

Interno della "Cella di MrFijodor"

Interno della “Cella di MrFijodor”

Interno della "Cella di MrFijodor"

Interno della “Cella di MrFijodor”

"La cella di MrFijodor"

“La cella di MrFijodor”

Corn79&Etnik – “Dialoghi

Due artisti la cui peculiare ricerca si caratterizza per lo sviluppo di un linguaggio formale che fa capo alla complessa geometria dei mandala di Corn79, e l’intrigante incastro delle geometrie urbane di Etnik. Proprio grazie a questa sinergia stilistica li vediamo collaborare in questa occasione. Li abbiamo intervistati in loco e ci hanno così raccontato la loro installazione: Corn79La nostra è la stanza dei colloqui e abbiamo cercato di far dialogare i nostri due stili, i nostri due percorsi. La stanza ha volutamente un fondo buio, scuro, che vuole ricordare lo stato emotivo delle persone carcerate private della propria libertà. Le mie geometrie, sono come delle luci che escono da questa oscurità e vogliono rappresentare le speranze e i sogni del carcerato. Abbiamo fatto la collaborazione nella stanza dei colloqui perché era proprio il punto d’incontro in cui andare a dialogare, e quindi abbiam cercato di far dialogare i nostri lavori che comunque già di per sé funzionano molto bene in quanto entrambi geometrici. Etnik – “Con Corn79 ci siamo messi d’accordo cromaticamente e su come far interagire i nostri stili. Per me la stanza dei colloqui è un’occasione di dialogo fra i nostri due modi di lavorare.

www.corn79.com

www.etnikproduction.com

 

"Dialoghi" work in progress... Immagini dei due artisti all'opera all'interno della stanza dei colloqui. Photo by Livio Ninni Photographer

“Dialoghi” work in progress… Immagini dei due artisti all’opera all’interno della stanza dei colloqui. Photo by Livio Ninni Photographer

"Dialoghi" work in progress... Photo by Livio Ninni Photographer

“Dialoghi” work in progress… Photo by Livio Ninni Photographer

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“Dialoghi” work in progress… Photo by Livio Ninni Photographer

"Dialoghi" work in progress... Photo by Livio Ninni Photographer

“Dialoghi” work in progress… Photo by Livio Ninni Photographer

"Dialoghi" work in progress... Photo by Livio Ninni Photographer

“Dialoghi” work in progress… Photo by Livio Ninni Photographer

"Dialoghi" - Corn79+Etnik

“Dialoghi” – Corn79+Etnik

Caligaris

Un’artista il cui lavoro si sta focalizzando sul tema delle “moltitudini di soggetti simili”, che lo vedremo sviluppare prossimamente in situazioni che li contengano come manifestazioni, casting, flashmob, e di cui l’intervento all’ex carcere ne é il primo esperimento. “In questo caso, essendo un intervento rapido e temporaneo, ho utilizzato l’espediente delle figure incollate al muro, mentre solitamente le immagini sono dipinte. I protagonisti, questa volta sono i Teru teru bōzu, ovvero gli scacciaspiriti/portafortuna giapponesi, perché voleva essere di “buon auspicio” per il posto abbastanza “disgraziato”; i portafortuna incollati infatti hanno al posto della bocca, solitamente cucita, il simbolo che i carcerati segnano sui muri della cella per contare i giorni della settimana, e rappresentano, con alcuni particolari, vari tipi di persone: donne, uomini, ricchi e poveri.

www.alessandrocaligarisart.it

Caligaris

Caligaris

Caligaris

Caligaris

 Ravo

Giovane artista varesino che per questo specifico intervento ci racconta come ha voluto esprimere le forti sensazioni suscitategli dalla struttura carceraria di Tirano “sono rimasto subito colpito dalla struttura, non avevo mai visto un carcere dall’interno (per mia fortuna). Le pesanti porte, i lunghi corridoi, le enormi mura di 8 metri che circondano il perimetro, e l’incredibile sbalzo termico fra l’interno e l’esterno, sono tutti elementi che mi hanno dato una sensazione alienante, una sorta di angoscia spaesante. Attraverso i miei due soggetti dipinti uno all’interno e uno all’esterno del carcere, ho voluto esprimere queste sensazioni aggiungendo, attraverso uno strabismo marcato, un sentimento “evasivo” una sorta di sguardo rivolto verso l’esterno, ma senza che lo spettatore riesca ad afferrarlo, uno sguardo che cerca una ragione nell’ “oltre”, uno sguardo non facilmente sostenibile.

Ravo - muro esterno ex carcere Tira

Ravo – muro esterno ex carcere Tirano

I soggetti che ho dipinto partono, come la maggior parte dei miei lavori figurativi, dal mio volto. Sono degli autoritratti distorti, stravolti, e modificati all’eccesso, fino al limite della riconoscibilità, per dare ancora più importanza al punto di vista che ha vissuto e valutato questa esperienza, cioè il mio punto di vista.”

http://andrearavomattoni.tumbrl.com

Ravo

Ravo

Ravo

Ravo

 Opiemme

E’ l’artista-poeta la cui ricerca intrattiene un forte legame di scambio tra immagine e parola, in cui entrambe divengono contenuto e contenitore di inedite pagine della propria poetica, che parla di liberà, etica civile e rispetto per la natura. In accordo con essa anche l’opera all’interno dell’ex carcere si costruisce su questo scambio: “ho dipinto un panda che pronuncia una frase tratta dal primo brano dell’album “Toxicity” dei System Of A Down, “Prison Song”, che dice “loro cercano di costruire una prigione” (They try to build a prison). In un testo sul sistema carcerario americano, fanno intuire come “la prigione” possa esistere ed essere creata oltre i confini delle strutture contenitive. Nel mio lavoro la stessa frase la pronuncia un panda, un animale in via di estinzione e relegato, per questo, in una forma di prigione, una riserva naturale. La frase dei System detta da un animale assume un altro significato sulla limitazione della libertà, con un forte riferimento a quello che è l’impatto dell’uomo sull’ambiente.”

www.opiemme.com

Opiemme

Opiemme

Opiemme - muro esterno ex carcere Tirano Photo by Livio Ninni Photographer

Opiemme – muro esterno ex carcere Tirano Photo by Livio Ninni Photographer

Skià

Giovane street artist che cerca attraverso i colori, i segni e i caratteri, di restituire le sue sensazioni e sentimenti, le sue storie, come è accaduto per l’esperienza vissuta nell’ex carcere di Tirano che ci descrive così: “All’interno della cella ho disegnato il profilo di un volto, composto da una varietà di colori che si sovrappongono tra loro, il blu e il rosso per il labbro superiore, il verde per il naso e un verde più scuro per le palpebre, giallo e arancione per le guance, rosso per le sopracciglia, bianco per gli occhi e cosi via. Questo profilo è avvolto da una serie di anelli, di cerchi in scala di grigi che cercano di rinchiuderlo, intrappolarlo, ostacolare i suoi movimenti e la sua libertà di ESSERE. Pensare a questo volto come il volto dell’anima, della nostra anima, quella che molto spesso non ascoltiamo, non sentiamo e che forse a volte dimentichiamo di avere davvero. L’anima nascosta in ognuno di noi, che rappresenta chi veramente siamo al di là delle etichette, del ceto sociale, del lavoro, degli studi, delle regole. È collegata a quella di tutte le altre persone, del presente, del passato e del futuro, ma anche a tutto ciò che ci circonda, gli animali, le piante, l’acqua, il cielo e la Terra stessa. Volevo rappresentare l’urlo di quest’anima, che cerca di aprirci gli occhi, di farsi sentire e manifestarsi, di liberarsi e di liberarci da tutte le catene, barriere, limitazioni che la società e il sistema ci impongono. Con tutti questi colori volevo trasmettere l’energia contrapposta al grigio e al nero delle gabbie che ci tengono fermi e al tempo stesso ci illudono di essere liberi di fare ciò che vogliamo. Gli anelli che ho disegnato intorno al viso sono più stretti intorno alla bocca e via via si allargano come se, con la sua forza, l’anima riuscisse ad allontanarli e distruggerli.

 

Skià - Interno cella

Skià – Interno cella

Skià - Interno cella

Skià – Interno cella

Sulla parete esterna dell’ex carcere ho disegnato un corpo, anche questo di profilo, rivolto verso destra con la schiena inarcata all’indietro e le braccia abbandonate verso il basso. La testa si disfa in numerosi frammenti, che volano verso destra e tutto il corpo è bucato e frastagliato, dalla testa alle braccia, fino alla vita. Il corpo e i suoi frammenti che si liberano volando via hanno l’andamento delle fiamme, quella libertà ipnotica difficile da catturare. Io ci ho provato così. Una frase di Bob Marley accompagna il disegno: abbiamo qualcosa che non potranno mai portarci via…il fuoco. Mi ricollego al discorso di prima sull’anima: quando tutto ci sembra perso o irraggiungibile, quando perdiamo le speranze o tocchiamo il fondo, quando restiamo soli o quando non c’è più nulla a questo mondo che possa farci tornare un sorriso o una luce negli occhi dobbiamo sapere che dentro noi c’è una parte dell’universo, c’è qualcosa che brucia per far si che continuiamo la nostra strada fino alla meta, nonostante tutto.”

Skià - muro esterno ex carcere Tirano Photo by Livio Ninni Photographer

Skià – muro esterno ex carcere Tirano Photo by Livio Ninni Photographer

Encs

Nei 3 giorni passati a Tirano il mio intervento principale è il muro esterno del complesso carcerario, dove io e Skià  abbiam dipinto una parete di 8m x 5m. Ho rappresentato un mezzo viso sezionato che fugge via dalle sue gabbie mentali, guardando in su.. oltre il muro.. verso i suoi sogni.. Le  mani rappresentano appunto le sue gabbie mentali, che contengono (come le barre di un carcere) la lettera “M” di “mind”, parte della frase che è di sfondo ai due personaggi, “FREE YOUR MIND”, libera la tua mente. Molto sovente le peggiori gabbie che abbiamo son quelle mentali, ma per chi sta peggio di noi son pure quelle reali…le celle…

Encs+Skià - Muro esterno ex-carcere Tirano

Encs+Skià – Muro esterno ex-carcere Tirano

Il secondo intervento l’ho svolto in tarda notte dentro una delle cella del carcere in cui ho raffigurato un personaggio che stremato ed esausto cerca di scappare dalla cella a cui rimane ancora attaccato, tramite molti fili e corde, al termosifone della cella: in qualche modo, rimaniamo sempre attaccati al proprio passato.. anche se ci si libera….

Encs – Cella interna

Dall’incontro del mondo sociale con quello dell’arte nasce un dialogo dai contenuti nuovi. Il comun denominatore di pensiero che ha guidato tutte le persone coinvolte nel progetto, è stato e sarà quello di dare ai ragazzi della Comunità nuove possibilità di crescita e d’ispirazione creativa per il futuro e sensibilizzare un paese come Tirano verso un certo tipo di arte, la Street Art, e verso le diverse forme di disagio, nei cui confronti  c’è ancora tanto pregiudizio e un approccio negativo. Inoltre per i curatori Decia e Loritano, entusiasti dei risultati ottenuti, questa esperienza rappresenta il primo step di un percorso di collaborazione che connetterà Torino e Milano per la creazione di una rete di conoscenza, valorizzazione e diffusione della Street-art su territorio italiano. 

Crediti fotografici

Livio Ninni Photographer

www.livioninni.com

mail: info@livioninni.com 

cell. +39 346 7400482

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Un tè con Schinasi | Conversazioni d’autore

Daniel Schinasi nel suo studio

Daniel Schinasi nel suo studio

Il 12 settembre scorso ha inaugurato al Museo Piaggio di Pontedera la grande mostra antologica dedicata al Maestro italo-egizio Daniel Schinasi, fondatore del movimento Neofuturista. L’esposizione, che comprende quasi cento opere (dal ’57 al 2013) tra dipinti, disegni e bozzetti, ma anche documenti storici e libri, cerca di restituire al pubblico una visione completa del significato del lungo percorso di studio e ricerca sviluppato da Schinasi in oltre cinquanta anni di lavoro continuo nel campo dell’arte, e di ciò che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi. Un’antologica in cui si traccia il discorso di un’artista in dialogo con la società in cui vive e lavora, attraverso l’esperire diretto con essa, e lo si apprezza visivamente grazie all’osservazione attenta delle opere in mostra. Un discorso che parte da Alessandria D’Egitto, prosegue in Italia e arriva in tutta Europa.

In questa occasione ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente il Maestro, che nei giorni successivi mi ha concesso un’intervista nella sua casa di Casino di Terra. Un luogo bellissimo, immerso nella campagna, dove ho potuto ammirare da vicino molte delle sue opere sparse all’interno del suo studio, e ascoltare l’affascinante racconto di un’artista, che nella vita ha conosciuto alcune delle più importanti personalità artistiche del ‘900 da cui, non solo ha preso ispirazione, ma sono state anche monito e fonte di conoscenza per tutta la sua opera. Non resta ora che godervi la lettura di questa conversazione d’autore.

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Negli anni ’60, quando sei arrivato a Pisa e hai aperto un tuo studio in cui hai fatto il corso di disegno, qual’era la situazione artistica?

Fin da piccolo ero propenso a dare la mia esperienza agli altri; appena ho preso la matita in mano avevo il coraggio di invitare i miei vicini di casa e insegnargli a disegnare, ma io non sapevo ancora disegnare. Ero soltanto uno che cominciava a disegnare, ma c’era la voglia di dare agli altri quelle piccole esperienze. Appena arrivato in Italia nel ’56 da profugo, e dopo nel ’57-‘58, quando ancora facevo pittura impressionista, con influenze impressioniste di Pissarro, poi Monet, poi Manet, poi Degas, Van Gogh, Seurat.. ho aperto un laboratorio di disegno alla Comunità Ebraica di Livorno. Andavo la domenica e lo facevo gratis. Un anno di corso gratis. Poi a Livorno conobbi un corniciaio, Petrucci, che aprì un negozio a Pisa in Piazza Cavallotti, o per i pisani detta dello Stellino, dove vendeva le sue cornici. Accanto aveva uno spazio per il laboratorio, che mi concesse per farvi una galleria e aprire “Il Corso dell’Artista”, un corso di pittura e disegno aperto a tutti. A Pisa in quegl’anni c’era soltanto la scuola di vetrata, non c’era una scuola di pittura e disegno, e son stato il primo nel dopo guerra, se si può dire, a creare questo corso. Al laboratorio arrivavano dei professoroni curiosi di vedere questo “bimbo” aprire una specie di piccola “accademia”. La scena artistica locale era piuttosto decadente. C’erano due o tre pittori post-macchiaioli credo, poi c’era Viviani e alcuni pittori modesti ma bravi, come Allotti. Quando ho cominciato a esporre a Pisa – feci due mostre – la mia pittura era a spatola, a colpi di pennello impressionista, pennellate quadrate. Il mio studio a Pisa riuscì a diventare un buon punto di ritrovo e aggregazione, dove venivano anche gli universitari delle facoltà vicine.

In questi anni, inizi a maturare una poetica controcorrente rispetto alle neo-avanguardie. Quale è stato il tuo atteggiamento e quali sono state le difficoltà affrontate? Hai trovato consensi a Pisa, tra i giovani artisti/pittori? E in una grande metropoli come Milano?

Non è stato facile. La mia pittura era considerata una pittura arretrata, in quanto mi interessava l’uomo. Al centro della mia ricerca c’è sempre stato l’uomo. Poi ad oggi non è stato così, ma ho avuto costanza, pazienza e passione per andare avanti per la mia strada, e forza ed energia per sopravvivere. Anche perché dal punto di vista del commercio, la mia pittura non è mai stata quella del mercato. Infatti un critico di Milano (Ignazio Mormino) disse “Schinasi, Don Chisciotte senza macchia!”. I critici dell’epoca poi sono invecchiati e son spariti, e al loro posto son venuti fuori questi nuovi critici. Io dico che un critico può presentare l’artista se lo conosce molto bene, quando conosce la sua opera, e non così senza averci neanche mai parlato, come fanno i critici di oggi. Inoltre oggigiorno la firma ha acquistato un significato troppo grande. Gli artisti non hanno capito che quella firma non vale niente. Son convinti che con quella firma potranno diventar famosi. Non hanno capito niente, perché l’amatore d’arte, il vero amatore d’arte, non guarda la firma ma l’opera, se gli piace l’opera poi approfondisce anche sull’artista. Chi guarda la firma invece non è un amatore d’arte ma solo un investitore, cioè vuole investire su quello che il mercato raccomanda, e da qui il significato dato alla firma come garanzia di investimento. Io mi ricordo che a Milano giravo per gallerie con 5-6 quadri in mano e mi dicevano “passatista”, perché ero influenzato dagli impressionisti e post-impressionisti e facevo una pittura che aveva riferimenti al Futurismo, ma non c’entrava nulla con la pittura futurista, c’era solo qualcosa che la poteva ricordare. Non avevano capito che c’era una grande differenza tra quello che avevo cominciato a fare io e quello che era stato fatto. Nel 1963 poi la Galleria Gussoni di Milano mi dedicò una personale con le prime opere Neofuturiste, e in questa occasione ho avuto la fortuna di conoscere Carlo Carrà e Giorgio De Chirico, che frequentavano anch’essi la Galleria. Io seguivo una strada e non volevo farmi influenzare, perché le altre correnti non mi interessavano. La strada che avevo preso necessitava di una continuità e approfondimento, ma era tutta rivolta alla storia dell’uomo, alla vita dell’uomo, alla sua esistenza, ed al suo lavoro, non solo a ciò che di materiale produce ma anche a tutto quello che produce spiritualmente e socialmente. Mentre vedevo che le correnti avanguardiste dei ’60-’70 si allontanavano sempre di più da esso, io lo mettevo al centro della mia ricerca. Poi c’è la Pop Art, alla quale mi sono comunque interessato o avvicinato, ma feci già qualcosa prima della Pop Art; opere in cui sono già presenti quelli che saranno poi i simboli del consumismo, come per esempio in “Ragazzo messicano con gallo”, dove è rappresentato un ragazzo messicano seduto con in braccio un gallo e alle sue spalle compare l’insegna della Coca-Cola, o in un’altra opera con una fanciulla tunisina con in braccio un vitellino in mezzo allo smog delle auto, che le corrono intorno, si staglia sullo sfondo in cui a campeggiare è ancora l’insegna della Coca-Cola. Tutti simboli del consumismo onnipresente nella vita dell’uomo contemporaneo. Però mi son sempre rivolto a tematiche sociali, perché nel ’57 quando sono entrato alla Piaggio, ero responsabile delle attrezzature e avendo la facoltà di girare tutto lo stabilimento, dunque, notai che man mano che si andava avanti l’uomo si robotizzava. Lui e la macchina si fondevano e l’umano cominciava a sparire. Nasce qui la mia esigenza di affrontare i temi sociali.

Riccardo Ferrucci, nel suo testo critico, parla di “ricerca della bellezza e poesia in un mondo apoetico”, proprio perché corrotto dalla mercificazione dell’arte e dai meccanismi che vi stanno dietro. E’ interessante la rilettura originale che fai dei maestri quali, Van Gogh, Boccioni, Balla, soprattutto quando affronti appunto tematiche sociali.  Come sei arrivato alla soluzione di sintesi estetica che caratterizza tutta la tua opera?

Prima di trovarmi sullo stesso binario, per così dire, della pittura cubista o post-cubista e futurista, avevo già conosciuto dei pittori come Franz Marc, Jean Meztinger, Lyonel Feininger, che non facevano parte dei Futuristi, soprattutto Franz Marc, che diciamo era un espressionista. Io mi sono trovato con una visione del mondo geometrico già prima di conoscere i Futuristi, e questo mondo, fino al 1962, era probabilmente un mondo che si riallacciava all’arte rigorosa egizia, ma in pittura c’erano forme geometriche che rappresentavano e descrivevano anche temi, come quello dello spaccapietre o quello del pescatore, con una forma geometrica semplice e pulita, che non aveva nulla a che fare con Picasso o con Braque, coi Cubisti, che non si sono mai espressi in quel modo. Poi la molla del cambiamento, ma sempre in modo coerente e lineare, è avvenuta nel ’63, quando la società del consumo cominciava ad essere esasperata. Quando subentrò il cerchio in questo contesto geometrico, formato da quadrati, rettangoli e triangoli. Introdotto per cominciare a dinamizzare e muovere la figura nello spazio o l’ambiente in cui è l’immagine. Ci fu un momento in cui l’esasperazione di questa geometria, che cominciava a dinamizzarsi, sparì lentamente per ritrovarmi con la “nebbia” e una figura quasi invisibile. Sono arrivato all’eliminazione quasi totale della geometria, ma è stato un periodo molto breve con poche opere. Da qui però bisognava ricostruire di nuovo. La verità si è palesata nel momento in cui arrivi quasi al nulla, poi riprendi un discorso nuovo e ritorni alla geometria, ma non più come prima, stavolta più dinamica, più movimentata. E come nasce l’opera? Nasce con un movimento di luce, di linee e di composizione che se non sai disegnare non puoi far niente. E’ un sovrapporsi di superfici per arrivare alla fine. Non è un discorso di movimento dinamico di forme in superficie e basta, ma di forme che nascono dalla tela bianca fino ad arrivare alla completezza del quadro. Per questo la mia pittura è molto difficile da copiare.

Da sinistra: "Corrida" 2004/06, "Balletto all'Opera di Nizza" 2004, "Giocatori di carte" 1979/96

Da sinistra: “Corrida” 2004/06, “Balletto all’Opera di Nizza” 2004, “Giocatori di carte” 1979/96

Come ti sei posto quindi verso il Cubismo e il Futurismo, a cui ha apportato modifiche sostanziali scartandone gli elementi più eccessivi. Che cosa ti hanno permesso e ti permettono tutt’oggi di realizzare a livello espressivo?

La mia posizione non fu quella di disprezzare i Futuristi, ma quella di denunciarne l’esasperazione prodotta dall’influenza di Marinetti. Per esempio Boccioni nell’ultimo periodo sentì di ritornare, come me, alla pittura figurativa. Poi c’è Balla. Ecco tra Picasso e Balla c’è una grande differenza: Balla si è anche divertito a fare quadri dinamici, geometrici astratti, ma con un rigore, nel senso del rispetto del lavoro che fai, che a Picasso è mancato. Nelle opere di Balla, riferite al periodo della guerra, quando faceva ritratti di signore romane, perché le opere d’impianto Futurista non vendevano più, ecco lì si vede il grande maestro! Tra i pittori del XX secolo si può dire che Balla è uno dei primi. Un’altra cosa grave del Futurismo è anche la mancata presenza della donna. Infine gravissimo è stato quando Marinetti voleva far distruggere i musei e tutto quello che era vecchio. Non si può andare avanti senza vedere cosa è stato fatto nel passato. Il futuro è presente e passato, non si può prescindere dal passato. Quindi la mia posizione era quella di denunciare la parte negativa del Futurismo, e così anche per il Cubismo. Picasso sapeva disegnare, sapeva dipingere, aveva la genialità, ma il suo cubismo non è stato un bel cubismo, secondo me, perché se noi guardiamo la donna nuda da lui dipinta, ad esempio, sembra una scimmia. Poi si è allontanato dal cubismo e in certi periodi, quando si azzardava a mettere l’occhio di qua e il naso di là, anche se nelle sue opere potevamo scoprire certe forme espressive che potevano tradurre il significato del quadro, lui continuava ad abusare troppo della semplicità. Mirò peggio ancora!

"Danse à la patinoire" 1999

“Danse à la patinoire” 1999

Nel ‘69 a Parigi sei arrivato a teorizzare il primo Manifesto del Neofuturismo e nel ‘70 fondi il Movimento Neofuturista a Milano. Da lì in poi è stata una crociata per tutti gli anni ’80, diffondendo il Manifesto non solo in tutta Italia, ma anche in Francia e a Londra. Come è stato accolto?

Nel ‘67 mi trasferii a Parigi e iniziai a frequentare la Section de gravure all’Accademia di Belle Arti. Nel ‘69 ero stato invitato al Salon des Indépendants al Grand Palais e la Galleria Duncan presentò una mia personale con le prime opere neo-futuriste e il 1° Manifesto Neofuturista, “Omaggio a Boccioni e Severini”. Tra il ‘68 e il ‘69 ebbi l’onore di conoscere Jeanne Fort, moglie di Gino Severini, Sonia Delaunay e, alcuni degli artisti italiani che vivevano e lavoravano a Parigi come, Leonardo Cremonini e Pistoletto. A Parigi e Londra si respirava la solita energia che si respira sempre in una città in cui non si conosce questo movimento. Dunque il manifesto è servito come embrione per la nascita di questa corrente. Non so però se lo hanno assimilato, capito… ma ho fatto tutto quello che si poteva fare per diffonderlo, buttando anche i manifesti dalla Torre Eiffel. Con tutte le mostre che ho fatto in Francia, al centro poi al sud, a Parigi, a Angers, il Neo-Futurismo è conosciuto, ma non è accettato, soprattutto da chi conta come, ad esempio, dai conservatori d’arte contemporanea. Non può essere accettato, perché se un museo accetta e favorisce un certo tipo di arte come quella concettuale, è chiaramente impossibile che favorisca anche la mia. Non la vogliono far vedere perché se il pubblico la vedesse farebbe un confronto e capirebbe subito la differenza. L’uomo della strada non accetterà mai una cosa che non capisce, che non sa leggere. Io ho continuato fino ad oggi a presentare in queste città la mia pittura e il Manifesto, che è sempre presente nei cataloghi, senza mai arrendermi o fermarmi. Per questo con la mostra antologica di Pontedera, anche se realizzata in una cittadina piccola ma in un Museo prestigioso come quello della Piaggio, conosciuto in tutto il mondo, ho avuto la possibilità di aggiungere la lettera/testamento a Enrico Crispolti, con il quale, essendo anche lui ottantenne, posso fare un bilancio della situazione.

Le tematiche che affronti sono varie ma una in particolare mi colpisce, quella sportiva. Vorrei sapere perché è importante nella tua ricerca artistica, non solo a livello espressivo e di composizione, e come si lega alle altre tematiche.

A sedici anni ho cominciato a fare dello sport. Cominciai a giocar a pallone e non solo. Il mio primo sport è stato quello di giocare a ping pong in casa sul tavolo della sala da pranzo. Poi non so i vari giochi che si potevano fare per strada con gli amici quando eravam piccini. Fino all’età di vent’anni perché poi ho scoperto la pittura e ho lasciato tutto. Il sabato e la domenica, quando ero libero da lavoro, c’era la pittura; la sera dopo cena, di nuovo la pittura; quando c’erano le ragazze che mi guardavano, io preferivo sempre il pennello alla ragazza. Negli anni ’40 io seguivo il calcio alla radio perché non c’era la televisione. Allora c’era un radiocronista bravissimo, Niccolò Carossio, che commentava le partite della domenica. Lui riusciva attraverso la parola a trasmettermi l’immagine. Lo sport mi ha dato la possibilità soprattutto di fare una ricerca del movimento. C’è l’atleta che ha un corpo con cui riesce ad avere un movimento, un dinamismo armonico, elegante, come anche il cavallo al trotto. Poi c’è anche la box, che ha degli aspetti interessanti di dinamica del movimento e nello stesso tempo ha la crudeltà della lotta, del picchiare l’altro, che è la parte più ingrata dello spettacolo no? La parte più comica invece dello sport secondo me si ha nel wrestling, in cui la lotta è finta e sapendo che è tutto finto non ci stai male. Anche il ciclismo è un bello sport. Vedere un ciclista che fa una scalata in montagna o in velocità ai Campionati del mondo, beh a me piace molto. Anche la scherma è molto bella ed elegante.

Insomma quindi tu sei molto legato allo sport anche perché lo hai praticato da amatore.

Sì, ma lo sport mi serve anche per potermi esprime sugli altri temi. Questa ricerca e questa scoperta del movimento, del dinamismo, attraverso le discipline sportive mi da la possibilità di introdurre anche il dinamismo e il movimento della luce in un tema come quello del lavoro nei campi o raccolta della frutta, o un atto d’amore; anche in un atto d’amore fra un uomo e una donna c’è quella parte di movimento e di dinamismo che esiste, però quello che scopri nello sport lo ritroviamo anche in questi altri temi e ti da la possibilità di dare più senso anche alla vita. Perché la vita è movimento.

Salto ad ostacoli, 2002 Tempera su masonite

Salto ad ostacoli, 2002
Tempera su masonite

Mi parli dei murales nell’atrio della Stazione di Pisa realizzati nel 1991 e 1992?

Hanno una storia molto particolare che nessuno sa. Avevo appena terminato il murales alla Stazione di Cecina, che poi ho regalato alla città, e nel frattempo stavo realizzando “Il Giudizio Universale” a Pavia. Nell’86 avevo lo studio a Parigi quindi facevo la spola tra Cecina, Parigi e Pavia. Terminato il murales a Cecina e tornavo a Parigi, prendevo il treno a Pisa. Allora in stazione c’erano delle gigantografie delle città italiane. Una sera che andai a prendere il treno, non c’erano più attaccate ed i muri erano tutti bianchi. Allora dissi “qui devo fregare almeno un muro!”. E così fu. Prima però di contattare il responsabile avevo fatto i progetti. Mi affidarono il lavoro senza problemi. Io trovai lo sponsor della Banca Toscana per un solo muro, e ne cercavo un altro per il secondo muro. Poi l’ingegnere della stazione mi chiamò per dirmi che si era fatta avanti la Cassa di Risparmio di Pisa per sponsorizzare tutto a patto che non ci fosse nessun altro sponsor. Io, avendo preso già contatti con la banca Toscana, chiamai il Direttore, che era un amico, spiegandogli la situazione e lui mi disse “non ti preoccupare, tanto quello che ti dovevo dare per questo muro, te lo daremo per un’altra occasione”. Ci sono stati un paio di cose spiacevoli da parte di alcune persone, pittori e critici, che parlarono della lobby ebraica, che stava dietro alla commissione dei murales ed era riuscita a farmi dare quel lavoro. Quella era cattiveria proprio cattiveria! Nonostante questo è stata una bellissima esperienza per me nella città, perché venne fatta un’inaugurazione e un bel catalogo. Il primo progetto di uno dei due muri era la Battaglia fra Pisa e Firenze. Poi un’insegnante dei miei figli, Leda Bientinesi, mi suggerì la Battaglia di Mallorca del 1113. Così mi documentai sui costumi e i fatti storici e la realizzai. Quando mi accinsi a dipingere i murales erano gli anni in cui c’era la Guerra del Golfo contro l’Iraq, e nella Battaglia di Mallorca, in memoria di questo, ho dipinto un soldato iracheno morto a terra, che campeggia quasi in mezzo al quadro, tra i cavalieri a cavallo nella battaglia di terra e la battaglia per mare e sullo sfondo Mallorca. A seguire poi tutto questo lavoro fu il Professor Vincenzo Marotta, figura importante per me perché fu colui che per primo sostenne il movimento Neo-Futurista, redigendo diversi testi di sua spontanea volontà. Quando poi finii di dipingere il murales omaggio a Galilei, mi dispiacqui di non poter più salire sul quel soppalco e dissi “toh guarda ora non ci posso più venire qui”. Mi ero talmente abituato a vedere tutto il viavai di persone nell’atrio della stazione, che mi ero affezionato. Anche gli amici mi venivano a trovare, e i passanti, i turisti o i lavoratori, come quelli della Piaggio, che prendevano il treno, passavano e si fermavano a far due chiacchiere. E’ stata davvero una bella esperienza quella di Pisa.

Il consiglio d’autore che tu daresti hai giovani artisti, visto lo stato attuale dell’arte.

I giovani artisti oggi hanno grandi problemi. Per un’artista oggi è molto difficile distinguersi. E’ facilmente influenzabile dalle correnti e dai modelli imposti dalle mode. Oggi giorno cosa si può fare per proporre un’arte nuova? Un’arte che può anche durare nel tempo? Che si può anche leggere… anche se fosse sintetica o al limite della figurazione? Non è facile, in questo momento e allo stato attuale dell’arte, per i giovani artisti produrre arte nuova. L’importante è che oggi l’artista sia serio, abbia il rispetto di se stesso e del proprio lavoro non facendosi affascinare dall’effimera bellezza delle mode e dal quadro rapido da vendere.

La mostra antologia “Daniel Schinasi. Dall’Impressionismo al Neofuturismo. Pittura, disegno e documenti 1957-2013” rimarrà aperta al pubblico fino a sabato 12 ottobre ore 18.

http://wp.me/p39IgZ-eu 

Museo Piaggio

Viale R. Piaggio 7 – Pontedera      (PI)      

058727171  

www.museopiaggio.it   

Aperto  dal martedì al  venerdì 10.00-18.00      

Il sabato 10.00 – 13.00/14.00 – 18.00    

E la seconda domenica del mese 10.00-18.00

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ART URBAIN | A Parigi Nicolas Laugero Lasserre apre le porte alla sua collezione di Urban Art

In questi giorni ho avuto l’occasione di soggiornare a Parigi e non mi stancherò mai di dire quanto sia bellissimo e intrigante gironzolare per le sue minuscole e caratteristiche vie/rue e rimanerne affascinata; specialmente ieri quando, andando a visitare NUNC! – una delle gallerie/bookstore di punta nel panorama della Street Art in questo momento, situata nel cuore del 5° arrondissement parigino, che da qualche tempo ha lanciato una sua linea di books monografici sui più conosciuti ed importanti street artist di fama internazionale, come Inti, C215, 36Recyclab, Mark Jenkins – e scambiando qualche parola con il proprietario, scopro con mio grande piacere che proprio la sera stessa Nicolas Laugero Lasserre, grande appassionato e collezionista parigino di Urban Art, avrebbe aperto al pubblico una selezione di opere della sua collezione allestite nelle sale espositive della  Mairie du 1er arrondissement de Paris.

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La mostra, dal titolo Art Urbain, ospita circa cinquanta lavori di artisti cardine di questa espressione artistica, quali Barry Mc Gee, Banksy, Blu, Boris Hoppek, Dem 189, Dran, Faile, Futura 2000, Invader, Jacques Villeglé, Jef Aerosol, Jonone, JR, Lek, Ludo, Rero, RoaShepard Fairey, Sowat, Speedy Graphito, Swoon, e di giovani emergenti come Roti, Studio 21 bis, Inti, un piccolo assaggio dell’importanza dell’intera collezione, che comprende più di 300 opere. 

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Appena entriamo nell’atrio veniamo accolti da opere realizzate su pannello collocate in diversi spazzi perimetrali, che ci accompagnano all’entrata del cortiletto del palazzo in cui a catturarci lo sguardo sono le opere di Inti Futura 2000

Cortiletto - Futura 2000

Cortiletto – Futura 2000

 

Cortiletto - Inti

Cortiletto – Inti

Come ogni evento che si rispetti erano offerti aperitivo a buffet e una varietà di cocktail niente male per poter cominciare il nostro giro all’interno della prima sala. Appena entrati, alla nostra destra notiamo subito le inconfondibili opere di Shepard Fairey – in arte Obey, anche se ora viene esposto con nome e cognome – tra cui “Barack Obama – VOTE” (con la quale si conquista la scena internazionale diventando un’icona della campagna elettorale di Obama nel 2008), Rero, con la serigrafia I hate graffiti del 2011, Invader, con Alias « PA_730 » del 2007 e una geniale scultura-installazione del 2010 di Studio 21 bis; all’estrema destra inoltre le opere di Ludo, di Lek con un’opera del 2012, Ldekm4, e di JonOne.

 

Veduta ala destra

Veduta ala destra

 

Veduta ala destra

Veduta ala destra

 

Veduta ala destra - Obey

Veduta ala destra – Obey

Lek - JonOne

Lek – JonOne

 

Invaders

Invaders

 

Obey

Obey

Alla nostra destra invece, lo spazio si apre con una serie di stampe di Blu. Di fronte a noi poi si apre una parete con opere di Dran, conosciuto anche come il “Banksy francese” e definito “l’illustratore di Toulose”,  in cui spicca la famosa Fuck, del 2009. 

Veduta ala sinistra

Veduta ala sinistra

 

Blu

Blu

 

Dran

Dran

Purtroppo non sono riuscita a fotografare la seconda parte della mostra al secondo piano, ma credo che già questa serie di foto abbia messo l’acquolina in bocca a tutti gli appassionati di Street Art che si trovano a Parigi in questo momento, o che avranno intenzione di andarci a breve. La mostra che ha inaugurato il 4 settembre, presso il 1er arrondissement de Paris al 4 Place du Louvre, terminerà il prossimo 15 settembre 2013, affrettatevi a vederla se ne avrete la possibilità!

 

Nicolas Laugero Lasserre

Direttore dell’Espace Pierre Cardin e Presidente non che fondatore del Artistik Rezo, è anche uno dei più importanti e grandi collezionisti di Urban Art, la cui collezione conta più di trecento opere di artisti storici e nuovi talenti.

Tra le esposizioni organizzate vi sono:

Première collection (2008, Studio Art and You)

Jeune collection II (2009, Galerie Couteron)

Encore, Encore… (2010, Gallery 34)

Affordable Art Fair 2010

Accès & Paradox (2010, Espace des Blancs Manteaux)

Porte ouverte aux collectionneurs (2011, Galerie Caplain Matignon) 

Banksy – Faites le mur ! (2011, Espace Pierre Cardin, con proiezione del film « Faites les murs »)

Show Off ! 2011 (solo show dedicata a Shepard Fairey)

Exposition au Lavoir Moderne Parisien per il dodicesimo anniversario d’Artistik Rezo insieme a tutti gli street artist della collezione

Nel 2012 due grandi progetti concretizzati: 

Una esposizione a Lille Art Fair invitato da Didier Vesse, direttore artistico dell’evento.

In maggio per la 3ème édition du Festival des arts urbains ARTAQ creato nel 2010 da Yves Suty ad Angers, Nicolas Laugero è invitato ad esporre una parte della sua collezione. Tutte le grandi figure della Street Arte sono state esposte, o più di 60 locali, nei 400 m2 del Grande Teatro di Angers situato in pieno centro

 

Mairie du 1er arrondissement

4 Place du Louvre

Metro Louvre-Rivoli

 

Orario:

Dal Lunedì al Venerdì dalle 10 alle 18

Il Sabato dalle 10 alle 12

Il 14 e il 15 dalle 10 alle 18

Ingresso Gratuito

URBAN DEVICE – Le nuove frontiere del Writing contro il degrado urbano

Catalogo_URBAN DEVICE

Testo critico per il catalogo del progetto di riqualificazione urbana URBAN DEVICE della Città di Grosseto

URBAN DEVICE è il progetto di riqualificazione urbana nato dall’incontro di due volontà, quella dei writers toscani dell’Associazione Culturale Artefacto di Grosseto, organizzatrice dell’evento, e quella delle pubbliche amministrazioni della Provincia di Grosseto e dell’Assessorato alle Politiche Giovanili, in collaborazione con la Regione Toscana, per donare un volto nuovo a un’area circoscritta, ma estesa e degradata come quella della Cittadella dello Studente di Grosseto. Il progetto di riqualificazione di una zona dedicata alla pubblica funzione, come quella scolastica e sportiva nel caso specifico, ha portato al raggiungimento di molteplici e trasversali obiettivi, rispondendo ad esigenze di non poca importanza. URBAN DEVICE ha dato infatti la possibilità a questi artisti di esprimersi in maniera legale su nuovi muri, trovando una soluzione creativa al degrado urbano di una delle zone fondamentali della città, ma soprattutto ha dotato la cittadinanza di un museo a cielo aperto; un percorso, che coinvolge il cittadino in una fruizione quotidiana e continua, in cui ogni intervento artistico studiato ad hoc si fa portatore di messaggi dal forte impatto visivo. Il progetto in questo senso opera come attivatore sociale, scuotendo l’immaginario creativo dei ragazzi, primi frequentatori assidui della zona, sensibilizzando il cittadino comune, e innescando una doppia rete di scambio e confronto sia tra artisti, italiani e stranieri, importante per la crescita artistica locale, che tra questi e l’amministrazione pubblica.  Da ciò URBAN DEVICE rappresenta appieno il nuovo atteggiamento del writing italiano, nel passaggio dall’illegalità alla legalità d’azione scaturito dall’esigenza di portare avanti la propria ricerca artistica, instaurando e coltivando un dialogo con le istituzioni pubbliche di riferimento. Infine URBAN DEVICE è anche uno degli esempi italiani di come il recupero delle zone urbane degradate affidato agli artisti della Graffiti Art possa essere una risposta alternativa alla repressione del writing come atto vandalico, e la manifestazione perciò di un nuovo approccio verso questa controversa espressione artistica. 

FUMITAKA KUDO | Ascoltando l’anima. Le mie figure di Alimondo Ciampi

 

Testo di presentazione della personale dell’artista giapponese curata dalla Fondazione Il Bisonte e inaugurata Domenica 22 aprile 2012 presso Palazzo Comunale – Signa

Nato a Niigata, Giappone, nel 1981, durante i suoi studi in Giappone sviluppa grande sensibilità artistica per la scultura, il disegno e l’incisione. Decide di perfezionare la sua arte in Italia dove si trasferisce nel 2002. Nel 2008 infatti si diploma in Scultura e successivamente ottiene la laurea in Graphic Design e Disegno all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Nel 2010 grazie alla borsa di studio offerta dalla Fondazione “Alimondo Ciampi” approfondisce gli studi di grafica d’arte presso la Scuola Internazionale Il Bisonte di Firenze, ed è proprio in questa sede che nell’autunno del 2011 ho avuto l’onore di conoscerlo personalmente ed entrare in contatto con la sua opera. Un intreccio formativo assai peculiare, che contraddistingue l’intera produzione grafica di questo artista, da cui non poter prescindere quando guardiamo e ammiriamo le sue opere. Ciò è riconoscibile ad un primo sguardo nella precaria plasticità delle sue figure, che si ricompongono sulla carta. Come un capace e sapiente scultore, che dispone, sceglie e impiega ogni strumento per modellare le superfici in pietra, Kudo nello stesso modo, con la stessa conoscenza tecnico-espressiva e perizia d’esecuzione, si riserva l’uso di una vasta gamma di tecniche incisorie con le quali modella su carta i volumi, i pieni e i vuoti della complessa risoluzione compositiva dei suoi soggetti. Non predilige una tecnica, tutte sono chiamate ad intervenire e dare il proprio contributo estetico, perché tutte importanti per la sperimentazione espressiva del soggetto. Andando a ritroso e ripercorrendo l’intero corpus di opere grafiche dell’artista, è difficile non notare una evoluzione sia dal punto di vista espressivo che compositivo. Legato ancora a una più concreta plasticità delle forme e a una certa propensione al disegno dei volumi, i primi passi mossi da Kudo nell’incisione lo vedono descrittivo e del tutto legato alla rappresentazione della figura, fino a quando essa comincia a sfaldarsi, sfilarsi, sottrarsi alla realtà del foglio, attraverso una riduzione dei segni, una semplificazione delle forme, attorno a cui invece si costruisce tutta la composizione; nessun accenno d’ambientazione o di atmosfera, vi è solo l’esistenza precaria di forme animali che centrano il foglio. Al termine della sua esperienza al Bisonte scopriamo una forte personalità artistica, che riesce a restituire sulla carta una insolita e potente carica espressiva con la semplicità e la schiettezza di un giovane artista consapevole e discreto, volto ad una costante ricerca. L’occasione gli è data quando conosce l’opera scultorea dell’artista Alimondo Ciampi. “Camminando tra loro nello spazio all’aperto, tutte le figure mi sembrarono come in preghiera, in meditazione con sé stesse”. Partendo da questa riflessione, Kudo rende omaggio all’artista signanese instaurando un dialogo con esse. La volontà è quella di rendere visibile su carta ciò che nello spazio non è possibile vedere a occhio nudo. Ed è così che i soggetti animali, cari all’artista, lasciano il posto a figure umane, la cui solidità plastica emerge e s’impone sulla superficie grazie alla netta contrapposizione delle rarefatte e impalpabili atmosfere in cui sono calate e sospese. Le forme semplificate delle sculture di Ciampi, riprodotte su carta e modulate secondo un uso sapiente del chiaro e scuro, che sfocia in un perfetto equilibrio di grigi, sono messe in dialogo con atmosfere, che riecheggiano una fresca giornata di primavera carica di pioggia, che cade su delicati petali di fiori appena sbocciati; presagiscono la buia desolazione umana, in cui solo una luce purificatrice ne rischiara il volto donando la grazia; evocano la sconfinata bellezza della natura e la sua continua presenza intorno all’uomo; tutte però create col sapiente uso dell’acquaforte e della maniera allo zucchero, e recanti in sé il tratto distintivo del giovane artista giapponese.